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Itinerario nel Parco Naturale delle Dolomiti Friulane


Sono tanti i motivi che spingono esperti escursionisti e semplici turisti a visitare le Dolomiti Friulane. Uno di questi è la loro oggettiva bellezza. Eppure, da sola, forse potrebbe non bastare. Anche la presenza della catena montuosa nella lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO è certamente un ottimo volano di promozione del territorio, ma ancora non abbiamo centrato il punto.

È solo andandoci di persona e vivendo almeno qualche giorno tra le valli che si intuisce come il discorso sia più ampio: le Dolomiti Friulane racchiudono un mondo talmente vasto di natura incontaminata, storia, lingue, genti, tradizioni, saperi e sapori che a tratti confonde il turista meno attento. I toponimi hanno infatti suoni strani, i torrenti che scendono dalle montagne sono tanti e le loro acque cambiano continuamente colore a seconda della luce e degli scorci. Ancora: le valli – talvolta strette e nascoste – si rincorrono offrendo scenari completamente diversi nel giro di pochi chilometri e la lingua friulana, nelle sue innumerevoli varianti dialettali, non lascia scampo a chi viene da lontano. Niente paura, però: la gente è cordiale e fa di tutto per fare sentire gli ospiti a casa propria.

Siamo nel comprensorio montano immediatamente a nord dell’alta pianura friulana, tra le province di Pordenone e di Udine. È in questo territorio che è stato istituito il Parco Naturale delle Dolomiti Friulane il quale, con un’area di 36.950 ettari, è anche il più esteso dei due Parchi del Friuli Venezia Giulia.
L’area protetta comprende la Valcellina (comuni di Andreis, Cimolais, Claut, Erto e Casso), l’Alta Valle del Tagliamento (comuni di Forni di Sopra e Forni di Sotto) e i territori che confluiscono verso la Val Tramontina (comuni di Frisanco e Tramonti di Sopra). Ai margini di questo territorio si trova anche la Riserva Naturale Regionale Forra del Cellina (304 ettari), che è a sua volta gestita dall’Ente Parco.

Durante il nostro itinerario abbiamo visitato alcuni dei principali luoghi d’interesse delle valli delle Dolomiti Friulane prendendo come base logistica la cittadina di Maniago, storica sede delle coltellerie più famose d’Italia, e muovendoci da lì alla scoperta del territorio.
Ovviamente sarebbero stati necessari più giorni per scoprire altri posti di cui abbiamo solo sentito parlare; non abbiamo avuto l’occasione, questa volta, di spingerci fino a Cimolais per vedere il famoso Campanile – una guglia rocciosa che si erge sulla Val Montanaia – o l’impronta del dinosauro tridattile impressa su una roccia in località Casera Casavento, nel comune di Claut. All’appello ci manca anche l’Alta Valle del Tagliamento, dove il Truoi dai Sclops è uno dei sentieri naturalistici più spettacolari della zona.
Abbiamo quindi una scusa più che valida per tornare in Friuli prossimamente, ma nel frattempo ecco qualche spunto che potrà essere utile per organizzare il vostro prossimo viaggio.

Maniago


Prima di partire per l’alta quota, spendiamo qualche parola su Maniago. Siamo al di fuori dei confini del Parco e, per chi arriva dalla pianura, è questa la porta d’accesso ai monti.
Il paese si estende su una zona pianeggiante tra i torrenti Cellina e Còlvera, ma è proiettato verso la montagna: le sagome delle Prealpi Carniche dominano infatti l’abitato a nord e suggeriscono al visitatore che il paesaggio, da lì in avanti, cambierà completamente. Prima però di addentrarci tra valli e sentieri, merita una visita il locale Museo dell’Arte Fabbrile e delle Coltellerie ospitato nella sede dell’antica fabbrica del Co.Ri.Ca.Ma. in funzione fino agli anni ‘70, dove oggi si trovano anche gli uffici dell’Ecomuseo Lis Aganis, che si occupa della promozione del territorio e dove si possono avere informazioni utili per la visita e le attività nella zona delle Dolomiti Friulane.

Dove mangiare: a chi sosta in città consigliamo la Trattoria Alla Casasola, che propone specialità tradizionali, tra cui l’immancabile Pitina IGP, oppure alla Trattoria Ai Cacciatori, nella vicina località di Cavasso Nuovo.

Diga del Vajont


Parlare della Diga del Vajont non è mai semplice e si rischia di cadere nella retorica.
Ovviamente la tragedia del 9 ottobre 1963 – quando una frana si staccò dal Monte Toc e precipitò sul sottostante lago artificiale nato in seguito alla costruzione di quella che, allora, era la diga più alta del mondo (261,60 metri), generando una gigantesca onda che velocemente travolse il paese di Longarone e altre località della valle del Piave, uccidendo sul colpo quasi 2.000 persone – è ancora oggi motivo di interesse e curiosità per oltre 100.000 visitatori ogni anno, che giungono nel comune di Erto e Casso per percorrere il coronamento della diga, camminare sulla frana o, più semplicemente, vedere con i propri occhi i luoghi teatro di questa disgrazia provocata dall’uomo.

Tralasciando i numeri, le emozioni che si provano arrivando qui sono molto forti e lasciano il segno: si rimane a bocca aperta scorgendo già da lontano la cicatrice creata dal distacco dei 2 km di montagna franati dal Monte Toc, per poi cercare di immaginare tutto ciò che successe quella sera del 1963.
È difficile farsi un'idea dell’onda che si innalza in cielo, con una parte che rimbalza contro la falesia sulla quale è costruito il borgo di Casso e un’altra, ancora più grande e potente, che scavalca la diga e si incanala nel canyon prendendo velocità fino a trovare uno sbocco naturale nella piana che si trova centinaia di metri più a valle, dove distrugge ogni cosa.
Si passa così allo stupore nel vedere la diga ancora al suo posto – che però non contiene più un lago, ma una montagna di terra e roccia franata – e poi alla paura nel guardare la strettissima forra del torrente Vajont dove sembra di precipitare nel vuoto. Attraversando la diga si rimane senza fiato e non c’è voglia di parlare: si volge ripetutamente lo sguardo a destra e a sinistra, osservando da un lato l’antico invaso oggi ricoperto dal bosco e, dall’altro, al termine della gola, il moderno paese di Longarone, interamente ricostruito.
Giunti sul versante opposto, dove sorgeva la vecchia stazione di controllo spazzata via dall’acqua, con lo stomaco chiuso si ascolta il racconto dei fatti che precedettero e seguirono la tragedia. Ora è soprattutto la rabbia a prevalere, non solo perché i segnali dell’imminente crollo erano evidenti, ma anche perché si diede la priorità a interessi economici e politici a discapito delle vite umane. È doveroso rimarcare che a pagare penalmente non fu praticamente nessuno, come se non fosse accaduto niente; i responsabili del disastro sono rimasti pressoché impuniti dalla giustizia, anche se – questa è una certezza – i loro nomi coperti di vergogna sono ormai parte della Storia italiana.

Si finisce la visita, per fortuna, immergendosi nella natura, dove si riprende a respirare mentre si cammina sulla frana; alcuni alberi sono gli stessi che scesero con la montagna nel 1963, e li si distingue perché piegati o completamente stesi, eppure ancora vivi.
Le emozioni, come detto, sono forti ma personali. In ogni caso, a livello pratico, dalla SR251 della Val di Zoldo e Val Cellina che passa qui accanto si può chiaramente vedere lo scenario completo della Diga del Vajont, del Monte Toc e della frana, ma per meglio comprendere la vicenda consigliamo di partecipare alla visita guidata al coronamento della diga con gli informatori della memoria, che si effettua solo prenotando online a questo indirizzo.
Per completare l’esperienza, il centro visite di Erto è il più importante e completo luogo di documentazione sulla tragedia del Vajont, con mostre fotografiche e spiegazioni tecniche sulla vicenda.

Dove mangiare: probabilmente, dopo una visita, avrete voglia di tornare alla normalità. Si può fare in tanti modi, magari a tavola; a chi decide di fermarsi a Erto per un pranzo o una cena con cucina locale consigliamo la Trattoria Julia.

Frisanco, Poffabro e Navarons


Chi ama visitare i paesini di montagna può senza dubbio passare da Frisanco e soprattutto dalla sua frazione Poffabro, considerato tra i borghi più belli del Friuli Venezia Giulia e d’Italia.
Siamo ad appena 9 km da Maniago e le due località si possono raggiungere in auto o con altri mezzi, ma a noi è piaciuta l’idea di muoverci nel territorio con le moderne ebike, che permettono di godersi la natura e i paesaggi senza fare troppa fatica.
Con un giro a Frisanco si può ammirare la tipica struttura delle casette in pietra, ma in particolare merita una visita il piccolo museo “Da li mans di Carlin”, che accoglie gli incredibili lavori realizzati da Carlin, un signore che si è spento a quasi 100 anni e che negli ultimi 40 anni della sua vita si è dedicato a ricostruire pazientemente nei minimi dettagli, in scala 1/10 e rigorosamente a mano, le case, gli arredamenti, il battiferro, il forno, il mulino, la chiesa e gli altri luoghi simbolo della civiltà contadina ormai scomparsa della Val Colvera.

In pochi minuti di pedalata ci si muove da un borgo all’altro, magari allargando il giro per passare anche dall’abitato di Valdifrina. Giungendo a Poffabro sembra proprio di compiere un viaggio nel tempo: di origine medievale, il paesino ha conservato lo stile architettonico peculiare delle sue abitazioni con i deliziosi ballatoi in legno ricoperti di fiori. Nel periodo natalizio, inoltre, il borgo si trasforma per accogliere la manifestazione Poffabro, presepe tra i presepi, dove ogni angolo e anfratto del villaggio ospita un presepe realizzato dalla gente del posto e dalle tante persone che portano qui le proprie creazioni.

Pedalando per altri 5 km si giunge a Navarons di Meduno, minuscolo villaggio di 100 abitanti noto alle cronache per i moti insurrezionali dell’autunno del 1864, quando la gente del posto, guidata dal dottor Antonio Andreuzzi, si organizzò per attaccare le guarnigioni austriache in Friuli e costringere così l’esercito regio a un’ultima guerra che liberasse il Nord-Est dal dominio straniero. La storia della banda di Navarons, dell'intrigante logistica e della complicità degli abitanti che non fecero la spia, è ben raccontata nel percorso espositivo nella locale Casa Andreuzzi, che conserva i cimeli e l’archivio del dottore, nata proprio per tramandare la memoria dei Moti friulani.
Per quanto piccolo, Navarons è anche il paese natìo della madre della poetessa Novella Cantarutti (1920-2009), studiosa delle tradizioni e della lingua friulana, che fu particolarmente legata al borgo, di cui celebrava il dialetto locale – contraddistinto da una particolare musicalità – nelle sue poesie.

Dove mangiare: ottima cucina locale e una splendida vista sulla valle si possono trovare alla Trattoria La Pignata, a Poffabro.

Le Pozze Smeraldine in Val Tramontina


Prima del 2014 era un luogo come tanti dove fare il bagno in estate. I friulani lo frequentavano da sempre senza fargli troppa pubblicità, e soprattutto senza avergli dato un nome particolare.
In quell'anno il tabloid inglese The Guardian inserì questa località del comune di Tramonti di Sopra in una speciale classifica sulle piscine naturali più belle d’Italia, denominandole “Emerald Pools” (Pozze Smeraldine). Da quel momento è cambiata la sorte di questo tratto del corso del torrente Meduna, che si è trasformato in una meta gettonatissima nei mesi più caldi dai turisti, che giungono non solo da tutta Italia, ma anche dall’estero per vivere una giornata di refrigerio e scattare qualche foto particolarmente Instagrammabile.
Il nome suggerisce già cosa ci si deve aspettare: l’acqua qui ha effettivamente riflessi color smeraldo e corre tra le rocce bianche della vallata dando vita a pozze che sono particolarmente invitanti nei mesi più caldi. La temperatura dell’acqua è decisamente fredda, ma il piacere di tuffarcisi è impagabile.

Come arrivare alle Pozze Smeraldine: giunti a Tramonti di Sopra, si lascia l’auto nel parcheggio in paese, da dove si prosegue a piedi, inizialmente lungo la strada asfaltata seguendo le indicazioni per le pozze.
Superata la chiesa della Madonna della Salute si prosegue su via Pradiel fino a lasciarsi alle spalle l'abitato, lungo la strada bianca in mezzo alla natura. Durante il cammino, con il corso del torrente alla nostra sinistra, si passa dalla Sorgent dala Sgurlina, dove si può fare rifornimento d’acqua, e si continua a camminare fino a giungere al greto del Meduna,dove si susseguono le pozze. Il corso d’acqua e i suoi colori sono ben visibili già durante il percorso e si può decidere dove fermarsi a seconda dei propri gusti. Dal parcheggio alle Pozze Smeraldine si possono considerare circa 40 minuti di cammino.
Per chi vuole, è possibile proseguire il giro sul sentiero 386 che conduce al villaggio abbandonato di Frassaneit e, oltre, al Lago del Ciul (circa 2 ore e 30 minuti di camminata in totale, sola andata).

Dove mangiare: siamo immersi nella natura e qui, fortunatamente, non ci sono bar, chioschi né ristoranti. È quindi necessario organizzarsi portando il cibo da casa, ricordando che non è possibile accendere fuochi per la griglia e che al termine della giornata è doveroso portare via la propria spazzatura.

Il Ponte Tibetano sulla Forra del Cellina


Nel comune di Barcis il lago omonimo è stato creato artificialmente con la costruzione della diga di Ponte Antoi per scopi idroelettrici negli anni Cinquanta. Lo sbarramento ha infatti interrotto il corso del torrente Cellina, che nel corso della sua storia millenaria ha scavato un canyon nei calcari dell’era cretacica tra Barcis, Andreis e Montereale Valcellina.
Recentemente lungo la Vecchia strada della Valcellina è stato realizzato un ponte tibetano che permette, durante la bella stagione, di attraversare la forra e di godere di una vista unica sul canyon e sulle acque azzurre del torrente sottostante sospesi a un’altezza di 20 metri. Il ponte è lungo circa 50 metri e si percorre solo muniti di una speciale imbragatura e accompagnati da una guida.
Si tratta di un’attrazione divertente, piacevole e alla portata di tutti (l’accesso, comprensivo dell’equipaggiamento, costa solo 3 euro) per trascorrere qualche ora nella natura, magari a completamento di un’escursione lungo il Sentiero del Dint e il Sentiero delle Grotte nella Riserva Naturale Forra del Cellina.
Maggiori informazioni sono disponibili al tel. 0427 76069, oppure chiamando lo IAT di Barcis (0427 76300) o ancora sul sito dell’Ecomuseo Lis Aganis.

Informazioni utili e contatti per organizzare il viaggio

Concludiamo il nostro racconto del viaggio tra le principali attrazioni del Parco Naturale delle Valli e delle Dolomiti Friulane con alcuni link e contatti utili. Ti piace viaggiare? Visita il nostro canale dedicato agli itinerari in Friuli-Venezia Giulia.
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