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Nel Regno del barocco tedesco: tour tra il Lago di Costanza e la Strada barocca

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Rigore e svolazzi, fantasia e concretezza, ordinatissimi paesaggi rurali e straripanti fronzoli decorativi. È questo binomio, solo apparentemente antitetico, che vi colpirà se, come noi, cercherete di scoprire i gioielli dell'architettura barocca in questo ricco angolo della Germania.

Il barocco è lo stile che è cronologicamente succeduto al Rinascimento, ne è la prosecuzione logica ma anche la reazione: rompe gli equilibri formali, predilige le forme voluttuose e spettacolari, accentua le decorazioni plastiche e esalta il virtuosismo. Ma non è solo bizzarria: dietro al barocco ci sono determinate premesse ideali di ricerca del bello e di affrancamento dalle umane miserie che la Chiesa Cattolica, spintavi anche dalla Controriforma, adottò per suggestionare i fedeli nello scontro con la Chiesa Protestante che si è svolto a queste latitudini, in un'epoca in cui l'opinione pubblica si formava anche così.

Il rigore lo sappiamo, ma la fantasia cosa c'entra coi Tedeschi? Qui un po' di merito ce lo prendiamo noi Italiani. Ammirando a naso in su le splendidamente conservate chiese e monasteri di queste lande, non possiamo fare a meno di notare quante mani di artisti provenienti da quello che Goethe definì “il paese dove crescono i limoni” abbiano lasciato segno del loro passaggio: Giovanni Gaspare Bagnato, di padre comasco, architetto ufficiale dell'ordine dei Cavalieri Teutonici e il figlio Francesco Antonio; Giuseppe Appiani, pittore milanese; Francesco Pozzi e il figlio Carlo Luca, valenti stuccatori ticinesi; Leopoldo Retti, architetto di corte originario della Val d'Intelvi. Quasi un'anticipazione dell'emigrazione delle maestranze italiane in Germania che avrebbe caratterizzato il secolo scorso. Così, quando all'estro latino (ma anche locale) si accoppia il buon senso dei germanici, si compie lo stesso miracolo di quando due genitori di diversi ceppi razziali donano alla propria discendenza il meglio dei propri patrimoni genetici.

L'itinerario è piuttosto raccolto, tra il Lago di Costanza e la Strada del Barocco dell’Alta Svevia, ideale per un week-end lungo o, volendo godersi le cose con più calma, una settimana: noi l'abbiamo percorso in quattro giorni, viaggio da e per l'Italia compreso (partendo da Milano). Giunti a Costanza, abbiamo attraversato il lago (il traghetto trasporta anche le auto, l'alternativa terrestre prevede un meno comodo periplo del lago di una cinquantina di chilometri) e raggiunta Meersburg, dalla quale abbiamo percorso un anello di meno di 200 chilometri con ritorno alla stessa città di partenza e singoli spostamenti al massimo di 50 chilometri.

Il tour prende le mosse dal Lago di Costanza, placido specchio d'acqua che bagna Svizzera, Germania e Austria e che prende il nome dalla omonima tranquilla città turistica, una delle non molte città tedesche scampate ai bombardamenti grazie alla sua posizione in parte in terra svizzera. Infatti, la Città Vecchia sarebbe un'exclave tedesca, se non fosse per i due ponti che, scavalcando il Reno, gli permettono un contatto col suolo germanico. La sosta qui è abbastanza breve: Costanza è gradevole ma è altrove che il barocco offre il meglio di sé.

La prima tappa è l'Isola di Mainau. Posseduta per mezzo millennio dall'Ordine dei Cavalieri Teutonici, il suo cuore è un bel castello barocco a forma di ferro di cavallo, disegnato e costruito tra il 1739 e il 1746 da G.G. Bagnato e contrassegnato da un maestoso stemma del citato Ordine che lo commissionò. La chicca architettonica è costituita dalla chiesa di Santa Maria, primo esercizio del Bagnato in questo tipo di edificio. Piuttosto minuta e anonima esternamente, all'interno rivela la sua anima inconfondibilmente barocca, con affreschi vivaci che si alternano a delicati e candidi stucchi.

Ma è altro che ha fatto meritare a questo posto il soprannome di Isola dei Fiori: i 45 ettari di terra sulla quale si erige sono un'esplosione di vegetazione lussureggiante, corolle e boccioli di tutti i colori e di tutte le fogge, favorita dal clima di tipo mediterraneo che accarezza l'isola. Coloratissimi tulipani, giganteschi alberi, orchidee e rose in centinaia di varietà e tinte sono solo una parte di quello che la famiglia dei conti Bernadotte, imparentata con la casa reale svedese e proprietaria dell'isola dal 1853, ha pazientemente costruito nel tempo e che, a proposito di concretezza teutonica, rende l'isola un'irresistibile attrattiva turistica economicamente autosufficiente.

La mattina seguente attraversiamo il lago e ci rechiamo a Meersburg, arroccata sulla sponda opposta del lago. È un borgo medievale, dalle stradine strette e ripide, che annovera qualche caratteristica casa a graticcio e due castelli: il Castello Vecchio, costruito in epoca merovingia dal re Dagoberto I e tutt'ora in parte abitato, e il Castello Nuovo, che è la nostra meta, uno quasi a ridosso dell'altro. Peccato che stia piovendo e non si possa apprezzare la veduta sul lago che offre la terrazza a giardino antistante al Castello Nuovo. Costruito a partire dal 1710 dal principe vescovo Johann Franz II, inizialmente non era dotato di uno degli attributi più significativi di un edificio barocco degno di questo nome: una scalinata monumentale. Ci pensò Hugo Damian von Schörnborn, qualche decennio più tardi, a commissionarla a Balthasar Nuemann, il quale dovette ampliare il fronte dell'edificio per sviluppare un volume sufficiente ad accoglierla. Non molto più tardi fu rinnovato in stile rococò da F.A. Bagnato, Appiani e C.L. Pozzi.

Ne percorriamo le signorili sale arredate di stupende stube in ceramica e disposte a fianco di un lungo corridoio, com'era uso fare ai tempi. A partire dai primi del XIX secolo, a seguito della Secolarizzazione che tolse beni e territori alla Chiesa per darli ai civili, il palazzo venne adibito ai compiti più disparati: scuola, caserma e perfino prigione. Ora è un museo. Usciamo per visitare la cappella attualmente utilizzata dalla Chiesa Evangelica. Inizialmente uno spazio destinato a ospitare le stalle, venne fatta costruire da von Schörnborn a artisti tedeschi. È un trionfo di colori pastello: il bianco latteo delle statue, il giallo tenue sulle lesene e il rosa del marmo delle modanature, talmente scuro da sembrare posticcio. Infatti, non è la preziosa pietra quella che decora gli interni, ma un effetto ottenuto mescolando diversi minerali. Il marmo costava troppo, riecco l'oculatezza tedesca mettere voce in capitolo.

Giove Pluvio continua a tenerci il broncio quando ci spostiamo alla Basilica di Birnau, da molti considerata, a ragion veduta, uno dei gioielli del barocco tedesco. La facciata è del consueto colore rosa, ritmicamente scandito da lesene bianche e regolari registri di finestre, ma ci sono dettagli raffinati assenti nel Castello Nuovo: tre meridiane sulle pareti, un balconcino sopra all'ingresso ingentilito da piccole sculture di uccelli, monogrammi dorati sulle inferriate. Chiude il cerchio la torre campanaria con grande orologio che slancia verso l'alto l'edificio il quale, in posizione dominante sul vicinissimo lago e attorniato da vigneti, beneficia di un palcoscenico naturale invidiabile.

Dentro la differenza è pure maggiore e non solo perché, come recitava il sottotitolo del film Godzilla, le dimensioni contano. Stucchi, marmi, statue e affreschi esplodono nella sfarzosità propria del rococò: è tutto talmente pieno di ghirigori e figure aggettanti che gli spazi architettonici confluiscono, sembrano sovrapporsi e viene quasi voglia di sedersi sulle panche, vicino al corridoio centrale e lontano dalle mura, nel timore che le pareti prendano vita e ci inglobino in quel magnifico caos decorativo. Qui il genio è tutto locale: l'architetto Peter Thumb, lo stuccatore Feuchtmayer e il pittore Göz (mirabili i suoi affreschi) costruirono questo gioiello per i monaci cistercensi tra il 1747 e il 1750.

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La tappa seguente è a Salem, dove ha sede un magnifico monastero, anche questo cistercense, dalle alterne fortune. Fondato nel 1136, si guadagnò presto privilegi e protettorati importanti come quelli di Corrado di Svevia e Federico Barbarossa. Entriamo nella maestosa Cattedrale, dalla travagliatissima erezione. L'inizio dei lavori può farsi risalire al 1179 ma per vederla completata si dovettero attendere ben più di due secoli: tra modifiche al progetto iniziale, ripetute sospensioni dei lavori e i modificati approcci filosofici della committenza che rinnegò l'opulenza inizialmente voluta, la chiesa venne consacrata solo nel 1414.

La Guerra dei Trent'anni, ma ancor più il grande incendio del 1697, provocarono grandi danni a tutti gli arredi e nella prima metà del secolo successivo fu dato incarico a Feuchtmayer di ristrutturare profondamente gli interni in stile classicista, anche per adeguare l'edificio al ruolo di abbazia imperiale. Ne è risultata una chiesa atipica, a tre navate, alta venti metri e figlia di un insolito sincretismo architettonico, dalle pareti disadorne in contrapposizione a figure a un tempo voluttuose e regolari e che alterna le severe pareti monocromatiche gotiche a sbuffi di marmo, oro e alabastro. Notevoli il coro in legno nell'abside e l'organo settecentesco che chiude la navata centrale.

Il palazzo della Prelatura non è meno grandioso, tra lunghi corridoi interni splendidamente decorati e cappelle dal soffitto che pare cesellato e riscaldate da magnifiche stube in ceramica dipinta. Il fiore all'occhiello è rappresentato dalla Sala Imperiale, decorata da statue a grandezza naturale di imperatori, busti di pontefici e candelieri costituiti da nerborute braccia scure. Qui si danzava, qui si discuteva di politica, qui si amministrava il paese, anche facendo sfoggio delle proprie disponibilità economiche. Degne di note anche le stalle, con box per i cavalli intagliati, esemplificativi del tenore di vita che si era usi sperimentare. La secolarizzazione del 1802 privò gli abati di tutti i beni e territori e il complesso divenne proprietà dei margravi di Baden, tutt'ora proprietari della Cattedrale mentre il Palazzo è stato acquisito dalla provincia pochi anni fa. Ora parte del gigantesco complesso ospita un rinomato collegio e negozi di artigiani.

Trasferitici a Weingarten in serata, la conosciamo il giorno seguente, finalmente premiati da un tiepido sole che compensa in parte le ventate di aria pungente. La notte l'abbiamo passata in quella che una volta era una delle ali di un importante monastero benedettino, dotato di molti terreni con foreste e vigneti, i cui monaci avevano grande tradizione nella miniatura di manoscritti. Il motivo per cui siamo qua è la Basilica, costruita tra il 1715 e il 1724 rimpiazzando una chiesa romanica del XII secolo. Lunga 102 metri, viene detta la “San Pietro sveva” perché è lunga la metà esatta della maggiore chiesa della cristianità. È la seconda chiesa più grande di Germania, la prima fra quelle in stile barocco. La facciata è composta da un corpo centrale più avanzato e due torri campanarie retrocesse, che danno movimento alla struttura che, a differenza di altre opere di pari epoca, non sfrutta il colore, affidandosi ad una grigia pietra a vista.

L'interno è più tradizionale: grandi affreschi sulla volta del pittore Asam, abbondanza di decori dello stuccatore Schmuzer anche se tali interventi sono meno ossessivi che altrove. Di grande pregio è l'altare, racchiuso da colonne alte 24 metri, uno dei più elaborati e imponenti d'Europa, opera dell'ennesimo italiano Donato Frisoni. Pregevole anche il pulpito, che si chiude con un angelo sospeso a pochi metri dalla testa di chi siede sui banchi, da un bel dì in poi rifiutato dal predicatore perché troppo lontano dalla folla dei fedeli. Ultimo ragguardevole accessorio è un maestoso organo Gabler, di oltre 6600 canne. Visitiamo anche la parte nobile del monastero, con belle e alte stanze affrescate e stuccate, e nel visitarne una, interrompiamo la lezione di alcuni studenti. Qua nulla viene sprecato, seppure con rispetto.

Nel pomeriggio ci rechiamo nel minuscolo villaggio di Steinhausen, abitato da poche centinaia di anime, che si vanta di possedere la più “bella chiesa di paese del mondo”. Questo titolo dai connotati piuttosto empirici, benché autoassegnato, ha un suo fondamento: la chiesa di Nostra Signora - che già da fuori lascia trapelare, con le raffinate modanature che si inseguono sui tetti, una grazia inconsueta anche in siti più importanti – è un gioiello del rococò, secondo alcuni il primo realizzato in Germania in questo stile. La chiesa precedente era già da tempo meta di pellegrinaggi, e arricchita da una Pietà in stile gotico del XV secolo quando, nel 1727, l'abate decise di abbatterla e costruirla ex-novo. La costruzione fu un “affare di famiglia”: il progetto venne disegnato da Dominikus Zimmerman, che ne seguì la costruzione e realizzò gli stucchi, il quale qualche anno più tardi mise sotto contratto il fratello Johan Baptsite, che portò a termine gli affreschi, e i suoi due figli, oltre ad altri valenti artigiani. Anche se le decorazioni non erano ancora terminate, nel 1735 la Pietà, trasferita durante i lavori a Schussenried, fece ritorno fra ali di religiosi festanti.

L'altare contiene un tabernacolo dorato sopra il quale è issata la Vergine col Cristo in braccio, dallo sguardo volutamente assente, affiancata dalle statue di Pietro e Paolo che danno il nome alla parrocchia. Completano il tutto i colorati affreschi e le decorazioni in stucco, alcune di uccelli a grandezza naturale su pareti non decorate per lasciare l'illusione che il volatile sia vero, che creano un insieme arioso e luminoso di leggere forme flessuose. Un ulteriore elemento di movimento, e di originalità, è data dall'inconsueta forma ovale della navata centrale, che si intuisce solo una volta entrati, e la conseguente forma delle panche che ne seguono le irregolari forme. Meritatamente, i due germani si sono scambiati il favore raffigurandosi a vicenda mescolati tra la folla dei personaggi che popolano i fastosi fregi.

La giornata termina con la visita della chiesa di San Martino di Biberach an der Riss, il più vetusto esempio germanico di edificio religioso interconfessionale. Questa anomalia ha generato un insieme inconsueto: la chiesa, inizialmente eretta in stile romanico, poi gotico e infine barocco, ha una decorazione figlia dei compromessi fra le comunità cristiane cattolica e protestante. All'epoca della Riforma, nel 1531, il fastoso altare, simbolo di inutile sfarzo agli occhi dei luterani, venne distrutto dal ceto più basso, e contrario alla Chiesa Romana, che all'epoca costituiva il 90% della popolazione, ma non furono toccati altri elementi di palese stampo cattolico quali il prezioso coro ligneo. Quando nel 1548 venne nuovamente autorizzato il culto romano, curiosamente la chiesa venne divisa in due, con i cattolici che tenevano le proprie messe nel coro e i protestanti nella navata centrale, ognuno rispettando diversi orari di accesso.

Per un po' di tempo le due confessioni si contrastarono, dando origine a diversi screzi che culminarono perfino in una rissa. Per fortuna il tempo, scandito da un orologio con due facce visibili da ognuna delle due parti della chiesa, ha appianato le differenze di vedute e ormai da diversi secoli qui si alternano pacificamente le messe nei diversi riti, con le due confessioni che si scambiano atti di reciproco riguardo che quasi paiono fuori luogo in quest'epoca in cui sono tornati gli spettri delle guerre di religione che pensavamo storicamente relegate al Medio Evo: affreschi che rappresentano scene accettabili ad entrambe, dipinti parietali al posto di ricchi stucchi per non ferire la sensibilità dei più morigerati protestanti, i cattolici che rinunciano a restaurare le dorature dell'altare per le stesse ragioni, perfino tre diversi contatori della luce (una per le messe cattoliche, una per quelle protestanti e un altro per gli eventi in comune) per pagare ognuno la propria parte di spese.

Su tutto domina, non solo per la posizione, l'enorme affresco – visibile anche su uno specchio per chi non ce la fa a tenere il naso per aria - che ricopre l'intera volta (che volta non è, se la si vede dalla giusta altezza) e, quando azionato, la potente voce del monumentale organo, di cui abbiamo anche ispezionato le “corde vocali” dopo aver ascoltato un breve concerto immancabilmente concluso dalla “Toccata (senza fuga) in Re minore” di Bach. Ma una volta usciti a passeggiare per la piacevole cittadina che presenta alcune maestose case a graticcio, il più antico teatro amatoriale del paese e un'irriverente scultura a forma d'asino del beffardo Peter Lenk, più che i ghirigori degli artisti o le ardite scale del divino compositore, non possono non tornarmi alla mente i vicendevoli e pragmatici scambi di cortesie che contraddistinguono la storia della chiesa cittadina.

L'indomani visitiamo l'ultimo sito in programma, la vasta abbazia premonstratense di Bad Schussenried in cui, per una volta, non è la chiesa - esternamente abbastanza anonima e che internamente non abbiamo potuto ammirare più di tanto perché vi era un'affollata funzione in corso - a fare la parte del leone. È invece la strepitosa biblioteca ad accollarsi, e a portarlo a termine con successo, questo compito. Preceduta da una scala la cui tromba è elegantemente affrescata e decorata da stucchi, fu costruita a metà del Settecento su progetto di Dominikus Zimmerman ed è uno dei più spettacolari sfoggi di eleganza di cui il barocco sia stato capace a queste latitudini.

Estremamente luminosa, come è giusto che sia in un luogo in cui si deve leggere, grazie alle 28 grandi finestre disposte sui lati longitudinali, ha per questo motivo le scaffalature per i libri, chiuse e con disegni trompe-l'oeil, principalmente disposte sui più corti lati frontali. Le scaffalature, ora prive dei libri che furono svenduti o gettati via agli inizi del Novecento quando il convento venne chiuso, sono sistematicamente suddivise per argomenti, raffigurati con stucchi dorati negli stipiti delle finestre. Hanno le ante inferiori che, aprendosi, rivelano un piano sul quale poggiare il testo e una piccola seduta, una specie di piccola scrivania a scomparsa.

L'apporto decorativo più vivace è dato dall'enorme affresco sul soffitto a volta, opera di Franz George Hermann, che mescola immagini sacre come il Cristo in croce o la Madonna col Bambino a espliciti richiami a scienze come la medicina o la geografia. Benché a grandezza naturale, le bianche statue di Sporer in stucco e alabastro, non appesantiscono la decorazione, anzi: otto personaggi barbuti, rappresentanti i dottori della Chiesa, additano altrettante coppie di putti che raffigurano le deviazioni delle scienze, e qui i cattolici si fanno beffe di protestanti, illuministi e musulmani. Completano la decorazione ulteriori affreschi, delicati stucchi e un'elegante pavimentazione in marmo.

Rientriamo a Meersburg e da lì il traghetto ci riporta a Costanza, dove ha termine il nostro tour. Ci lasciamo alle spalle una regione laboriosa, che fonda la sua ricchezza su macchinari e tecnologia ma questo suo proiettarsi nel futuro non le fa dimenticare i gioielli del barocco e del rococò che la storia le ha lasciato in eredità. Anzi, nelle mani dei suoi concreti abitanti, questi diventano esempi di gestione oculata, di sfruttamento rispettoso, di creazione di reddito e posti di lavoro. E a contatto con tanto pragmatismo anche noi, non so se per osmosi o per spirito di emulazione, abbiamo trovato facile sfruttare al meglio il breve periodo che ci siamo concessi per approfondire la conoscenza di uno degli angoli più belli di questo paese a volte fin troppo sottovalutato dal punto di vista turistico.

 Pubblicato da il 30/04/2015 - 5.024 letture - ® Riproduzione vietata

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