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Adrano (Sicilia): il Castello, la cittą e il Ponte dei Saraceni

Adrano, guida alla visita: cosa fare e vedere tra le sue attrazioni. Dove si trova, i dintorni, come arrivare e il meteo.

Figura fra i perni turistici del Parco dell’Etna incardinando il proprio inconfondibile magnetismo nei suoi tre elementi principe, ovvero il mirabile centro storico, l’imponente Castello Normanno e la fiabesca Pineta di Monte Intraleo. È esattamente di Adrano che stiamo parlando, cittadina siciliana della provincia di Catania i cui 35.000 abitanti non potrebbero essere più felici nella loro consapevolezza di vivere in uno dei contesti urbani maggiori dell’isola per suggestione e fascino.

Si specifichi che un paese come questo non ambisce a voler reggere il confronto con esclusività sicule ben più blasonate come ad esempio Taormina e l’Isola Bella, ma semplicemente perché Adrano ha scelto un profilo più prosaico e perciò molto gradito per la villeggiatura. La città è anche una delle tappe della Strada del Vino dell'Etna.

Storia ed origine del nome

Le fasi evolutive del nome in campo etimologico raccontano di per sé la storia del borgo, inscritta in primis in un parallelismo serrato con la primigenia città di Adranon, la cui fondazione va attribuita a Dionigi il Vecchio di Siracusa nel 400 a.C. in dedica al dio siculo Adranos.

I Romani ribattezzarono il nucleo Hadranum, vennero successivamente gli Arabi per i quali esisteva Adarna, mutato in Adernio dai Normanni e Adernò dagli Angioini fino all’attuale denominazione acquisita nel 1929. Essendosi posta quale crocevia di culture avvicendatasi nel lungo corso cronologico, Adrano ha tratto da esse le migliori eredità nei contesti dell’arte, dell’architettura e dell’imprinting costruttivo multi stile.

Il Ponte dei Saraceni ed il Castello

Il simbolo della città è il risultato del passaggio dei freddi popoli del Nord, quel Castello Normanno che accorpa in verità anche la concezione catalana nonché saracena (vedere a proposito il Ponte dei Saraceni che da oltre mille anni valica il fiume Simeto nei pressi della mitica Città Sicula del Mendolito, di cui è stata riesumata la Porta Sud come pezzo della cinta muraria, entro il SIC Riserva Naturale Forre laviche del Simeto). La torre più alta spicca sul bastione a quattro torri angolari ben visibili al tempo dei Moncada.

Il sistema castellare non venne mai sfruttato appieno (a differenza del medievale Castello della Solicchiata, abitato per anni dal barone Spitaleri, adibito a uso rurale e poi sede di un prospero stabilimento vinicolo), emblematico il fatto che i piani superiori sono sempre rimasti disabitati contrariamente agli ambienti di terra predisposti per ospitare un carcere. Dismessi i reparti detentivi, il castello si è completamente aperto alle attenzioni turistiche a partire dagli anni ’50 dopodiché, adeguatamente restaurato, ha potuto ospitare il ricco Museo Archeologico che riassume attraverso l’esposizione dei suoi reperti qualcosa come 5.000 anni di storia.

Cosa vedere ad Adrano

Altro emblema dello stretto binomio arte-architettura, il Teatro Bellini ha cambiato assetto innumerevoli volte in quanto restaurato in molteplici occasioni dal ‘700 a oggi. Nell’Ottocento si maturò l’idea che il teatro dovesse esprimere grandezza, lusso e testimonianza artistica, distinguendosi dai comuni teatri. Tanti, allora, i restauri e tante le maestranze impegnate a offrire alla creatura architettonica un contributo sensibile, come le decorazioni e gli stucchi di Cesare e Ferdinando Cappellani, gli arabeschi di Giuseppe Distefano e il sipario di Giuseppe Rapisarda.

Si lavorò seriamente ad abbellire sala e palco per gli spettacoli messi in scena da compagnie famose, su tutte quelle rappresentate rispettivamente da Eduardo Scarpetta ed Ermete Zacconi. Fu tuttavia Mario Moschetti a conferire un aspetto unico e pregiato alla facciata realizzando un gruppo scultoreo raffigurante le icone allegoriche della Tragedia, della Musica e della Commedia. Il teatro Bellini fa da location ad alcune scene del film "Divorzio all’italiana" diretto da Pietro Germi.

Complesso molto articolato, la Chiesa Madre è anch’essa d’epoca normanna ma i successivi ampliamenti recano tracce di altre civiltà. Dedicata alla Vergine Assunta, fa prevalere quale materiale di costruzione la solidissima pietra lavica a supporto di monolitici basamenti. Sedici colonne in basalto separano le tre navate entro l’ambiente interno a croce latina, culminante in un transetto dominato lateralmente dalle cappelle dedicate al Sacro Cuore di Gesù e al Santissimo Sacramento, che custodisce un dipinto dell’Ultima Cena eseguito da Luis de Morales. Parimenti, la prima cappella espone il Pentimento della Maddalena e l’Apparizione di Gesù alla beata Alacoque, entrambi realizzati da Giuseppe Guzzardi. Altari marmorei e monumenti sepolcrali più una pletora di tele infoltiscono il patrimonio decorativo.

Percorrendo via San Pietro si nota immediatamente la sagoma impettita del complesso annoverante la Chiesa di Santa Maria del Rosario e il Convento di San Domenico, il quale ha conservato intatto il suo chiostro contornato da archi. Stupendo nel ventre della chiesa l’altare maggiore rococò del 1785, valorizzato dall’impianto in pregiato marmo policromo. Fa effetto la visione della pala in cui è ritratto il Martirio del domenicano San Pietro da Verona, opera seicentesca di Salvatore Bellomo.

La Chiesa di Sant’Agostino si ritrova affacciata sull’omonima piazza ed era nel ‘200 parte di una struttura conventuale. Nella sua esteriorità spicca il campanile la cui cupola segue un’estetica chiaramente arabeggiante, segno che nessuna cultura del passato è mai stata del tutto trascurata. I sei altari sono di evincibile marca cristiana.

Altra coppia a cielo aperto è costituita dalla Chiesa di Santa Maria degli Angeli e dal Convento dei Padri Cappuccini. La prima è fra le più belle chiese della provincia catanese e a renderla tale è un coacervo ragionato di tele, stucchi, elementi liturgici e decorazioni che si avvalgono del legno quale materiale preposto a trasmettere un calore di cui abbisognano le opere presenti, non ultimi gli altari.

La Chiesa di San Nicolò è frutto di una ricostruzione operata nel 1791 dopo che l’impianto originario fu distrutto dal sisma del 1693. Non ha molti elementi risaltanti, cosa che invece si può riscontrare nella Chiesa di San Pietro, ascrivibile al XV secolo e anch’essa interessata dal terremoto. Dell’edificio ammiriamo il monumentale campanile la cui ragguardevole altezza (34,50 m) ne fa un’opera somma. Un ricchissimo corredo agghinda l’andamento della navata centrale accompagnando il visitatore fino all’abside: il patrimonio si fregia della presenza di pezzi magnifici, esemplari pittorici come il Martirio di Sant’Andrea, affreschi quali la Liberazione di San Pietro dal carcere, il tabernacolo in legno di Simone Ronsisvalle con il bassorilievo in cui Gesù dà le chiavi a San Pietro e l’olio su tela del Martirio di Sant’Agata.

Nel girovagar intracittadino si tocchino altre tappe quali la Chiesa di Maria Santissima della Catena, la Chiesa del Santissimo Salvatore e i monasteri di Santa Lucia e Santa Chiara. Si deduce che Adrano sia un avamposto dichiarato della cristianità vigente nell’isola siciliana, lo dimostrano le maggiori manifestazioni atte a risaltare figure religiose di massima credibilità, con i Riti della Settimana Santa e gli eventi in onore del Santo Patrono Nicolò Politi a primeggiare di gran lunga sulle altre sagre e rassegne, pur rilevanti poiché esaltano i sapori aleggianti dentro e fuori la cittadina.

Adrano è difatti una fucina di golosità eccezionali: è fra le massime produttrici di Arancia Rossa di Sicilia e co-produttrice insieme a Bronte del famoso pistacchio D.O.P., di cui fa ampiamente uso la pasticceria locale. In cucina trionfano gli arancini, degustabili in diverse versioni con ragù, spinaci, pistacchio, salsiccia o salmone.

Come arrivare ad Adrano

Dalla circonvallazione di Catania si esce all’altezza di Misterbianco e ci si immette sulla SS 121 verso Paternò seguendo poi la SS 284; in treno si arriva tramite la Ferrovia Circumetnea; l’aeroporto di Catania Fontanarossa è quello di riferimento.

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