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La mostra fotografica di Vivian Maier a Milano

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120 fotografie di volti, luoghi e particolari rigorosamente in bianco e nero, qualche scatto a colori e alcuni filmati in super 8: questa la selezione dell’opera di Vivian Maier in mostra allo Spazio Forma Meravigli di Milano fino alla fine di gennaio.

L’esposizione fotografica a cura di Anne Morin e Alessandra Mauro rappresenta un’ottima occasione per conoscere o meglio “ritrovare” la misteriosa bambinaia di New York che dalla metà del Novecento scelse di raccontare il proprio presente e la propria quotidianità armata solo di una Rolleiflex, senza mai però pubblicare o condividere uno solo degli scatti prodotti.

Solo la sua morte, avvenuta nel 2009, e l’opera di John Maloof – l’agente immobiliare che acquistò parte dell’archivio della Maier confiscato per un mancato pagamento e che da quel momento si dedicò al ritrovamento del materiale mancante – hanno reso possibile la condivisione del lavoro della fotografa con il mondo intero. Il patrimonio di Vivian conta oggi oltre 150.000 negativi e 3.000 stampe, testimonianza di un lavoro di documentazione frenetico e febbrile lungo tutto una vita.

Le fotografie esposte allo Spazio Forma di Milano evidenziano la mancanza di ordine organico con cui l’artista amava ritrarre; quasi sempre uno scatto unico per soggetto, quasi fosse sicura dell’inquadratura ancora prima di fotografare. Le immagini sembrano proporci una realtà senza filtri, senza interpretazioni: i volti appartengono a ogni classe o etnia, ci sono donne bellissime che sembrano attrici di Hollywood ma anche uno scatto della Hepburn alla prima di My Fair Lady; ci sono istantanee che sembrano rubate, con visi severi che esprimono quasi una sorta di disappunto, ma anche volti sorridenti messi in posa; ci sono tanti autoritratti, anche se si potrebbe immaginare il contrario considerata la riservatezza della Maier. E ancora, ci sono mani intrecciate dietro la schiena, acconciature bizzarre, situazioni da strada che inchiodano il tempo proprio in quello scatto e fotografie che restituiscono un senso di assoluta universalità.

La quantità di scatti e l’originalità dei soggetti ci dicono molto sulla Maier e sulla necessità quasi spasmodica di interagire con il mondo attraverso un obbiettivo, ma nulla sul perché abbia scelto di conservare gelosamente per sé questo approccio alla vita.

Un mistero ancora più difficile da decifrare vista la scarsità di notizie sulla vita privata della bambinaia fotografa; di certo c’è poco, la Maier nacque a New York City nel 1926 ma i suoi genitori, mamma francese e padre austriaco, si separarono molto presto. Forse un primo possibile avvicinamento al mondo della fotografia si ebbe grazie a Jeanne Bertrand, fotografa di successo, con cui mamma e figlia condivisero l’appartamento nel 1930. Nei decenni successivi, di certo ci sono alcuni viaggi in Europa, nella regione del Champsaur nelle alpi francesi, come confermano scatti di stampo bucolico che ritraggono panorami montani.

Negli anni Cinquanta visse a New York e lavorò quasi certamente per alcune famiglie benestanti dell’Upper West Side. L’archivio fotografico relativo a questo periodo della sua vita presenta fotografie di bambini che con molta probabilità accudiva come bambinaia ma non solo.

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Al centro del suo lavoro c’è la città con i suoi cambiamenti sociali e urbani; siamo nel dopoguerra e New York è destinata a confermare il proprio ruolo di centro culturale e la propria dimensione mondiale, eppure Vivian con il suo occhio attento documenta in modo naturale anche le incertezze di questa trasformazione: palazzi in demolizione, idranti rotti, operai al lavoro, ragazzi a zonzo, ubriachi e barboni abbandonati lungo le strade.

Dopo New York, di certo c’è infine il trasferimento a Chicago, del 1956, città dove lavorerà come bambinaia fino agli anni Novanta.

Poche anche le testimonianze che possono aiutare a conoscere qualcosa di più sulla sua personalità. Vivian era una donna pratica che curava poco l’aspetto e il modo di vestire, si esprimeva in modo schietto e diretto; era una persona estremamente curiosa, desiderosa di conoscere e sperimentare “cose” nuove e i viaggi in Francia non furono gli unici, nel 1957 partì per il Sud America e nel ’59 fu la volta dell’Estremo Oriente.
Vivian potrebbe essere definita oggi come un’accumulatrice seriale: cartoline di viaggio, articoli di giornali, figurine di baseball e molto altro ancora; tutto materiale ritrovato nei suoi tanti scatoloni a volte talmente ingestibili da doverli lasciare in qualche deposito. Ebbe bisogno di lavorare fino alla fine dei suoi giorni e i solleciti delle persone che gli avevano prestato del denaro indicano una vecchiaia passata in ristrettezze economiche.

Vivian amava condividere le proprie conoscenze con le persone con cui interagiva, per primi i bambini che accudiva, eppure scelse volontariamente di tenere e custodire per sé le fotografie, il suo prezioso tesoro, il proprio sguardo al mondo. Per ironia della sorte, il suo lavoro ebbe invece una diffusione virale grazie alla condivisione di alcune immagini postate su Flickr dallo stesso Maloof.

Il catalogo della mostra, edito da Contrasto, presenta 240 immagini e un’interessante prefazione a cura di Laura Lippman.

Per saperne di più:
Sito ufficiale dell’artista
www.vivianmaier.com

Fondazione FORMA per la fotografia
www.formafoto.it

dal 20 novembre 2015 al 31 gennaio 2016
Apertura: tutti i giorni, 11 – 20, giovedì dalle 12 alle 23
Prezzo biglietto intero: 8 euro (acquisto anche online su midaticket.it/)
Catalogo della mostra, ed. Contrasto, 285 pp., 39 euro (prezzo speciale per la mostra 35 euro).

Calendario delle aperture
Attenzione: evento terminato!

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Diniego di responsabilità: la Redazione cerca di mantenere sempre aggiornate le date di apertura, ma consigliamo di visionare i siti ufficiali prima di organizzare una visita.

 Pubblicato da il 09/01/2016 - - ® Riproduzione vietata

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