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Viaggio equo solidale in Tanzania: da Arusha al parco di Serengeti fino a Zanzibar (5 pagine)

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L'Orfanotrofio ad Arusha in Tanzania

Partiamo il 10 agosto da Bologna, scalo a Istanbul e arrivo a Dar Er Salaam nella notte tra il 10 e l’11. All’arrivo abbiamo la spiacevole sorpresa di scoprire che i bagagli non sono arrivati con noi. Amareggiati e molto leggeri proseguiamo il viaggio perché la nostra destinazione, Arusha, è quasi dall’altra parte della Tanzania. Vicino ad Arusha c’è un aeroporto internazionale, il Kilimanjaro, ma avevamo comunque deciso di arrivare nella capitale sia per una questione di comodità per il ritorno in quanto più vicina a Zanzibar (ultima tappa del viaggio) sia per il costo del volo internazionale (250 euro in più a testa contro i 10 dell’autobus). E’ stato un viaggio lungo e faticoso perché non tutte le strade sono completamente asfaltate, ma ci ha dato la possibilità di vedere i diversi paesaggi che offre questo paese africano.

Arriviamo finalmente alla prima fondamentale tappa del nostro viaggio: il Tumaini For Africa foundation, un orfanotrofio di Arusha. La città è a circa 15 minuti dall’orfanotrofio e ad attenderci c’è Upendo, colei che gestisce tutto. Ci accoglie come aveva fatto fin dalla prima mail: a braccia aperte. Anche lei molto dispiaciuta per la nostra “perdita” delle valigie, decide per le prime sere di farci dormire a casa sua anziché nell’orfanotrofio per poterci ambientare meglio. Da subito tutta la famiglia si dimostra di una gentilezza e disponibilità incredibili, facevano qualsiasi cosa per farci sentire a casa e a nostro agio.
E così per noi è stato fin dalla prima sera.

Il giorno successivo visitiamo finalmente l’orfanotrofio, composto da quattro casine in muratura, una scuola che potremmo paragonare alla nostra materna e prima elementare, costruite da volontari australiani, e un piccolo allevamento di mucche e galline.
In ogni casina vivono una mama africana e alcuni bambini orfani o comunque allontanati dalle loro famiglie perché impossibilitate a prendersene cura per motivi economici o malattie come l’aids. Ogni mama si prende cura e accudisce i bambini che comunque devono imparare fin da piccoli a “lavorare” dopo la scuola. I più piccoli frequentano la scuola dell’orfanotrofio, gestita da un maestro (teacher)mentre i grandi si recano a piedi ogni mattina in una scuola primaria distante 2 km.
Dopo la prima giornata di ambientazione abbiamo iniziato a fare la vita del “villaggio” e in poco tempo ci siamo integrati. La mattina andavamo a scuola con i bimbi. Quelli di sei anni sono seguiti dal teacher che insegna loro tutte le materie in inglese come preparazione alla scuola primaria dove andranno l’anno successivo. Il resto dei bimbi invece frequenta la “baby school” una sorta di scuola materna dove però si insegna già l’inglese: numeri, frutti, parti del corpo e così via. Noi ragazze che con l’inglese ce la caviamo un po’ peggio dei morosi, stavamo principalmente con la baby school. I bimbi avevano circa una mezz’ora di attenzione sull’argomento del giorno, poi si colorava e disegnava aspettando la fine della lezione dei “grandi” per fare la ricreazione tutti insieme.

Dopo la ricreazione, sulle 11 circa, la scuola finiva e i bimbi tornavano nelle loro casine. Noi eravamo praticamente liberi per il resto del giorno, così ci riposavamo, chiedevamo alle mame se avevano bisogno di qualche aiuto oppure andavamo a giocare con i bimbi rispettando però le regole imposte dalle mame. Loro infatti accudiscono i bambini, preparano da mangiare per loro, ma sono anche molto rigorose nell’educazione: i bimbi giocano in cortile solo quando gli viene dato il permesso, quando mangiano non parlano e non si alzano da tavola finchè non finiscono tutto quello che hanno nel piatto. Un po’ come i bambini in Italia insomma!!

Tutti i giorni mangiavamo in una casina diversa, il cibo preparato dalla mama della casa con i bimbi che dormono li. Il cibo era sempre lo stesso a rotazione: riso con verdure o carne, fagioli, ugali (una sorta di polenta bianca tipica del paese).
Il pomeriggio continuava come la mattina, giocando con i bimbi, un po’ di riposo oppure andando a fare un giro in città con il mezzo di trasporto locale: il dalla dalla! Pulmini per una decina di persone che passano dalle fermate circa ogni 5/10 minuti.. ogni “linea” ha un colore e chiaramente le due direzioni opposte. L’importante è prendere il colore giusto e azzeccare la direzione (soprattutto per tornare a casa). Ogni corsa, ovunque tu debba andare, costa 0,20 cent a testa!!

In città è difficile incontrare molti occidentali, i pochi che si vedono sono turisti che utilizzano Arusha come base di partenza per i safari oppure volontari come noi. All’inizio è stato un po’ strano, le prime volte in città, perché intorno a noi erano veramente tutte persone di colore e chiaramente non ci siamo abituati o siamo condizionati dai pregiudizi della nostra civiltà. Un’esperienza del genere cambia ogni cosa. La maggior parte delle persone che abbiamo conosciuto , dall’orfanotrofio al di fuori, era gentile e disponibile come capita difficilmente con persone appena conosciute. Poi chiaramente, anche se forse potrebbe essere la cosa più scontata , la vera differenza sono i bambini.

Bambini che non hanno niente,ma soprattutto non hanno nessuno al di fuori di quella nuova famiglia in cui fortunatamente si sono trovati , ma che sono felici e la riescono a trasmettere anche a te. Questi bimbi vivono con pochi vestiti a testa, donati da qualcuno, mangiano cibo povero e sempre uguale, giocano su delle altalene mezze rotte o a memory con carte ormai consumate, sono tutti rasati, anche le bimbe, per non prendere i pidocchi. Ma quando ti conoscono, dopo dieci minuti hanno già imparato il tuo nome, ti prendono per mano, giocano con i tuoi capelli o la tua barba e poi ti sorridono, ti sorridono sempre e non piangono mai. E tu, fin da subito, non puoi fare nient’altro che amarli.

Noi, abituati a tutte le comodità, per vivere in Africa ci siamo dovuti adeguare a tante cose: lavarsi i vestiti a mano, mangiare cibo completamente diverso, fare attenzione a bere l’acqua solo quando è bollita, lavarsi con secchi di acqua dopo averla scaldata.. e così tante altre cose che diamo per scontate ogni giorno. Ma vi assicuriamo che abituarsi a tutto questo non è stato difficile quanto dover salutare i bambini e tutte le persone che abbiamo conosciuto al Tumaini.

 Pubblicato da il 30/01/2014 - 15.127 letture - ® Riproduzione vietata