Itinerario sulle tracce degli Impressionisti in Normandia

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Condividi Luca Pelagatti

25/03/2021

È come una tavolozza: ci sono tutti i colori. C’è quello bigio del mare di Etretat e quello sfacciato dei papaveri della villa di monsieur Monet a Giverny, le tinte brillanti delle case in legno e pietra di Honfleur e le rigorose monocromie dei palazzi di calcestruzzo di Le Havre.

Ma ci sono anche le sfumature del bicchiere di kir normand dei ragazzi che ridono davanti ai cafè di Caen e le dadolate colorate e saporite delle verdure nelle cocotte di cozze dei piccoli ristoranti davanti al porto di Fécamp.

Insomma, la Normandia non conosce la monotonia perché qui, come dice qualcuno, “il cielo non è mai banale”. Non a caso qui è nato l’Impressionismo.
È proprio seguendo le tinte e le sfumature di un dipinto che partiremo per il nostro viaggio nella Francia del Nord, tra le spiagge spettinate dalle raffiche e gli scorci che sembrano ancora medievali, seguendo le orme di pittori diventati un mito. E che qui, ancora ben prima di diventare famosi, scoprirono la tavolozza del vento e del mare, e la regalarono al mondo.

Da Giverny a Rouen


Il punto di partenza, per forza di cose, è nella casa di Claude Monet, tappa obbligata di quel festival Normandie Impressioniste che si svolge circa ogni due anni e propone un calendario smisurato di mostre e appuntamenti, eventi e visite guidate. Con buona pace dei critici che vedendo quei quadri li bollarono come opere incompiute. Pensate, anche loro per questo sono passati alla storia: ma solo perché non avevano compreso nulla.

Noi invece cominciamo a comprendere ogni cosa proprio da Giverny, sulla riva destra della Senna, dalla casa che ospitò Monet dal 1883 fino al 1926.
La sua presenza attirò tanti artisti. La luce del luogo fece il resto. La visita parte dalla casa dell’artista; anche se forse la cosa più spettacolare resta il giardino. Il pittore infatti per decenni lavorò per creare questo parco straordinario dove si trovano migliaia di fiori.
Tutto quello che trovate sulle tele qui c’è già. Solo che ha petali e steli. Anche la casa è affascinante grazie ai mobili originali e alla collezione di stampe giapponesi ben scandite alle pareti color pastello. Ma soprattutto il brivido lo si prova affacciandosi alle finestre. Il bello è che, con il mutare delle stagioni e delle fioriture, cambia anche il panorama.

Ancora più forte l’emozione nel vicino giardino d’acqua: tra cascate di glicini c’è lo stagno delle mitiche ninfee rappresentate tra il 1914 e il 1917 e conservate al Museo dell'Orangerie a Parigi.
Un selfie sul ponte giapponese avvolto di fiori è una tentazione irresistibile. Ma non solo Monet: richiamati dalla presenza del maestro, un secolo fa, qui arrivarono altri pittori in cerca di ispirazione. Grazie a loro nacque un Museo d'Arte Americana a Giverny che si è trasformato poi in un Centro dell’Impressionismo. E quindi una tappa imperdibile durante il festival, ma non solo: nel paese abitano stabilmente cinquecento persone. I turisti, ogni anno, sono più di settecentomila. Significa che la magia di monsieur Monet continua a stregare.

Ma è tempo di proseguire. Nel viaggio verso Rouen si attraversa la placida campagna normanna.
Ci sono case nel verde, pascoli e morbide mucche di razza locale. Guardatele bene: spesso il frutto del loro latte lo troverete nel piatto. Questa infatti è la terra di quattro grandi formaggi Dop: il Camembert, il Livarot, il Neufchâtel e il Pont-L'Évêque. Inutile dire che sono infinite le baruffe dei gourmet per stabilire quale sia il migliore. L’unica certezza è che il Neufchâtel è quello che ha una storia più antica e l’aspetto più ammaliante. Ha la forma di un cuore.

Si arriva quindi a Rouen: è la capitale storica della Normandia e nel Medioevo fu la seconda città di Francia. Per molti è ricordata solo perché qui nel 1431, in place du Vieux Marchè, fu arsa Giovanna d’Arco. Ora è santa. All’epoca era un’eretica. La città è però tutt’altro che un museo: è viva e dinamica sia di giorno sia di notte. Ma colpisce per il suo fascino. Si passeggia tra strade anguste di case a graticcio, chiese gotiche che spuntano all’improvviso e campanili.
A ogni ora, scandita dal Gros-Horloge, nella città dei cento campanili è un piacere vagare alzando il naso al cielo. Il momento più intenso lo si raggiunge però davanti alla cattedrale: qui, rinchiuso in volontaria prigionia al primo piano di un palazzo, in un borghese negozio di modista, Monet descrisse con i colori la facciata della chiesa.

Oggi viene voglia di imitarlo: in quelle sale non si vendono più stoffe, ma restare a vedere la luce che colora la facciata resta un piacere. Ma non di sola arte vive l’uomo. Allora Rouen placa ogni esigenza: chi ama lo shopping troverà pane per i suoi denti. E chi vuole vivere la notte ha la scelta per una birra in allegria.
Passeggiando verso l’hotel sotto la luna, nelle strade di pietre e palazzi, il tempo sembra svanire. E incontrare armigeri e cavalieri non appare una stranezza.
Un consiglio: nella piazza dove arse Giovanna d’Arco oggi sorge una chiesa di cemento.
Dall’esterno può apparire sguaiata e fuori luogo. Ma dentro le vetrate antiche regalano un gioco di luci da batticuore. Non solo. Di fronte si vrova il ristorante La Couronne: la fondazione risale al 1345. Qui sono passati tutti i soliti, e pure gli inaspettati, noti. Il piacere della gola è garantito. Ed è bello sentirsi in compagnia di attori e teste coronate.

Fécamp e le scogliere della Costa d'Alabastro


Pietra e storia: dopo questo menù occorre ripartire. È tempo di andare verso il mare.
Un mare in apparenza bonario: almeno nei quadri degli Impressionisti e nei ricordi di noi turisti dei mesi di mezzo sole e quasi vento. Ma che sa essere feroce. Lo sapevano bene i pescatori di queste spiagge che passavano mesi a pescare il merluzzo nelle acque vorticose di Terranova. Loro partivano con il cuore in gola da Fécamp e intanto arrivavano i pittori da Parigi. Gli stessi che raccontarono a colpi di pennello le case basse color di pastello e le barche trasformate in ex voto, scorci di vita vissuta e di speranza appesa ad un filo. Intorno le falesie della Costa d’Alabastro sfidano i venti dal mare mentre poche centinaia di metri nell’entroterra si produce ancora il liquore Benedectine.
La ricetta risale al Medioevo e fu smarrita. Poi ricomparve ai tempi dei velieri. Oggi la distilleria tra le vecchie case pare un'abbazia, e il vento che si incanala nelle finestre profuma di mare e di erbe antiche.

Nel pomeriggio è il momento migliore per passeggiare sulla spiaggia: in ogni stagione, anche quando fa freddo, ci sarà un gioco di luce o una promessa di prospettiva. Provate a fotografare anche con il più scarso cellulare: le sfumature del vento e quelle del mare vi regaleranno suggestioni impressioniste. Qui potete scegliere. Restare sulla battigia di ghiaia assediata dalle maree o puntare verso Etretat. Sono pochi chilometri. Ma in un mondo dove domina la luce obliqua tra le nubi e il ringhiare del vento la differenza si fa sentire.

Qui, ora, le strade sono illuminate dalle insegne dei locali dove assaggiare le cozze o le capesante. Ma poco sembra separare dai tempi in cui le dame con i pizzi percorrevano a piccoli passi le spiagge. Sui lati, da un fianco e dall’altro, le scogliere dipinte da Monet.
Onde, pietra e vento: gli ingredienti del luogo sono quelli. Sia da terra, sia dal mare, affrontando le onde, il panorama apparirà identico ed emozionante. Ma sulla passeggiata un nuovo punto di vista vi colpirà: quello dell’arte. Queste scogliere sono una tavolozza verticale. Ognuno nelle brume vedrà un volto o una figura. C’è chi ci vede un elefante e chi una forma umana. Prendete il vostro tempo per decidere: il bello è farsi condizionare dal vento di mare.

A spasso per Le Havre


Lo stesso vento che ha gonfiato le vele dei bastimenti che per secoli hanno ormeggiato al porto di Le Havre.
Dalle banchine di quella che fu la porta spalancata sull’oceano per l’Europa dei mercanti arrivarono le merci esotiche del Nuovo Mondo e salparono grandi ricchezze. Ma soprattutto centinaia di migliaia di persone in cerca di un altro domani verso l’America. Tanti di loro l’ultimo sguardo alla terra di casa lo diedero proprio da queste rive.

Sarà un caso ma proprio nel porto di Le Havre, nel 1872, Claude Monet dipinse un piccolo quadro che si intitola “Impression, soleil levant”.
È una delle opere più famose al mondo e ha dato il nome all’intero movimento pittorico che ha cambiato il modo di tenere in mano i pennelli.
Quello che però si vede – o meglio: intravvede – nel quadro oggi non c’è più. Per preparare lo sbarco in Normandia, nel 1944, le fortezza volanti alleate sorvolarono oltre centotrenta volte il cielo della città. Ci furono 5000 morti e oltre dodicimila case furono rase al suolo.
Occorreva allora ricostruire tutto: Le Havre scommise sul futuro. L’incarico venne dato all’architetto Auguste Perret che vagheggiava un nuovo modo di costruire: unì un sogno e il cemento. E quello che ne uscì è la Le Havre che conosciamo oggi, l’unica città moderna diventata Patrimonio Mondiale dell'Unesco per il suo centro città.
È vero: per chi arriva dalle altre località della Normandia, fatte di case secolari e zuccherine come il quadro di un bambino, l’insieme può lasciare un attimo sconcertati. Ma quel cemento “scolpito”, secondo i principi del classicismo strutturale, ha il pregio di non coprire la luce. La vera ricchezza di questa terra che riesce a fondere il presente e il passato. E le impressioni del sole che sorge sono diventate quelle di una città che risorge.
Quindi passeggiate in quei boulevard smisurati e specchiatevi nelle vasche dei giochi d’acqua davanti al municipio ma poi non perdetevi una doverosa sosta al Musée d’Art Moderne André Malraux, o come lo chiamano qui, il MuMa. È il primo museo, dopo quello d'Orsay a Parigi, per le sue collezioni di Impressionisti e racconta, con le esposizioni, la coraggiosa sfida di quei pittori rivoluzionari che osarono ribellarsi alle regole dell’accademia.

Da Honfleur a Caen


Basta alla dittatura del disegno” dissero. “Smettiamola con il rigore dei ritratti in posa e diamo spazio al colore e al mutare delle ombre”.
Inutile dirlo: la Normandia in tutto questo ha un grande ruolo. Perché loro c’hanno messo l’intuizione. Questa terra dura e forte ha aggiunto la luce. E per averne una ulteriore conferma, se ce ne fosse bisogno, andiamo ancora più a ovest, lungo la costa, fino ad arrivare a Honfleur. È una piccola città che sa di essere bella. E, come una vezzosa, se ne fa vanto.

Chi arriva non può che restare colpito dalle leziose facciate multicolori delle case a graticcio, dagli scorci inattesi nei cortili acciottolati e dal lento ondeggiare delle barche ormeggiate nel porticciolo. È una tra le cittadine più amate dai francesi e non ci vuole molto a capire perché. È stata molto apprezzata anche dai pittori: quelli dell’epoca di Boudin e Coubert certo, ma anche da quelli di oggi. Davanti alla simmetrica grazia del Vieux Bassin c’è sempre qualcuno che, con convinzione, cerca di trasportare sulla tela un colpo d’occhio. Intorno, intanto, la cittadina offre a ciascuno l’illusione di una scoperta. L’unica accortezza è quella di essere curiosi e non timidi.

Dietro ogni angolo c’è qualcosa da vedere. Ecco allora i cortili e le rogge delle vecchie case dei tintori o le lillipuziane meraviglie dei modelli di barche esposti in quelli che una volta erano i magazzini del sale oppure le silenziose atmosfere, sotto le capriate in legno, della chiesa di Sainte Catherine. Poi, doverosa, una sosta in uno dei bar accarezzati dal sole davanti al vecchio porto. Questo, un tempo, era il riparo dei pescatori che cercavano faticosa ricchezza nei gorghi che nascono dove la Manica si mescola con l’acqua dolce della Senna.
Oggi è un ritiro per turisti e parigini in cerca di riposo. Tra un boutique hotel e l’altro l’arte ha il suo spazio: le gallerie sono una di seguito all’altra.

Infine Caen, l’ultima tappa del nostro vagare tra Normandia e scorci Impressionisti. Qui la traccia fondamentale è quella di un uomo forte. Già dal nome si capisce tutto: è Guglielmo il Conquistatore.

La città è antica ma porta ferite profonde assai più recenti. Durante la Seconda guerra qui si è combattuto per oltre due mesi. I palazzi di pietra antica non lo ammettono. Ma molti sono stati ricostruiti. E l’apparenza è giocosa nonostante che dietro le facciate restino le ferite. Un lutto che non si ritrova a passeggiare per la centralissima rue Saint Pierre all’ora dell’aperitivo. I cafè spumeggiano di giovani, le birre tracimano sui tavoli e la gioia di vivere è contagiosa.

Dall’altra parte della passeggiata pedonale, nel prato che sale fino al castello che oggi ospita il Museo delle Belle Arti, si ritrovano in tanti: vino rosè e risate scaldano l’aria mentre il sole scende. Per noi, in cerca di pennellate impressioniste, il museo è il luogo da non perdere, soprattutto durante il festival. Ma in ogni caso, il rimbalzare tra l’Abbazia degli Uomini, iniziata per placare le ire del Papa nel 1066 e quella delle Donne, voluta tra il 1060 e il 1080 dalla Regina Matilde, è un buon modo per respirare l’aria del passato di questa città nobile e sontuosa.

Ma il meglio è poi perdersi nei vicoli e nelle strade laterali dove si trovano piccoli ristoranti e negozi di prelibatezze locali. Formaggi e sidro: la gente del posto vi direbbe che di più non si può pretendere. Voi invece andate qualche passo più in la. Superate il castello e infilatevi nel quartiere di Vaugueux. L’atmosfera è quella di un paese e le insegne dei locali sono una serie infinita di golose promesse.

Qui visse anche la famiglia di Edith Piaf. Non lo sappiamo ma forse anche lei si fermò in una delle brasserie lungo la strada principale a mangiare frutti di mare, immaginando un canto a mezza bocca. Nella terra degli Impressionisti, del vento di mare e delle falesie, come immagine conclusiva ci può stare. Se sia vero però, chi lo può sapere. Ma quando il mare intona una canzone ricca di sfumature come una tela di Monet non resta che lasciarsi andare. E seguire a bocca chiusa il ritmo che profuma di sale, di colori e di sogni.

Ti piace viaggiare? Leggi anche il nostro articolo dedicato all'itinerario tra Bretagna e Normandia.

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