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Le foto di cosa vedere e visitare a Tursi

Tursi (Basilicata): la visita alla Rabatana e al borgo collinare

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Tursi è un grazioso borgo medievale della provincia di Matera sorto intorno al V secolo, verosimilmente ad opera dei Goti, i quali nel 410 d.C. distrussero il vicino villaggio di Anglona per poi erigere non lontano il Castello attorno al quale è andata formandosi l’attuale città. Avrete sicuramente notato questo borgo al cinema: Tursi è una delle tappe del viaggio di Rocco Papaleo, uno dei luoghi del film Basilicata coast to coast.
Numerosi popoli e culture si sono incontrati in questo ameno territorio collinare, a metà fra le dolci montagne della Basilicata e la costa ionica.

I primi invasori furono i Saraceni provenienti dall’Africa che in circa 25 anni conquistarono il Metapontino, appropriandosi anche di Tursi, all’epoca nota come Rabatana, in ricordo del borgo arabo Rabhàdi da cui provenivano i nuovi abitanti. La presenza araba fu molto importante e numerosi sono i segni rimasti della loro occupazione. Tuttavia sul finire del IX secolo i Bizantini riuscirono a scacciare il nemico e gettarono le basi per un serio e ingente sviluppo che interessò tutti i settori. È in questo periodo che il borgo prende il nome di Tursikan, dal nome di Turcico, all’epoca proprietario della zona. La prosperità di questi anni è tale che nel 968 il borgo diviene capoluogo del thema di Lucania.

Sono infine i Normanni a battezzare definitivamente il territorio come Tursi, quando dopo l’anno Mille, arrivano in massa nel sud Italia. Anche quest’ultimi contribuirono notevolmente allo sviluppo della città, attraverso un costante interessamento e finanziamento per le opere più importanti. Lo stessero fecero Svevi e Angioini.
Nel 1400 gli ultimi cittadini di Anglona si spostano a Tursi e l'antico villaggio poco alla volta scompare. A testimonianza dell’antico villaggio rimane esclusivamente il Santuario, oggi inglobato nel territorio del comune tursitano, e nel 1546 la diocesi di Anglona viene trasferita a Tursi.

La seconda metà del XVI secolo è il periodo del dominio della casata dei Doria, poiché Carlo V assegna ad Andrea Doria il Principato di Melfi. È così che nel 1594 il duca di Tursi diviene Carlo Doria, il quale si occupò di un’importante opera urbana: fece costruire una grande scalinata in pietra al posto di un pericoloso passaggio nel rione Rabatana.
Il secolo successivo è un periodo infelice per i tursitani, numerosissimi sono infatti i deceduti a causa di peste e colera, molti sono quelli costretti ad emigrare.
Il ‘700 è infine il periodo in cui la casata genovese perde il controllo della zona e tutti i suoi terreni vengono venduti alle nobili famiglie dei Donnaperna, Picolla, Panevino, Camerino e Brancalasso.

Oggi Tursi è un comune che conta circa 5000 abitanti e che custodisce al suo interno paesaggi incantevoli e una storia ricca ed importante, purtroppo spesso dimenticata.
Chi visita Tursi deve sapere che il suo territorio è diviso in tanti Rioni, ciascuno ben delimitato e con precise caratteristiche. Il più antico di essi è il rione Rabitana, il più antico e sorto intorno al Castello fra V e VI secolo. Qui è possibile ammirare i resti del Castello gotico, del quale sono arrivati intatti fino ai primi del Novecento solo i cunicoli sotterranei. Stando alle ricostruzioni, l’edificio, a pianta quadrangolare, contava due piani e aveva quattro torri cilindriche a tre piani mentre le mura ospitavano un giardino, le cantine e le abitazioni dei baroni. Probabilmente vi si accedeva per mezzo di un ponte levatoio. Gli scavi archeologici hanno permesso di ritrovare interessanti tracce della vita nel castello, come anfore e gioielli o palle ogivali di piombo con le scritte «eiethide» e «apnia», ammirabili presso il Museo Archeologico Nazionale Della Siritide di Policoro. In tempi successivi il Castello venne anche utilizzato come fortezza e si racconta che un cunicolo segreto lo colleghi alla Chiesa di Santa Maria Maggiore.

Anch’essa sita nello stesso rione, fu eretta fra X e XI secolo ma a causa dei ripetuti interventi di restauro ha perso il suo aspetto originario. Attualmente si presenta con facciata quattrocentesca ed interni barocchi. Le tre navate con soffitto a cassettoni e transetto sono interamente decorate con affreschi, dipinti ed importanti arredi. Si noti ad esempio la fonte battesimale in pietra lavorata e con cupola tronco piramidale in legno massello del XVI-XVII secolo, l’acquasantiera, anch’essa in pietra lavorata, del ‘500, o il più antico crocifisso ligneo quattrocentesco. Gli elementi pittorici risalgono alle più disparate epoche: si va dal trittico trecentesco posto infondo alla navatella di sinistra alle novecentesche pitture del coro. Dalla Cappella si accede al presepe in pietra costruito fra 1547 e 1550 dallo scultore Antonello Persio, importante artista locale. Nel 1546 la chiesa diventa Collegiata Insigne.

Muoversi in questo rione vuol dire passeggiare fra le abitazioni più antiche ed umili, camminando in strette vie di pietra. Profondi burroni circondano interamente questa zona di Tursi ed è proprio fra questi che il duca Doria fece costruire la bella gradinata, chiamata “petrizze”. Essa poggia su di un costone di timpa ed è stata modellata su di un precedente selciato in pietre calcaree, estremamente pericoloso. Il “petrizze” conta, non a caso, lo stesso numero di scalini di Palazzo Tursi a Genova, antica proprietà dello stesso duca.
In cima ad essa si trova il Picciarello, un bel pezzo di terra che offre interessanti scorci paesaggistici.

A seguire si trova il rione San Michele che prende il suo nome dall’omonima chiesa. Entrambi sorgono nel X secolo e qui ha avuto luogo il sinodo dei vescovi del 1060. La chiesa di San Michele Arcangelo fu cattedrale fino al 1545. In questo rione si trova Palazzo Latronico, il più grande di Tursi. Esso è caratterizzato da un ampio atrio con annessa gradinata in pietra più una grande torre del belvedere. Il rione San Michele coincide fondamentalmente con il centro storico e qui si torva la casa natale di Albino Pierro, un importante poeta dialettale che ha scritto incantevoli liriche, spesso ispirandosi alla sua Tursi, conosciute oggi in tutto il mondo.

La dimora, chiamata affettuosamente “‘U Paazze” dal poeta è oggi sede della Biblioteca pubblica e da essa si gode di un bel panorama sul torrente Pescogrosso, sul convento di San Francesco e sui burroni del rione Rabatana.

A seguire ci si sposta verso Piazza del Plebiscito, su cui si affaccia la Chiesa di San Filippo, il santo protettore della città. Datata 1661, si presenta con la sua elegante facciata barocca ed è costituita da tre navate, ciascuna decorata con pregiate opere di Francesco Oliva, artista locale. È questa chiesa a dare il nome al rione che fino al secolo scorso veniva ritenuto il centro del paese, in quanto è qui che si trovavano gli uffici pubblici principali. A prevalere sono le strette viuzze in pietra e le antiche case fra cui spicca il Palazzo del Barone Brancalasso, famoso per la sua storia misteriosa.
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Secondo la leggenda, infatti, l’intero edificio fu realizzato in una sola notte da un gruppo di diavoli, i quali, bloccati per sempre sulla terra, rimasero sulla loro “dimora” sotto forma di statue. La realtà è ovviamente diversa ma le statue esistono realmente: rappresentano però la giustizia, la pace e la carità.

Il rione più caratteristico del paese è invece Petto, dove le case sono mirabilmente addossate fra di loro e tutte insieme si stringono alla ripida collina sottostante. Degradando progressivamente dalla parte alta alla parte bassa del paese, le vie di ciottoli ci portano nel rione Santi Quaranta, il più moderno, in cui dominano i tipici palazzi popolari di fine anni settanta. A renderlo speciale è il bell’ascensore panoramico che porta da Piazza San Sebastiano al soprastante Pizzo delle Monachelle, del sovrastante rione Petto. Il suo nome - Santi Quaranta - deriva dalla piana omonima in cui è sorto, seguendo il corso del torrente Pescogrosso, sulla sponda sinistra del quale sorge anche il rione Sant’Anna, in cui l’architettura segue quella del vicino Santi Quaranta e in cui il 20 di ogni mese si svolge il grande e folkloristico mercato. Sulla sponda destra del torrente si trova invece il rione Piana, semplice e tranquillo, caratterizzato dalle costruzioni prevalentemente in tufo e dalle pavimentazioni in pietra. A separare questo rione dal rione Costa, ai piedi della collina di San Rocco, è la grande Via Roma, corso principale della città.

Rimane infine il rione Cattedrale che ha con il tempo inglobato i vicini rione Catuba e Vallone. È qui che si trova la Cattedrale dell’Annunziata, affacciata sull’omonima piazza in cui si trovano gli edifici pubblici più importanti, come il Municipio. L’intera piazza è stata costruita nel secondo dopoguerra e, in seguito a progressive modifiche, è divenuta il vero cuore cittadino. Poco distante da essa si aprono anche Piazza Cattedrale, Piazza del Mercato Coperto, Piazza del Monumento e Piazza Terrazzo sul Pescogrosso.

La Chiesa della Santissima Annunziata venne costruita nel XV secolo partendo da quella che è ora la sua sagrestia. Quest'ultima infatti fu eretta il secolo precedente, quando la popolazione tursitana era aumentata fortemente e iniziava a farsi sentire la mancanza di un luogo di culto nella parte bassa della città. La costante crescita degli abitanti determinò poi la nascita della nuova e più grande Chiesa, inizialmente dedicata alla Madonna dell’Icona. È nel 1546 che viene elevata a Cattedrale, prendendo il posto di San Michele Arcangelo, giudicata più piccola e scomoda da raggiungere. Numerosi sono stati gli interventi che ha subito nel corso degli anni, in particolare dopo la serie di incendi che nel 1988 la distrussero quasi interamente. Dell’aspetto originario rimane la pianta, a croce latina, e la suddivisione degli spazi, caratterizzati da belle colonne con arco a tutto sesto. L’altare maggiore, centrale, è dedicato alla Madonna di Anglona. Il presbiterio è ben delimitato grazie alla sua posizione leggermente elevata rispetto alle navate. Diversi sono gli elementi decorativi che animano lo spazio ma rimangono certamente pochi rispetto a quelli che vi erano presenti prima dei tragici incendi. Per cercare di rievocare l’antico splendore del luogo è stato collocato un importante portone bronzeo di grande valore sul quale sono raffigurate varie scene evangeliche e un ritratto di San Filippo Neri e della Vergine; e un nuovo organo è andato a sostituire quello settecentesco, irrimediabilmente danneggiato.

La cattedrale è da sempre uno dei luoghi di culto a cui i tursitani si sentono maggiormente legati ed ancora oggi, il 24 marzo, Tursi si illumina interamente con i falò accesi in onore della Vergine e della sua Chiesa.
Un’altra ricorrenza particolarmente sentita dalla popolazione è poi la Festa della Madonna di Anglona, celebrata l’8 settembre in memoria di un miracolo mariano avvenuto nei pressi del Santuario della piccola frazione. È questo il monumento più significativo del territorio, si trova su di una collina a 263 m s.l.m., in una posizione molto suggestiva. Venne eretto probabilmente fra XI e XII secolo, come ampliamento di un precedente e più antico edificio che corrisponde oggi alla cappella dell’oratorio. La struttura è interamente in tufo e travertino ed è caratterizzata dal bel contrasto cromatico delle pietre che gioca con gli intagli, le lesene e i vari piccoli elementi architettonici. L’ingresso è protetto da un pronao decorato con piccole formelle con bassorilievi. A croce latina con navata centrale, la chiesa è delimitata internamente da un doppio ordine di cinque arcate con pilastri, da cui nascono archi a tutto sesto da un lato e archi ogivali sull’altro. Numerosi affreschi sono stati recentemente restaurati e contrastano con la nudità della parete di sinistra, danneggiata enormemente da un crollo. Nel complesso, dall’esterno, l’edificio è caratterizzato da un notevole movimento, dato dall’incastro dei vari volumi che compongono nell’insieme l’intero edificio.

L’ultima domenica di aprile il Santuario e la Cattedrale sono le protagoniste della processione che vede attraversare la città accompagnando la Madonna di Anglona nella Chiesa della Santissima Annunziata.
Probabilmente chi vive lontano dalla Basilicata non conosce Tursi e difficilmente ne ha sentito parlare ma si tratta di uno dei tanti borghi medievali di cui la nostra penisola è piena e che troppo spesso sono dimenticati.

Visitare il paese richiede una giornata di piacevoli passeggiate fra le calde stradine del centro, all’ombra delle antiche dimore. Passando dai rioni più moderni fino al cuore vero della città, si ripercorrono i secoli più importanti della storia del meridione. Assolutamente fondamentale è assaporare le tante prelibatezze della cucina tradizionale, fatta prevalentemente di elementi poveri, del mondo contadino. Tipiche e deliziose sono le focacce, spesso farcite con il peperone. Molto utilizzata è la carne ovina, da accompagnare con il Matera DOC. Da non dimenticare è una scorta di Arancia Staccia, una varietà di arancia presente solo nel territorio tursitano, caratterizzata da una forma piatta e schiacciata ai poli, dal sapore dolce ed inconfondibile.
Tursi, data la sua posizione invidiabile, può essere la meta ideale per una giornata di scoperta all’interno di una vacanza sulla vicina costa ionica o semplicemente può essere considerata il luogo ideale per una giornata all’insegna del riposo, della bellezza e della tranquillità.

Come arrivare
Provenendo da nord - ovest è possibile raggiungere Tursi percorrendo l’Autostrada Salerno - Reggio Calabria uscendo a Lauria Nord, imbocco Fondovalle Sinnica direzione SS 106, uscita Tursi.
Chi arriva da nord - est deve invece percorrere l’A14 fino a Taranto. Da qui prendere la SS 106 Jonica Taranto Reggio Calabria, imbocco Fondovalle Sinnica, uscita Tursi.
Da Sud è consigliabile percorrere l’A3 fino a Tarsia Nord. Da qui si prosegue sulla SS 534 e SS 106 Jonica fino a destinazione.
La stazione è la Policoro-Tursi collegata sia al versante ionico - tramite la linea Napoli - Reggio Calabria - , sia al versante adriatico - tramite la linea Foggia - Potenza.

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