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Tour nella regione della Jungfrau in Svizzera

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Partenza da Milano alle 11:53 e arrivo a Grindelwald alle 15:09: poco più di tre ore di viaggio rilassante in treno e siamo già in un altro mondo, ai piedi di cime spettacolari che hanno fatto la storia dell'alpinismo e che rappresentano l'essenza stessa del paesaggio alpino.

Grindelwald è una cittadina svizzera di poco più di 4000 abitanti sovrastata dall'imponente mole della cosiddetta “Trilogia Bernese”: l'Eiger, il Mönch e lo Jungfrau, nell'ordine in cui si vedono da sinistra a destra passeggiando per il paese.

La prima vetta è caratterizzata dalla difficilissima parete nord, per anni rebus insolubile per i migliori alpinisti del mondo e luogo dove molti scalatori del secolo scorso hanno perso la vita nel tentativo di violarla.

Il Mönch è il classico vaso di coccio in mezzo, anche geograficamente, a vasi di ferro: non è la più alta ed è di gran lunga la cima più facile da scalare. L'altra montagna è lo Jungfrau, su cui di dilungheremo in seguito visto che siamo qui soprattutto per lui ma è già pomeriggio inoltrato ed è meglio rimandare a domani il nostro incontro con questo colosso di roccia e ghiaccio.

Abbiamo però il tempo per una visita abbastanza inconsueta nello stabilimento in cui viene costruito il velogemel (http://www.velogemel.ch/), una curiosa “bicicletta da neve” con delle lame al posto delle ruote, tutt'ora abbastanza diffusa da queste parti. Viene ininterrottamente prodotta dal 1911, anno in cui Christian Bühlmann, un falegname dall'ambulazione compromessa da una polio giovanile e che, causa la perdita successiva di una mano, aveva difficoltà anche con gli sci, decise di costruire qualcosa che gli permettesse di velocizzare le discese a valle in un'epoca in cui le strade non venivano immediatamente ripulite come oggi.

Una volta veicolo unicamente utilitaristico, il velogemel continua ad avere un suo pubblico, anche se ora viene utilizzato prevalentemente nel tempo libero. Ideale per essere usato nelle piste da slitta, ogni anno qua si tiene un campionato mondiale con partecipanti principalmente svizzeri anche se con un numero di stranieri crescenti. Alle parti di discesa sono alternate parti in piano, dove bisogna spingere con le gambe, per sfruttare appieno la versatilità del mezzo rispetto, ad esempio, a una slitta. È possibile acquistarlo a un prezzo attorno ai 600 €, anche se c'è chi se lo costruisce da solo alla meno peggio mettendo pezzi di vecchi sci al posto delle ruote di una bicicletta tradizionale.

Prima di cena ci resta il tempo per una passeggiata a Grindelwald, una cittadina che da sempre vive di turismo ma che, a differenza di altre realtà, non ha ceduto a una cementificazione scriteriata e, pur piena di alberghi, offre ancora allo sguardo dell'avventore un'inconfondibile atmosfera alpina. Del resto, è questo che cercano i suoi visitatori, numerosissimi soprattutto quelli provenienti dall'Estremo Oriente, in primis Indiani e Giapponesi, al punto da esserci un tourist center specifico per gli abitanti del Sol Levante. Peccato solo che il cielo sia grigio e non lasci presagire nulla di buono per l'indomani.

Ceniamo presto, come s'usa da queste parti, al Cafè 3692 (http://www.cafe3692.ch/), una cifra che ricorda l'altezza del Wetterhorn, un'altra delle vette che domina il paesaggio di Grindelwald e alla quale i proprietari paiono affezionati al punto da raffigurarla a grandi dimensioni su una parete. È un ristorantino raffinato, abbastanza in alpe, e già solo a raggiungerlo a piedi ci si predispone per un recupero degli zuccheri nella maniera più piacevole. Ritorniamo alle nostre stanze presso il Belvedere Hotel (http://www.belvedere-grindelwald.ch/), storica struttura recettiva a quattro stelle gestita dalla terza generazione di albergatori che non dorme sugli allori perseguendo con tenacia la massima sostenibilità ecologica, scelta a maggior ragione intelligente in luoghi che basano il proprio reddito anche sulla natura e la qualità della vita.

Il giorno dopo è quello del clou di questo breve tour: lo Jungfrau e la sua ferrovia a cremagliera, la più alta d'Europa e una delle più alte al mondo. Scavata all'interno dell'Eiger e del Mönch per oltre sette chilometri, affronta pendenze anche del 25% e rappresenta una delle più grandi sfide affrontate, e vinte, dall'industria ferroviaria.

Si parte da Grindelwald e salendo veniamo circondati dalla neve e, ahimé, dalla nebbia. A Kleine Scheidegg si cambia convoglio e si prosegue all'interno del tunnel, che costituisce l'80% del percorso, all'interno del quale si può sostare in punti in cui sono stati aperti dei corridoi che portano a delle vetrate panoramiche.

L'arrivo è ai 3.454 metri della stazione di Jungfraujoch, che si fregia del titolo di “Top of Europe”. E qui avviene il miracolo di una mini città in mezzo al ghiaccio. Non solo si può uscire all'aperto e godersi i prevedibili panorami mozzafiato che offre il ghiacciaio Aletsch circondato da maestose vette innevate.

Si può anche visitare il Palazzo di Ghiaccio, costituito da corridoi e stanze scavate nel ghiaccio che esibiscono sculture, dove è consigliato tenersi agli scorrimano per non trovarsi gambe all'aria inaspettatamente.

Non manca il classico bar scolpito nella fredda materia. C'è poi una parte della struttura sotterranea, stavolta non scavata ma edificata, dedicata a chi costruì la ferrovia tra il 1898 e il 1912: l'imprenditore Adolf Guyer-Zeller che la volle fortissimamente e le maestranze che perirono durante la costruzione, in gran parte con cognomi italiani, richiesti in gran numero perché ritenuti i massimi esperti dell'epoca nella costruzione di gallerie alpine.

Vi è poi l'osservatorio astronomico Sphynx, che coi suoi 3.571 metri è il più alto d'Europa e che ospita studenti che però devono rientrare a valle ogni sera (di notte rimane quassù solo un guardiano).

Non possono certo mancare i ristoranti – oltre al ricercato Crystal in cui abbiamo pranzato ce n'è pure uno specializzato in cucina indiana, di nuovo si strizza astutamente l'occhio all'Oriente - i negozi di souvenir, di orologi e di cioccolata. Anzi, non solo la vende, ma la produce proprio qui, la Lindt, come del resto avviene anche per un whisky le cui botti abbiamo visto godersi il fresco in uno dei corridoi del Palazzo di Ghiaccio. Insomma, una risorsa sfruttata al meglio e che convoglia, è proprio il caso di dirlo, più di 800.000 visitatori all'anno, dando lavoro a circa 800 persone in una zona che non ha molte altre risorse oltre a quelle turistiche.

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Torniamo a valle dove ci aspetta un altro treno, stavolta per Meiringen. Qua ci si sposta così e non solo per la proverbiale puntualità, ma anche per limitare l'utilizzo di mezzi individuali allo scopo di preservare la qualità della vita, non solo dell'aria. Del resto, in quanto stranieri, possiamo beneficiare dello Swiss Travel Pass, un biglietto unico dalla validità variabile dai tre ai quindici giorni che permette di salire su tutti i treni, autobus e battelli del paese, compreso anche l'ingresso gratuito in 480 musei. Un'altra delle idee vincenti che rende la Svizzera un paese a misura di turista.

È sabato pomeriggio e una passeggiata ci sta proprio, magari anche solo per curiosare nei negozi ma scopriamo che molti alle 16:30 hanno già abbassato le saracinesche. Strano, qua il sabato chiudono prima che nei giorni feriali: con tutti i soldi che circolano da queste parti verrebbe da pensare che potrebbe essere il momento giusto per spenderne un po'.

L'indomani visitiamo la cascate di Reichenbach, costituite da un serie di salti, il cui più spettacolare è l'ultimo di 120 metri, del fiume Aar. Si può salire a piedi ma è più comodo, e volendo anche romantico, approfittare della funicolare costruita nel 1889. Dotata di un singolo vagone di legno da 24 posti, copre i 714 metri in circa sette minuti. Si scende dove c'è una bella visuale della cascata e sulla parete di roccia opposta si nota una stella bianca.

Con una non impegnativa salita nel fresco dei boschi, scavalchiamo la cascata e giungiamo dalla parte opposta, dove vicino alla stella troviamo anche una targa che racconta della morte di Sherlock Holmes e qui comincia tutta un'altra storia, dove fantasia e realtà si mescolano.

A Meiringen, Sir Arthur Conan Doyle, il celeberrimo inventore del personaggio di Sherlock Holmes e delle sue avventure, veniva in vacanza e a far curare la moglie Louise, affetta da tubercolosi. Mentre la consorte era ricoverata presso l'ospedale (ancora esistente anche se adibito a altro tipo di malattie), Doyle scriveva e nel tempo libero esplorava i dintorni. Fu così che scoprì il luogo ideale dove, dopo circa 25 racconti e una popolarità del suo personaggio più famoso talmente vasta da fargli dire che gli “impediva di pensare a cose migliori”, decise di farlo morire nel libro “L'ultima avventura”. La penna del prolifico scozzese decretò la morte di Holmes il 4 maggio 1891, al termine di una furiosa lotta con l'acerrimo nemico Professor Moriarty che li vide cadere avvinghiati nel vortice delle acque. La stella indica il punto preciso da cui i due precipitarono.

Lo scalpore dell'opinione pubblica inglese non fu inferiore a quello che avrebbe potuto sollevare lo stesso fatto se fosse accaduto a un membro della famiglia reale. Migliaia di lettere di protesta giunsero alla redazione di The Strand, il giornale che pubblicava le avventure di Holmes a puntate. Addirittura molti uomini d'affari della City si recarono al lavoro col lutto al braccio. Doyle, a furor di popolo ma anche di lauti compensi dagli editori, lo fece resuscitare tre anni più tardi, appigliandosi al fatto che il corpo non era mai stato ritrovato e dicendo che nel frattempo il noto detective aveva lavorato in incognito per il governo britannico.

Doyle era uno scrittore “iperrealista” e per dare maggiore credibilità alle sue storie era solito descrivere minuziosamente luoghi realmente esistenti. Ciò fece di Meiringen e dintorni luoghi noti e amati dai tanti appassionati dell'investigatore londinese che, per chi non lo sapesse, hanno l'inglesissimo vezzo di radunarsi in società. Nate già nel 1934, le Sherlock Holmes Societies sono diffuse in buona parte del mondo anche se, ovviamente, la capostipite è quella londinese. Questi simpatici personaggi, spinti da uno spirito goliardico misto a un prendersi terribilmente sul serio tipicamente britannico, da diversi anni inscenano, il 4 maggio, una rappresentazione storica dei fatti finali del libro animata da una settantina di personaggi in abiti di epoca tardo vittoriana, con tanto di manichini sospesi nel vuoto a simboleggiare la tragica vicenda.

Non è un caso se, al di fuori del piccolo museo che raccoglie reperti dell'epoca che avrebbero potuto essere utilizzati da Sherlock Holmes - se mai fosse realmente esistito - e inscena il salotto del celebre detective attentamente ricostruito prendendo come riferimento i testi di Doyle, troviamo un gruppo di questi buffi fan, regolarmente vestiti di tutto punto e giunti dalla Germania. La foto la faccio più volentieri al simpatico interprete teutonico di Sherlock Holmes, con tanto di pipa di zucca e abito in tweed, decisamente più realistico della statua in bronzo a grandezza naturale eretta a poca distanza dal museo.

Meiringen non è nota al mondo solo ai seguaci di Sherlock Holmes, ma anche ai buongustai. Come rivela chiaramente il nome, il luogo è inequivocabilmente legato alla meringa, la leggera e friabile preparazione alla base di tanti dolci. Secondo quanto ci dicono qua, l'inventore sarebbe il pasticciere svizzero di chiari origine italiane Gasparini, che agli inizi del XVIII secolo scoprì per caso il modo per creare questa soffice meraviglia. La offrì alla principessa Maria, promessa sposa di Luigi XV, che s'innamorò del dolce e volle conoscerne l'autore, incontro che avvenne appunto a Meiringen.

Ci rechiamo da Frutal, una pasticceria che ovviamente non può non avere la meringa tra i suoi cavalli di battaglia. Le versioni sono diverse e, nel dubbio, chiediamo la “più tradizionale”. Ci portano una specie di enorme panino in cui le “fette di pane” sono costituito da due enormi meringhe e il ripieno da panna montata. Un alchechengi, qualche fragola e delle cialde cercano di spezzare un po' il dominio del sapore dolce ma lo zucchero è davvero troppo e, dopo un inizio gradevole, finire questo fragile gigante diventa impegnativo. Chiudiamo qui le nostre piccole esplorazioni, letteralmente con un dulcis in fundo.

Ritorno in Italia ancora affidato alle rotaie ma, attenzione, sta per accadere qualcosa di incredibile: il tabellone annuncia che il nostro mezzo ha 15 e poi addirittura 20 minuti di ritardo. Stiamo cercando di capire quali ripercussioni avrà sul nostro rientro questo ritardo, che ci farà sicuramente perdere la prima coincidenza che è appena dieci minuti dopo il nostro arrivo, quando l'altoparlante annuncia che è stato organizzato un treno sostitutivo. Partiamo appena quattro minuti dopo rispetto al previsto, facendo perfettamente in tempo a rispettare tutte le coincidenze.

È vero che la Svizzera è un paese dalle dimensioni non molto vaste e pertanto è più facile da gestire e amministrare ma questo non è che l'ennesimo esempio di come a volte non servano miracoli per far funzionare le cose a dovere. Forse è anche per questa sensazione che le cose seguano il corso che dovrebbero seguire e che c'è rispetto sia per le persone che per la natura che frotte di danarosi turisti orientali portano qua i loro soldi invece che nelle nostre Alpi, che certo per vastità e scenari non sono seconde alle montagne svizzere. Una lezione che dovremmo imparare dagli svizzeri, sicuramente meno goderecci e meno estrosi di noi italiani, ma capaci di sfruttare le risorse turistiche meglio di quanto facciamo noi.
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