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Calcata (Lazio): visita al borgo hippy degli artisti

Fra i più bei contesti provinciali dell’hinterland di Viterbo, il peculiare borgo di Calcata zampilla di meraviglia nel cuore della Valle del Treja entro un Lazio traboccante di perle urbane non da poco. Il paese in questione, comunque, abbisogna di un sano discorso a parte poiché non è possibile assoggettarlo a nessun ambito troppo generale. Piccolo e unico con i suoi 900 abitanti, Calcata proietta chiunque lo visiti in un mondo dove la storia ha fatto il suo corso bilanciando folclore, usi, costumi e un pizzico di quella magia di cui sembra fatto questo centro a poco più di 40 km dalla Capitale.

Storia di Calcata

La località ha condiviso per secoli il destino dell’intera Tuscia Tiberina fin da un’antichità pregnante nel territorio e le cui tracce ancora oggi rimangono ben visibili, dalla Necropoli di Pizzo Piede ai menhir in prossimità del Monte Soratte, dai resti dell’insediamento indicato dalla torre mozza di Santa Maria al castello con la sua cinta muraria eretto dalla nobile famiglia degli Anguillara.

La sua collocazione su una rupe tufacea spesso soggetta a frane e crolli per via di frequenti terremoti ha per secoli condannato Calcata a un isolamento che ha indotto negli anni ’30 del Novecento la maggior parte dei residenti a “fuggire” 2 km più avanti per formare un paese più sicuro senza incorrere in cattive sorprese di natura geologica. A differenza dell’ascendente Calcata Nuova, il vecchio borgo subì un inevitabile declino accentuato dalla tendenza dei popolani locali a chiamarlo “il paese che muore”, appellativo condiviso con Civita di Bagnoregio. Diventato una sorta di borgo fantasma, Calcata andò incredibilmente incontro a una seconda vita, una letterale risurrezione resa possibile dall’avvento in loco di artisti, artigiani e intellettuali provenienti da tutto il mondo, attratti da quella minuscola località che attendeva solo di essere riqualificata e, soprattutto, ripopolata.

Cosa vedere a Calcata

Così effettivamente avvenne negli anni ’60, ergo questa incantevole e “spettrale” realtà medievale seguitò a risollevarsi insieme al Castello degli Anguillara (avente oggi la fisionomia di un palazzo baronale dove da generazioni si susseguono i pranzi di nozze degli autoctoni uniti in matrimonio), alla torre ghibellina e alla Chiesa del Santissimo Nome di Gesù. Proprio perché ubicato su un’elevata rupe rocciosa, Calcata ha rappresentato e rappresenta tuttora uno dei più emblematici esempi nazionali di paese naturalmente fortificato, quindi in passato non necessitante di troppe difese militari. Ecco allora delinearsi la sua caratteristica morfologia urbana, un rustico costrutto in cui s’inseriscono case scavate nel tufo, viuzze strette di collegamento fra un’abitazione e l’altra, tetre ma bellissime cantine e grotte silenti riconcepite come botteghe artigiane molto particolari.

In un così maestoso e romantico paesaggio da cartolina è inscritto il fantastico Museo Opera Bosco, itinerario creato dagli artisti Anne Demijttenaere e Costantino Morosin sfruttando due ettari di vegetazione selvatica immergente quaranta opere dai diversi soggetti il cui messaggio punta alla tutela e valorizzazione del territorio, delle sue definizioni naturali, della sua bellezza. Il tutto è abbracciato dal vasto Parco suburbano della Valle del Treja, il cui Centro Visite si colloca in Piazza Vittorio Emanuele, punto di partenza con guide esperte.

Calcata Magica

Un’aura sottilmente mistica filtra fra le maglie delle credenze popolari che tracciano storie scolpendo le memorie di un passato velato di mistero, ricco di leggende come quella del prepuzio di Gesù che, dopo essere gelosamente conservato dalla Vergine Maria, si perse nei tempi per poi rispuntare in epoca medievale nelle mani di Carlo Magno che, si dice, lo ricevette da un angelo. Ebbene, la storia non finisce qui, infatti la reliquia venne nascosta a Roma ma sottratta da un lanzichenecco nel corso del famigerato Sacco e deposto segretamente in una grotta di Calcata, protetto in uno scrigno che nessuno riuscì mai ad aprire a eccezione di una giovinetta dall’animo puro.

Calcata, da quanto si è visto, non conosce e non conoscerà mai il termine “normalità”, molto più avvezzo invece al concetto di “straordinarietà”. Questo tratto non è sfuggito alla Settima Arte, sicché il paese venne considerato a ragione teatro ideale in cui ambientare parte di pellicole memorabili come “Amici miei” (Mario Monicelli, 1975) e “La mazzetta” (Sergio Corbucci, 1978).

Locali tipici di Calcata

Il “borgo degli artisti”, come viene denominato Calcata, è stato insignito del prestigioso riconoscimento della Bandiera Arancione e ogni anno alcuni turisti vi soggiornano pernottando nelle graziose case tufacee e vivendo una seconda era da hippies, considerando che qui si è costretti a scollegarsi dall’era moderna perché cellulari, smartphone e apparecchi tecnologici connessi alla rete non prendono. In questo modo si torna ad assaporare la vita di un tempo e… anche gli oltre cento tipi di tè offerti dalla Sala del Tè, un localino a misura di avventore. Non mancano nemmeno i ristoranti, quindi perché non provare i tipici piatti della Tuscia al Ristorante La Piazzetta, alla Latteria del Gatto Nero o ai Tre Monti, tutti situati a Calcata Vecchia? Si può ammirare il borgo con un profilo diverso durante la due giorni dell’allegro Carnevale, che si festeggia l’1 e 2 marzo di ogni anno.

Come arrivare

In auto dal Grande Raccordo Anulare di Roma imboccare dopo l’uscita 5 la SS 2bis Cassia Veientana, uscire a Mazzano Romano e seguire le indicazioni per Calcata; i pullman Cotral partono ogni 50 minuti dalla stazione di Saxa Rubra, raggiungibile con la linea ATAC 232; stazione ferroviaria e aeroporto si trovano ovviamente a Roma.

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