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Austis (Nuoro): storia, tradizioni ed eventi nel borgo della Sardegna

Se si individuasse geometricamente il centro della Sardegna, troveremmo un punto in grado di catturare il nostro interesse. Geograficamente, quel punto si traduce in Austis, località di appena 828 abitanti in provincia di Nuoro, inscritta nell'area della Barbagia-Mandrolisai, alle pendici ovest del Gennargentu su un altopiano granitico a 737 metri s.l.m. Il paese è circondato da una vegetazione che occupa oltre 5.000 ettari di superficie, ricoprendola di boschi di querce, sugheri e lecci; il nucleo urbano si compone di abitazioni in granito il cui stato vanta una buona conservazione.

La sua storia inizia in epoca romana e difatti il suo nome si evince dalla matrice latina Augustis, toponimo rimasto orfano della sillaba gu. Il territorio su cui sorge, però, reca testimonianza - attraverso reperti archeologici e i mitici Nuraghi (monumenti megalitici più grandi d'Europa) - di un'epoca molto più antica, coincidente con l'età del Bronzo. Nell'anno 1407, Austis è una curatoria e due secoli dopo viene promossa a Signoria fino al 1807, quando entra a far parte della prefettura di Sorgono. Tra il 1861 - anno dell'Unità d'Italia - e il 1961 l'andamento demografico conta un non trascurabile incremento, al quale segue uno spopolamento dovuto all'esigenza migratoria verso l'estero e che porta Austis nel 2001 a presentarsi con appena 968 anime.

In un paesino tanto esiguo trovano posto due edifici religiosi che vale la pena menzionare in quanto parte integrante del patrimonio architettonico: la Chiesa della Beata Vergine Assunta corrisponde alla parrocchiale, risalente al 1567 e ricca di sculture dell'artista Elio Sanna, fra cui un crocifisso sopra la fonte battesimale, oltre a un coro ligneo datato 1829 ma recentemente restaurato; di diverso stile è la Chiesa di Sant'Antonio da Padova, costruzione rurale eretta nel 1669 sull'altopiano Sa Sedda de Basiloccu.

A parlare per il paese non sono tanto monumenti ed edifici, quanto le tradizioni autoctone che si manifestano attraverso sagre, eventi e manifestazioni divenuti appuntamenti fissi con il folclore caratterizzante in verità l'intera isola sarda. L'ultimo fine settimana di settembre chiude ufficialmente l'estate "Cortes Apertas", una sagra di tre giorni ricca di esposizioni atte a evidenziare le produzioni alimentari austiesi in un clima di accoglienza, gentilezza e disponibilità, che privilegia a ogni edizione un diverso tema al centro della kermesse.

Un'occasione che esalta, inoltre, la memoria storica tramite simulazione degli antichi mestieri, balli in costume, allestimenti negli antichi domicili con utensili del passato, tutti aspetti suggestivi e coinvolgenti per i quali i turisti certamente non restano indifferenti. Molto peculiare è anche il Su Carrasegare Austesu, il carnevale di Austis, organizzato con dedizione esemplare dalla Pro Loco e dalle restanti associazioni impegnate ad animare la cultura del luogo.

Si tratta di un autentico trionfo di maschere tipiche della Sardegna, tra cui la maschera de Sos Colonganos, distinguibile per l'eccentrico abbigliamento: pelli di volpe o martora sulla testa, una maschera di sughero nera (detta "sa caratza de ortigu" in dialetto) sul viso, celata sotto le "frunzas de lione" - in breve rametti di foglie di corbezzolo - con lunghe e scure pelli di capra e un carico di ossa animali sulle spalle. In mano brandiscono un bastone o un forcone. La cerimonia prevede anche la figura del S'urzu, vittima vestita di pelle di cinghiale con il viso cosparso di polvere di carbone.

Molte altre tradizioni che si erano perdute nel tempo sono state riscoperte e rivalorizzate soprattutto per le nuove generazioni a cui viene dato l'incarico di preservare l'identità di Austis conservandone usi e costumi. Santantoni'e su vogu onora Sant'Antonio Abate il 16 e 17 gennaio con un bel falò vicino alla chiesa parrocchiale, benedetto dal sacerdote prima dell'inizio del giubilo collettivo, fatto di balli, canti, musica e banchetti a base di salsiccia alla griglia perduranti tutta la notte.

Su nennere inaugurava il periodo di Quaresima e consisteva in una tradizione pasquale - ormai estinta - imbastita per il risveglio del mondo naturale: avveniva la preparazione di un piatto colmo di grano, lasciato germogliare al buio fino al giovedì santo e poi condotto al sepolcro. Nel giorno di Pasqua era portato in processione alla periferia del paese e buttato in una pozzanghera per dare il via ai festeggiamenti.
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 Pubblicato da - 01 Gennaio 2016 - © Riproduzione vietata

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