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I posti pił belli della Sardegna

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Si fa presto a dire “un’isola”. Perché che la Sardegna sia un’isola è ovvio. Ma questo non spiega quale sia il suo cuore, l’anima, il volto vero di questa terra. Che è ben più di un’isola sola ma, piuttosto, pare un puzzle fatto di verde, di grigio e di tanto blu. Senza dimenticare il giallo del sole. E in quest’isola-puzzle allora c’ posto per la tessera di Carloforte, dove la cantilena è quella di Recco, in Liguria, insieme con quella di Alghero dove la lingua è il catalano. Ma anche il tassello contemporaneo di Cagliari, la città dove i locali di tendenza sotto il castello chiudono all’alba, mentre tra borghi del Supramonte, schiacciati dalle Dolomiti sarde, il silenzio è inciso solo dal canto del gheppio che si fa portare dal vento.

E ancora: la Sardegna della Costa Smeralda tra vip e lusso, luoghi di esibizione e invidia tra gli yacht dei soliti noti, e all’opposto le dune remote della Costa Verde, scampolo di deserto africano che sfida il mare; e pure la cultura dei pastori con i riti immutabili delle stagioni e la quotidianità mai uguale dei pescatori. Onda contro montagna, pecorino contro aragosta: chi vince la gara è solo il nostro palato di fortunati visitatori. Insomma, si fa presto a dire isola e soprattutto Sardegna. Ecco allora che è il momento di partire. E andare a scoprire le mille isole che si chiamano Sardegna.In fondo è semplice: evitando il costo e il disagio del traghetto basta un volo, e poi un auto a noleggio all'aeroporto di Cagliari, Alghero od Olbia.

Il punto di partenza, per comodità e blasone, è certamente Cagliari. Anche perché il capoluogo non è solo luogo di partenza ma merita almeno un paio di giorni da dedicarle. Una sosta golosa - chè qui si mangia bene - e curiosa per prendere il tempo ad una città fortunata, dove i palazzi eleganti di corso Vittorio Emanuele si alternano con i vicoli delle zone popolari della Marina o di Stampace. In queste strade, che paiono canyon tra i palazzi, sbattono al vento i panni stesi e si incontrano le insegne delle trattorie più tradizionali. Provate a contarle: non ci riuscirete. Perché Cagliari e la sua gente ama vivere. E per farlo si coccola. Fate come loro e non vi pentirete. La nostra scoperta della città potrebbe partire dando le spalle al porto e dirigendosi verso l'Ufficio del Turismo, che si trova nel bel mezzo di piazza Matteotti. Si potrà chiedere una mappa della città e, se serve, qualche consiglio sulle sistemazioni per la notte. La lista dei bed and breakfast sta crescendo e sono molti gli indirizzi di fascino dove riposare prima di riprendere il cammino. Un vagare che, di nuovo, pone di fronte ad un dilemma: andare in salita o puntare al mare? Verso l’alto saliremo diretti al Casteddu, il centro medievale appollaiato in cima alla collina e avvolto di mura. Il posto per fare correre lo sguardo sui tetti e sul mare che fa da sfondo cercando, magari, un locale dove fare tardi in mezzo ai giovani della città che ascoltano accordi lounge e non si rendono conto di quanta bellezza stia loro intorno. E basta pensare al balletto dei fenicotteri che zampettano negli stagni a bordo città sorvolati dai jet diretti ad Elmas per provare un brivido.

Una emozione diversa, ma non meno coinvolgente di quella che regala la prima visita alla spiaggia del Poetto: ci si arriva dal centro di Cagliari in una manciata di fermate di bus e poi sono sei chilometri di sabbia, sole, mare. E vita. Qui la chiamano “la spiaggia dei centomila”: nessuno ha mai fatto il conto veramente. Ma pare che d’estate sulla battigia siano legioni.

Questa è una città dove verrebbe voglia di fermarsi. E pensare che, forse, qui si vive meglio. Ma noi dobbiamo andare avanti, la strada ci reclama. Saliamo in macchina e puntiamo verso ovest. Verso la Liguria. No, non è uno scherzo. La prossima tappa è Carloforte, il paese dell’isola di San Pietro. Siamo all’estremo lembo occidentale dell’isola ma soprattutto siamo vicino a Pegli. Qui, dal 1700, si sono insediate delle famiglie genovesi in fuga dai soliti corsari. Per raggiungerla da Cagliari bastano meno di due ore seguendo la statale 130 che attraversa l’Iglesiente, terra di miniere e di lotta dura con la natura. Quindi dopo esservi imbarcati a Calasetta o Portovesme mettete in conto una mezz’ora abbondante per sbarcare sull’isola.

Non a caso separata dall’isola. Allora, una volta a terra, dedicatevi a scoprirla prima, certamente, concentrandovi sull’abitato di Carloforte, che poi è l’unico, dove anche lo stile del palazzi evoca suggestioni liguri. Per tacere poi del suono delle voci: andate in giro per lungomare Battellieri, sostate davanti alla chiesa neoclassica di San Carlo Borromeo e rivolgetevi a chiunque: l’accento è quello delle genti di via Prè a Genova e le finali in U non lasciano dubbi. Ma ora è tempo di dedicarsi al mare: le coste non si decidono se scegliere la sabbia, come a Bobba o a Guidi, o puntare sulle rocce e le scogliere, come a Cala Fico. In tutti i casi basta una maschera per scoprire un mondo sommerso appena sotto il pelo dell’acqua. L’acqua, la stessa, che ha sempre dato da vivere a queste genti venute da lontano, e anche adesso viene celebrata nei due eventi che si svolgono qui: una è la Sagra del Cuscus Tabarkino – e il couscous che profuma d’Africa regala un ingrediente in più all’isola che si nasconde nell’isola – e il Girotonno, una festa dedicata al pesce che qui si cattura da sempre. Non è un caso se sorridendo vi diranno che per loro è come in maiale in pianura: non si butta via nulla.

Noi non gettiamo invece via il tempo: ci aspetta un percorso verso nord. La prossima tappa è nella parte forse meno nota dell’isola. Quasi certamente è anche la più bella. Riprendiamo il traghetto della Delcomar e sbarchiamo a Portovesme - anche in bassa stagione ne parte uno circa all’ora – e infiliamoci lungo la statale che conduce verso la costa di Arbus. E’ un viaggio di circa cento km, per un paio d’ore di percorrenza, che attraversa il Medio Campidano e panorami aspri di montagne antiche, da sempre scavate fino al cuore dalla fatica dell’uomo. Salendo passeremo tra i paesi di Montevecchio e Ingurtosu dove vale la pena di concedersi una sosta. Sono borghi sonnacchiosi e oggi in parte spopolati ma qui, fino agli anni ’50 arrivavano da tutta la Sardegna per andare a sudare sottoterra. Le miniere però hanno chiuso, la gente è ripartita e quello che resta dei pozzi e delle torri si ossida al sole tra il profumo del mirto e il frusciare del ginepro. Qualche vecchia casa è stata restaurata, qualche murales resiste ma l’occhio già corre in fondo, dove il blu si mescola con sé stesso. Mare e cielo. E intorno le dune. Sono le montagne di sabbia più grandi d’Europa quelle che arrivano a tuffarsi nelle onde della Costa Verde.

Il luogo più celebre di questo tratto di costa che chiamare incontaminato non è, per una volta, luogo comune, è la spiaggia di Piscinas, tre chilometri di sabbia e mare mai domo, una distesa di sabbia scolpita dal maestrale che davvero solo pochi giorni all’anno appare popolata come merita. Per il resto solo pochi bagnanti stesi al sole, qualcuno che pesca e il caleidoscopio di un kite surf strattonato dalle raffiche. Uniche umane presenze fisse: due chioschi e un albergo di lusso ricavato da un vecchio deposito di miniera. I clienti fanno colazione con il mare negli occhi ma a pochi passi resistono tenaci le rotaie dismesse dei carrelli un tempo riempite da braccia stremate. E’ un luogo dove ancora sembra che sia la natura a comandare. E la percezione prosegue seguendo la costa dove le cale rocciose, la macchia mediterranea e le spiagge proseguono per quasi quaranta chilometri. Il vento si è sbizzarrito e noi continuiamo a riempirci gli occhi di colori e il naso di profumi. Primo troveremo la spiaggia di Funtanazza, avvolta dalla pineta e profanata da una colonia abbandonata per i figli dei minatori, per poi sbarcare a Torre dei Corsari. E’ un villaggio turistico abbarbicato ad un collina: ma non di pietra. Di sabbia. Una altra enorme duna che poi si spalanca fino alla di Punta S'Aschivoni. Basta salire alla torre di Flumentorgiu e sedersi davanti al mare per sentire che non sarebbe per nulla stravagante vedere arrivare dal largo una nave di pirati.

Noi, dopo una piacevole merenda a base di cozze in uno dei bar sulla spiaggia risaliamo sull’auto. La strada è ancora lunga, le sorprese tante. Il nostro itinerario tra le zone più belle della Sardegna continua con una nuova tappa di circa 120 km in direzione nord, verso Oristano che ci permetterà di scoprire la laguna di Marceddi, dove nidificano centinaia di uccelli rari, per poi arrivare ad Arborea. Qui si sono scritte alcune delle pagine più importanti della storia di Sardegna. No, non certo perché la città, nella provincia di Oristano, nacque sotto il fascismo tra le paludi bonificate per ospitare coloni spediti qui da Veneto e Friuli – ancora una volta un’isola nell’isola – ma perché il Giudicato di Arborea fu uno degli stati indipendenti nati in Sardegna dopo l’epoca bizantina. E la storia dell’isola e le sue leggi scritte nella pietra, per secoli, qui furono legate.

Noi, invece guardiamo avanti: la prossima sosta sarà a Bosa. Lasciati alle spalle gli stagni di Cabras, patria della mitica bottarga, ci godiamo una costa scoscesa e spettinata dal vento, dove Archittu è il fondale di mille selfie e andiamo a scoprire la città sul fiume Temo. Spendiamo poi le ore successive vagando tra i vicoli della parte medievale della città e salendo fino al castello dell’11° secolo che la domina. La salita a piedi fino a via Nino Gavino che corre intorno alla base del castello potrà provocare un po’ di fiatone. Ma la vista sulla valle del Temo e giù fino al mare e alla torre di guardia spagnola ricompenserà della fatica.

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Ci aspettano ora i 45 km sulla provinciale 49. E non sono chilometri da bruciare in fretta perché disegnano il bordo della costa che porta ad Alghero, un’altra isola nell’isola, un'altra tappa imperdibile del nostro vagare sulle tracce dell’anima isolana. Alghero era un borgo catalano e i nomi delle vie confermano l’impressione di essere dall’altra parte del Mediterraneo, a Barcellona. Il resto lo fa la bellezza della città protetta da mura e la trasparenza del mare che la abbraccia. Dalla spiaggia che si allunga verso Fertilia il vecchio centro al tramonto sembra esplodere di luce. Ma non solo: Alghero è un’altra delle porte della Sardegna. Qui arrivano voli dal continente e volendo anche questo è un punto da cui far partire il nostro viaggio tra la bellezza. Un percorso che vorremmo fatto di emozionanti scoperte, lunghe conferme e tardive partenze. Ma che, comunque, andiamo a proseguire.

La prossima tappa sarà più lunga perché vogliano raggiungere Palau, uno dei punti più a nord della costa sarda, a 25 km da Santa Teresa di Gallura e 40 km dall’aeroporto di Olbia. Per farlo potremo scegliere la via più veloce, 150 km da percorrere in due ore e mezzo, o quella più lenta. La distanza è la stessa ma servono quaranta minuti in più. La differenza la fa il panorama: nel primo caso sceglieremo statali interne e un tratto di autostrada; nel secondo calpesteremo il bordo del mare concedendoci soste strategiche e rilassanti a Castelsardo, a Isola Rossa, a Costa Paradiso. Quindi Palau, dove le spiagge sono lunghe e invitanti, la vita piacevole e vivace ma senza eccessi e le occasioni per scoprire nuovi scorci quasi infinite.

La roccia dell’orso, per esempio, ha impiegato millenni per essere scolpita dal vento e dal sale ma per noi è solo una delle tante sorprese da vivere di fronte al mare. Che stiamo per solcare di nuovo. Vogliamo infatti continuare il nostro gioco di isole nell’isola. Non, stavolta, un’enclave metaforica o linguistica: no, proprio un’isola di roccia e tanto mare. La Maddalena per la precisione, un arcipelago di scogli più o meno grandi ma sempre affascinanti, che in venti minuti di traghetto si raggiunge dal porto di Palau e che regala suggestioni uniche. Se uno che di mare se ne intendeva come Orazio Nelson arrivò a dire che il suo è il porto più bello del mondo un motivo ci sarà. Ora, ammiragli a parte, questo è parte di un parco nazionale che potrebbe meritarsi lunghe giornate di esplorazione. Si può usare la macchina o la barca: ma sempre i venti km di perimetro offrono spiagge e scorci e vedute speciali. E tra questa quella che permette, da questa isola in miniatura, di dominare con una sola occhiata due giganti come Sardegna e Corsica. Ma non è oltre al mare che siamo venuti a guardare: noi siamo qui per tuffarci nel blu. Bastano pochi minuti con l’auto per arrivare al fiordo di Cala Francese: l’aria profuma di erbe e basta avventurarsi nei sentieri scoscesi per arrivare ad una spiaggetta isolata in cui magari stare da soli sino a sera. Anche questo è un calcolo approssimativo: ma si dice che le spiagge siano trecento. Ognuno così potrà scegliere la propria, innamorarsi della più bella. Spiaggia di Nido d'Aquila le baie della penisola di Abbatoggia o quelle dello Strangolato: la scelta c’è. Il resto lo facciano gli occhi sgranati di chi arriva.

Noi resteremmo ma dobbiamo ripartire: dopo il veloce transito sui traghetti che partono allo scoccare di ogni ora ricominciamo la ricerca delle isole nell’isola sarda. E quale isola più grande e vistosa può esistere della Costa Smeralda? Sono ottanta chilometri ma per la densità di ville, lusso, locali, vip e pezzi di vita che si sono stratificati su quelle rocce potrebbero essere anche 800. E fa strano pensare che questa fu una zona pressoché disabitata fino a quando, nel 1962, il principe Karim Aga Khan, decise di creare il Consorzio omonimo. La Sardegna dal giorno seguente non fu più la stessa. Ora è quello che conosciamo: la Piazzetta di Porto Cervo e i panfili ormeggiati, le sempiterne belle inseguite dai paparazzi, locali alla moda, ristoranti, bar e negozi, il paradiso molto virtuale di chi ha scelto un vero paradiso assolutamente naturale per vedere e farsi vedere. Si perché, celebrità a parte, le spiagge di questa fetta di Sardegna sono spettacolari: da Cala di Volpe e la sua sabbia rosata a Romazzino con l’acqua che ricorda una piscina senza confini, da Rena Bianca, resa candida dal fondo di conchiglie divenute polvere al Piccolo Pevero. Per qualcuno è la più bella, per tutti una piscina con madre natura come bagnino.

Dopo un tuffo nell’acqua turchese è difficile pensare che si debba dover ripartire. Per noi è così: anche perché nel nostro vagare da sud a nord della Sardegna (e ritorno) adesso stiamo discendendo di nuovo. Passiamo Olbia e il suo aeroporto - altra porta d’accesso all’isola – e puntiamo verso l’interno. Che dopo tanto mare vogliamo assaggiare l’altro gusto della Sardegna. Ovvero l’isola di terra nel cuore del mare. Puntiamo quindi verso Dorgali seguendo la statale 131 che dopo San Teodoro e Budoni lascia il mare e si volge alla montagna. Davanti c’è il Supramonte ma per arrivare a Dorgali occorre svoltare di nuovo verso il mare che dista circa 10 km dinnanzi. Mentre 30 km più dietro si trova Nuoro. La visita a questo paese è una buona occasione per avvicinare l’anima fatta di zolle dell’isola. Qui nascono mitici pecorini e si pigiano grandi rossi ma si mantiene ancora viva la tradizione di antichi mestieri, come quelli di chi vive di ceramica e di cuoio lavorato, di filigrana e di lana tessuta. Poi, doveroso, a spasso per il paese, sfiorando le chiese e i palazzi innalzati in cupa pietra scura come la Parrocchiale di Santa Caterina. A questo punto si impone una nuova scelta: o puntare ancora di più verso l’interno, e andare a scoprire paesi dai nomi più volte ripetuti come Oliena, Orgosolo, Mamoiada, oppure cercare di nuovo la consolazione del mare e della sabbia.

E i nomi sono quelli cari a chi ben conosce la zona come Cala Cartoe, Osalla di Dorgali e Ziu Martine. Nel territorio del comune di Dorgali si trovano poi anche le Grotte del Bue Marino: l’improbabile bue, in realtà, è la foca monaca che qui veniva a partorire ma ormai le foche non si trovano più in questi mari. Restano le bellezze di queste caverne lunghe cinque km dove le stalattiti si mescolano ai graffiti del più lontano passato. E dove alla fine della visita, che si può organizzare con la barca partendo da Cala Gonone e Orosei, ci si stende su questa striscia di sabbia. Che evoca immagini da viaggio di Ulisse. Un’immagine che ricorre anche arrivando a Cala Luna: alle spalle scogliere ripide e grotte e davanti mare azzurro che degrada lentamente. Qui generazioni di appassionati si sono immersi con la maschera nello stesso azzurro mare d’agosto che travolse la Melato e Giannini in un celebre film. E dove il gioco del naufrago felice viene proprio bene. Anche qui per arrivare il modo più comodo è quello di salire sulle barche che salpano dalla spiaggia della Marina di Orosei. Chi proprio invece voglia mettersi alla prova può affrontare un sentiero che parte da Baunei. Dispiace dirlo: ma non è per nulla agevole.

Ancora a sud, il viaggio non finisce ancora. Anzi, ora ci attende la tappa più lunga. Da Dorgali partiamo per la estrema punta sudorientale della Sardegna: destinazione Villasimius. Per arrivare ci aspettano quattro ore di macchina o, se preferite, 200 km. Ma non temete: lungo il viaggio, seguendo la statale 389, ci sarà tempo per fare pause e assaporare il mare, trovare nuove prospettive e scattare cento foto. All’arrivo di Villasimius tanto non servirà nulla. Solo parcheggiare in fondo alla strada a saliscendi che attraversa il paese, correre sulla sabbia e lasciarsi cadere nell’acqua. Non sarà così: ma se la stanchezza vi avesse sfiorato l’avrete subito dimenticata. Da qui passarono Fenici, Cartaginesi, Romani, Spagnoli e pirati e ora, da molti anni, turisti di tutto il mondo attirati da spiagge protette da pinete e macchia. Alcuni di questi arenili hanno nomi ormai celebri, altri sembrano ancora da scoprire. Ma è certo che tra la spiaggia di Timi Ama e la sua laguna e la spiaggia di Campus, con la sua sabbia chiara e le acque mutevoli, è difficile scegliere. Forse meglio fermarsi qualche giorno in più e godersele tutte. Prima o poi però sarà tempo di ripartire e seguire le mille curve della strada che riporta a Cagliari. E’ stata completata solo alla metà del ‘900. Prima non c’era nulla. Solo macchie di pini e distese basse di mirto e erbe d’aromi. Noi le sfioreremo ancora una volta diretti verso il momento del ritorno. L’isola l’abbiamo percorsa e scrutata, annusata e guardata con rispetto. Ma ad esser onesti non sentiamo di averla ancora compresa. L’isola, anzi , le isole non si sono del tutto svelate, quasi con pudore si sono dissimulate in un lampo di sole o in un fremito di vento. Quelli in cui andiamo a perderci per l’ultima volta. Ripetendo che le Sardegna sono tante. Proprio come i sogni; che non possono mai viaggiare da soli.

 Pubblicato da il 24/07/2017 - - ® Riproduzione vietata

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