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Cosa vedere e cosa visitare San Pietro in Vincoli

Visita alla Basilica di San Pietro in Vincoli a Roma e il Mosč di Michelangelo

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Passeggiando su e giù per il quartiere Monti, che come indica il nome si estende su alcune delle più famose alture della città di Roma, si giunge nei pressi di una scalinata molto suggestiva, ma dall’aria un po’ inquietante, conosciuta in città come la Salita dei Borgia. In effetti già il nome è un programma, tanto più se si pensa che sorse su un luogo considerato “scellerato” già ai tempi dei romani: leggenda vuole infatti che qui il re Servio Tullio venne atrocemente assassinato dalla figlia, che in questo modo favorì l’ascesa al trono del suo amato Tarquinio il Superbo.

La storia del tempio cristiano

I Borgia in realtà trascorsero nel palazzetto al di sopra della scalinata ben poco tempo, sebbene secoli dopo Lord Byron immaginava romanticamente affacciata alla finestra, la graziosa testolina della spregiudicata Lucrezia (che poi così spregiudicata non lo fu mai). Salendo le scale invece si giunge in un luogo assai curioso e ammantato di sacralità, quasi a volersi caratterizzare come un’oasi di pace e luce dopo la buia e tormentata salita. Si tratta della piazza dove troneggia San Pietro in Vincoli, una delle chiese più antiche di Roma, edificata nel 442 per volere dell’imperatrice Licinia Eudossia, moglie di Valentiniano III e fervente cristiana, nei pressi delle Terme di Tito all’Esquilino, sopra un precedente titulus (primitive strutture religiose dove si svolgevano i riti sacri).

L’edificio fu fatto erigere con lo scopo di contenere le preziose catene, i vincula appunto da cui prende il nome la chiesa, che avevano imprigionato l’apostolo Pietro: all’interno, nel reliquiario sotto l’altare maggiore, sono infatti custodite sia le catene con cui fu legato nel carcere Mamertino di Roma, sia quelle relative alla sua prigionia in Terra Santa, che il patriarca di Gerusalemme Giovenale aveva regalato alla madre l’imperatrice Elia Eudocia. Una leggenda vuole infatti che, quando papa Leone I prese in mano la coppia di catene per confrontarla le due estremità, queste si congiunsero da sole in modo inseparabile, attestandone così l’autenticità.

La visita alla chiesa di San Pietro in Vincoli

L’edificio venne restaurato diverse volte nel corso della storia e l’immagine che conserva oggi risale agli interventi cinquecenteschi voluti da papa Giulio II della Rovere, così come il convento annesso con lo splendido chiostro opera di Giuliano da Sangallo.
La facciata della chiesa si presenta preceduta da un portico a cinque arcate sostenute da pilastri ottagonali che hanno nei capitelli lo stemma della famiglia della Rovere, mentre l’interno a tre navate, presenta 20 straordinarie colonne di epoca romana, probabilmente provenienti dal vicino complesso del Portico di Livia e già appartenute alla prima basilica paleocristiana.

A metà della navata sinistra, è possibile ammirare un bel mosaico raffigurante San Sebastiano: è questo l’unico esempio in cui il santo è rappresentato come un uomo anziano con la barba. Nella navata destra è invece possibile ammirare il Sant’Agostino del Guercino e il Ritratto del Cardinale Margotti del Domenichino. Una curiosità: sembra che nella sagrestia della basilica, un tempo, si trovasse la tela raffigurante San Giovanni Battista, sulla quale il giovane Giotto, per scherzo, avrebbe disegnato una mosca talmente perfetta da sembrare vera!

Il Mosè, capolavoro di Michelagelo

Ma l’attrattiva della chiesa è in realtà la monumentale tomba di papa Giulio II progettata e in parte realizzata da Michelangelo Buonarroti, tra cui svetta per importanza la straordinaria Statua del Mosè. La storia di quest’opera è molto curiosa e sofferta, tanto da essere ritenuta dalla stesso Michelangelo “la tragedia della sepoltura”. Si narra infatti che per varie vicissitudini il maestro impiegò quarant’anni (dal 1505 al 1545) per la sua realizzazione, modificando sei volte il progetto, tanto da incontrare non solo l’ira del papa, che ovviamente non vide mai realizzata l’opera, ma anche quella dei sui successori, che si presero l’onere di proseguirla. Inizialmente infatti la sepoltura doveva essere un vero e proprio mausoleo con circa quaranta statue posto all’interno della basilica di San Pietro in Vaticano, ma finì per essere un modesto monumento addossato alla parete di una chiesa secondaria romana con appena sette statue, di cui tre sole opere vere del maestro, e soltanto il Mosè può definirsi un vero e proprio capolavoro. Lo stesso Michelangelo sosteneva che “questa sola statua è bastante a far onore alla sepoltura di papa Giulio”.

In effetti l’imponenza di quest’opera in marmo è notevole, anche solo per l’altezza che supera i 2,30 m, anche se il segreto della sua bellezza risiede non solo nella perfezione esecutiva e nel modellato virtuosistico. Capolavoro è infatti l’ardita sperimentazione con cui Michelangelo plasmò la forma, creando una profonda torsione del corpo e soprattutto della testa, regalando all’immagine vigore e forza, oltre a quella sensazione tutta michelangiolesca di energia trattenuta, percettibile solo nella maestosità e nella forza composta, sprigionata dalla massa. I morbidi panneggi e la fluente barba creano con la loro delicatezza un forte contrasto con i tratti vigorosi del corpo e con i lineamenti severi e austeri del viso, la cui peculiarità è lo sguardo lungimirante, perso ad osservare qualcosa che noi non possiamo afferrare.

... Pagina 2/2 ... In mano, con estrema disinvoltura, Mosè porta le tavole della Legge rovesciate, segno distintivo della sua missione e monito per tutti i credenti, sebbene il nostro sguardo sia più che altro attratto dalle dita affusolate che giocano con i morbidi ricci della lunga barba. Una barba che secondo la leggenda nasconderebbe i lineamenti di papa Giulio II e di una donna. Michelangelo pose poi sul capo di Mosè un bel paio di corna, secondo quella che era l’iconografia tipica dell’epoca, tant’è che ancora oggi la nostra statua viene comunemente definita “il Mosè con le corna”. In realtà tutto nacque molti secoli prima del Buonarroti, quando per un errore di trascrizione, la parola ebraica karan o karnaim che significa “raggi” divenne keren e cioè “corna”: da quel momento Mosè, invece di essere circondato da raggi di luce, divenne portatore di un bel paio di corna, a cui ovviamente nessuno attribuiva il significato di tradimento!

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 Pubblicato da il 07/08/2016 - 2.587 letture - ® Riproduzione vietata

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