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Castel Nuovo di Napoli: visita al Maschio Angioino e al Museo Civico

Durante il regno di Carlo I d’Angiò, su progetto dell’architetto francese Pierre de Chaule, a Napoli venne iniziata la costruzione di un “castrum novum”, così definito per differenziarlo da quelli più antichi dell’Ovo e di Capuano. Era il 1279 e la posizione strategica fece del castello, non solo una maestosa residenza reale ma anche un’imponente fortezza. Ma perchè, vi chiederete, si chiama anche Maschio Angioino? E' presto detto: a fine Ottocento, per l'imponenza delle sue torri, assunse questo nome popolare, proprio a ricordo della famiglia francese di Carlo I.

Occupata la città partenopea nel 1266, Carlo I non trovando adeguata alle sue necessità la residenza di Castel Capuano volle farsi costruire una reggia circondata da fortificazioni e in prossimità del mare. Il sovrano scelse una zona fuori le mura dove sorgeva una piccola chiesa dell’ordine francescano che venne demolita e ricostruita in un’altra zona (a spese del d’Angiò): al suo posto si iniziò a edificare il maniero i cui lavori vennero conclusi nel 1282.

Nel castello, che aveva pianta quadrilatera irregolare, quattro torri di difesa, alte mura merlate e un profondo fossato che lo circondava con tanto di ponte levatoio, il regnante angioino non vi abitò mai al contrario del figlio, Carlo II, che vi fece eseguire importanti lavori di ampliamento.

Sotto il regno di Roberto d’Angiò, Castel Nuovo, costruito con chiare fattezze di architettura gotica, venne interessato da ulteriori interventi di abbellimento tanto da farlo diventare un importante centro di cultura frequentato dai più famosi nomi dell’epoca fra cui Giotto, Petrarca e Boccaccio. Lo stesso pittore toscano affrescò la Cappella Palatina con scene del Nuovo e Vecchio Testamento, opere d’arte purtroppo oggi non più esistenti.

Durante la dominazione angioina, le mura di Castel Nuovo ospitarono alcuni noti episodi della storia medievale fra cui il celebre “gran rifiuto” di Celestino V nel dicembre del 1294 a cui seguì la nomina a papa di Benedetto Caetani che divenne Bonifacio VIII.

Alla morte di Roberto d’Angiò il castello venne abitato da Giovanna d’Angiò, donna frivola così come la seconda regina di nome Giovanna, salita al trono nel 1414, che secondo la leggenda faceva uccidere tutti i suoi amanti per evitare che parlassero male di lei.

A indossare la corona di Napoli furono poi gli Aragonesi con Alfonso I, grande mecenate, che ordinò una radicale ristrutturazione del castello facendo erigere all’esterno, fra la Torre di Guardia e quella di Mezzo, un imponente arco di trionfo ad omaggio del proprio ingresso nella città partenopea.

I lavori eseguiti su progetto dell’architetto Guglielmo Sagrera portarono ad una trasformazione di Castel Nuovo che da palazzo medievale divenne una fortezza di età moderna strutturata anche per rispondere alle nuove necessità belliche.

Le caratteristiche costruttive volute da Alfonso I corrispondono abbastanza fedelmente alla fisionomia attuale del “Maschio Angioino” che si presenta con una pianta trapezoidale con una cortina di tufo in cui si immettono cinque torri (di San Giorgio, di Mezzo, di Guardia, dell’Oro e di Beverello) a forma cilindrica (4 in piperno e 1 in tufo) che poggiano su un basamento in cui vi sono camminamenti di ronda. Il cortile è caratterizzato da elementi in stile catalano fra cui la scala esterna in materiale di piperno e il porticato ad arcate ribassate.

Nel corso degli scontri bellici fra francesi e spagnoli il castello venne più volte saccheggiato e depredato dei suoi tesori. L’arrivo dei borboni coincise con il declino della fortezza: le mura con i bastioni del Cinquecento vennero quasi completamente distrutte dopo il 1860, i fossati eliminati, il Baluardo di Santo Spirito cancellato nel 1886, facendo così scomparire una delle più importanti testimonianze dell’arte militare moderna.

Dagli inizi del 1900 alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale Castel Nuovo è stato sottoposto a diversi restauri con l’obiettivo di recuperare per quanto possibile le fattezze volute dagli Aragonesi. Nel 1920 il Comune di Napoli avviò i lavori di isolamento del castello dalle costruzioni limitrofe per valorizzarlo maggiormente; la stessa piazza antistante fu sottoposta ad un’importante ristrutturazione.

Oggi il “Maschio Angioino” ospita eventi culturali e espositivi oltre che essere sede del Museo Civico della città che accompagna in un percorso museale per scoprirne alcune delle bellezze architettoniche e artistiche del centro partenopeo.

La trecentesca Cappella Palatina (o chiesa di San Sebastiano o di santa Barbara), affrescata secondo la tradizione da Giotto e dai suoi allievi, accoglie sculture del Rinascimento napoletano fra cui il Tabernacolo con la Madonna e il Bambino di Domenico Gagini. Sulla parete in fondo alla sacrestia non si possono non notare due Madonne con il Bambino, eccellente opera realizzata dallo scultore Francesco Laurana. La Palatina è anche l’unico elemento superstite del castello angioino sebbene sia stata danneggiata dal terremoto del 1456 e in seguito restaurata.

Sala principale, desiderata da Roberto d’Angiò e affrescata da Giotto attorno al 1330 con le raffigurazioni di alcuni dei più importanti personaggi dell’antichità (da Sansone a Ettore sino ad Achille e Cesare), la Sala dei Baroni è in assoluto la più maestosa ed imponente del castello. Fu denominata così poiché nel 1486 vi vennero arrestati i baroni che avevano preso parte alla congiura contro Ferrante I d’Aragona che li aveva invitati, con un pretesto, alle nozze della nipote. Illuminata dalla luce che vi giunge dal balcone “Trionfale”, è collocata all’angolo della Torre di Beverello ed è ricoperta da una volta di forma ottogonale che poggia su grandi strombature angolari. Fra le opere di maggior prestigio ancora ospitate nella sala c’è il portale bifronte di Domenico Gagini, due bassorilievi con il corteo trionfale di Alfonso d’Aragona e l’ingresso nel castello e una scala a chiocciola in piperno (oggi purtroppo non agibile) che conduce alle terrazze superiori. Danneggiata da un incendio nel 1919, la Sala dei Baroni ha ospitato sino a qualche anno le riunioni del Consiglio Comunale di Napoli.

Sotto la Sala dei Baroni sono stati rinvenuti dei reperti di epoca romana databili fra la fine del I secolo a.C e la seconda metà del V secolo d.C: questo spazio, chiamato Sala dell’Armeria proprio perché vi ospitava l’armeria del castello, venne successivamente utilizzato come necropoli per le sepolture.

Fra i luoghi di culto da visitare ci sono la Cappella di San Francesco di Paola, che nel 1481 ospitò il religioso nel corso di un suo viaggio, dove si possono ammirare tre dipinti su tavola (Visitazione, Annunciazione e Viaggio di Maria a Betlemme) di Nicola Russo e la Cappella del Purgatorio. Quest’ultima venne realizzata fra il 1580 e il 1581 grazie alle trasformazioni del castello avviate dai vicerè spagnoli: con buona certezza si può identificare questo luogo dedicato al culto con la trecentesca Cappella di San Martino Tours, un tempo abbellita con pitture sulla vita del santo. Un’altra testimonianza conferma anche il fatto che in questo spazio all’interno del “Maschio Angioino” venne sepolto Giovanni, fratello del rivoluzionario Masaniello.

E come ogni castello che si rispetti anche nell’imponente struttura partenopea non potevano mancare ampi sotterranei. Sotto la Cappella Palatina si trovano infatti la fossa del coccodrillo e la prigione dei Baroni. Conosciuta anche come fossa del miglio poiché vi veniva depositato il grano della corte d’Aragona, la fosse del coccodrillo veniva utilizzata per chi si macchiava di pene particolarmente severe. Secondo la leggenda fra i prigionieri vi furono sparizioni misteriose tanto da rendere necessaria una maggiore vigilanza. Si scoprì ben presto che le sparizioni erano dovute ad un coccodrillo che raggiungeva quei sotterranei da un’apertura esterna per poi trascinare in mare i malcapitati dopo averli azzannati. Scoperti questi episodi tutti i condannati che si volevano mandare a morte senza suscitare troppi scalpori venivano segregati in questa fossa. Nelle prigioni dei Baroni si possono ancora vedere quattro bare senza iscrizione che probabilmente ospitarono le spoglie dei nobili che presero parte alla congiura del 1485.

All’ingresso di Castel Nuovo si trova anche una porta bronzea commissionata da Ferrante d’Aragona a Guglielmo Monaco attorno al 1475 per commemorare la sua vittoria su Giovanni d’Angiò e i baroni ribelli. Nei bassorilievi della porta, in cui sono descritti gli episodi più salienti dello scontro, spicca in particolar modo una palla di cannone in ferro incastrata nella lamiera. Si pensa che il portone facesse parte del bottino che Carlo VIII fece trasportare in Francia sulla sua flotta che, durante la navigazione, venne attaccata e sconfitta dai genovesi. La porta venne trafitta da una palla di cannone che rimase incastrata nel pannello: successivamente i genovesi, recuperato il bottino, la rimandarono a Napoli.

I due piani del museo ospitano opere di grande pregio. Al primo sono esposte quelle di committenza religiosa (fra cui l’Adorazione dei Magi del Cardisco) e alcune altre di carattere profano come la Natura morta con pesci di Giuseppe Recco. La sezione al secondo piano accoglie invece opere che vanno dal XVIII al XX secolo oltre ad una raccolta di pitture dell’Ottocento napoletano.

Il “Maschio Angioino”, situato in Piazza Castello, si può visitare dal lunedì al sabato dalle ore 9 alle ore 19 (la biglietteria chiude alle ore 18). Il biglietto di ingresso è di 5 Euro per l’intero e di 4 Euro per gruppi di almeno 15 persone.

Per raggiungere il castello con i mezzi pubblici si può prendere dalla stazione centrale l’autobus C55 con fermata in via Depretis oppure la linea R2 con fermata in piazza Trieste e Trento.

Per informazioni +39 081 7957713

 Pubblicato da il 16/10/2014 - 4.124 letture - ® Riproduzione vietata

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