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Tappa 1: Tour al monastero di Santa Caterina da Dahab e scalata sul Monte Sinai

11.10.2010 – Lasciata la Giordania, Donnavventura si è fermata a Dahab, sul mar Rosso, per una tappa intermedia. La località è conosciuta per il mare ed un primo accenno di barriera corallina. L’intenzione è quella di scendere lungo il Sinai verso Sharm el Sheikh. Il territorio circostante Dahab è desertico e la polvere ha un colore giallo paglierino che crea un contrasto suggestivo con l’azzurro del mare, punteggiato dalle vele dei wind surf. La carovana si rimette in movimento, non prima però di aver deciso di invertire la rotta e, invece di scendere verso la punta estrema della penisola del Sinai, si risale la costa per dirigersi verso l’interno, in direzione del monastero di santa Caterina.
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\nSarebbe stato un delitto non recarsi in uno dei luoghi più sacri ed emblematici della cristianità, in quella valle ai piedi del monte Sinai, dove Dio parlò a Mosè per la prima volta, sottoforma di roveto ardente. Un roveto che non veniva consumato dal fuoco e che intimava a Mosè di togliersi i sandali, nel rispetto della sacralità del luogo. In quel luogo, nel IV secolo fu edificata una chiesa e nel VI secolo, per volere dell’imperatore Giustiniano, fu eretto un muro di cinta, all’interno del quale si è sviluppato un monastero che, da allora, non ha mai smesso di essere abitato da monaci. Il monastero è stato poi dedicato a Santa Caterina, poiché si narra che il corpo della santa, martirizzata ad Alessandria nel IV secolo, fu portato dagli angeli, secoli dopo, non lontano dal monastero che da allora le è dedicato.
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\nIl monastero si trova ad un altitudine di circa 1500 metri e, alle sue spalle, si erge il monte Sinai, un luogo non meno importante per la cristianità perché proprio qui Dio donò a Mosè le tavole della legge, vale a dire i Dieci comandamenti. Santa Caterina ricalca il modello di monastero delle origini, con la chiesa al centro e le abitazioni dei monaci disposte lungo il perimetro. Persino Napoleone ne rimase colpito e dispose il restauro delle mura di cinta. Le ragazze del team sono affascinate dal luogo e dall’atmosfera di sacralità che si respira. All’interno del monastero è ancora conservato un roveto, discendente, in qualche modo, di quello biblico. La carovana si rimette in movimento e si inoltra nella piana del Sinai, tra sabbia e speroni rocciosi modellati dal tempo, per tornare verso Dahab.

Tappa 2: Dalla sabbia di Dahab al mare di Sharm el Sheikh

12.10.2010 – Oggi l’avventura si fa subacquea. Il litorale della penisola del Sinai è conosciuto per la sua barriera corallina, conformazione naturale di straordinaria bellezza che è ospita coralli multiformi ed oltre mille specie di pesci. Dahab offre già un primo accenno di barriera e le donnavventura si immergono nelle sue acque limpide. Ieri la squadra si trovava nel deserto del Sinai ed oggi ha completamente cambiato scenario: dalla sabbia all’acqua! Dahab è una località piacevole perfetta per chi ama il mare e le immersioni. Tra l’altro il vento, che soffia con regolarità da queste parti, fa si che la meta sia perfetta per chi vuole imparare a praticare il wind surf ed il kite surf, infatti si vedono moltissime vele solcare le acque piatte di questa porzione di mare.
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\nAppena al di là della costa, però, ci si immerge nuovamente nella polvere del deserto, alcune piste salgono, direttamente dal mare, creando contrasti cromatici molto particolari.
\nLa carovana si dirige verso Sharm el Sheikh inoltrandosi tra gli alti roccioni che si stagliano ai lati della pista. Un panorama imponente e piuttosto monotono dove non si incontrano località intermedie, il territorio è arido e sassoso, decisamente inospitale, non si vede neppure un arbusto. La carovana si muove nella polvere, ormai immancabile compagna di viaggio.
\nIl team raggiunge Sharm el Sheikh, forse la più nota località balneare del mar Rosso, amatissima anche dagli italiani che vi trascorrono le vacanze in vari periodi dell’anno, quando magari a casa la temperatura è ancora rigida.
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\nAlberghi e strutture ricettive di ogni tipo rendono Sharm accogliente, divertente e perfetta per svolgere le più disparate attività sportive, lo snorkeling su tutte. Bastano una maschera e magari un paio di pinne per vedersi sfilare davanti al naso pesci colorati di tutte le fogge. Pesci farfalla, cernie, pesci pietra e scorpione, anche se questi due è meglio non infastidirli troppo. Le ragazze sistemano le cose nell’hotel che le ospita e sfruttano gli ultimi raggi di sole per immergersi immediatamente ed immortalare questo panorama sottomarino con le videocamere e le macchine fotografiche. Domani ci sarà modo di immergersi in un’area ancor più suggestiva. Staremo a vedere.

Tappa 3: Donnavventura 2010 alla scoperta della barriera corallina, e Laura lascia ….

13.10.2010 – Un’altra partenza, la terza nel giro di poche settimane. Questa volta è Laura a rientrare in Italia e la squadra si è alzata presto per salutarla. Laura sentiva particolarmente la mancanza di casa ed aveva già manifestato il desiderio di abbandonare la spedizione, forse è stata proprio questa sorta di decisione già presa che l’ha portata a trasgredire una delle regole principali di Donnavventura, vale a dire: “niente contatti con casa”. Il capo spedizione invece, ha ragione di credere che si sia collegata ad internet e questa forse, più che una trasgressione in sé è stata la manifestazione di un malessere, di una sorta di sfida con se stessa non vinta, da qui la decisione di farla rientrare in Italia. Salutata a malincuore una compagna di squadra con cui si è condiviso circa metà della spedizione, il team si organizza per svolgere il consueto lavoro quotidiano.
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\nMissione: barriera corallina! Non è semplice filmare sott’acqua, seguire i pesci con la telecamera, l’ideale sarebbe stare fermi e lasciare che siano i pesci ad avvicinarsi… più facile a dirsi che a farsi. Comunque tutto è pronto per l’imbarco. La barriera corallina costituisce un ecosistema delicato e a sé stante, fondamentale per la riproduzione e la vita di centinaia di specie di pesci e creature marine. La barriera in primis è una creatura animale vivente, poiché è costituita da una moltitudine di minuscoli polipi che vivono in colonie; sono dotati di uno scheletro esterno corneo o calcareo e si nutrono di altri microrganismi. Quando un polipo muore ce n’è già una nuova generazione pronta a crescere su quella precedente, creando così, nel corso di tempi lunghissimi, il reef.
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\nLa barca si avvicina intanto all’area di Tiran. Clotilde dispiaciuta parla della partenza di Laura e del fatto che siano rimaste solo lei e Valentina tra le “novelle” donnavventura, dato che Chiara era già una veterana. Anche il capo spedizione fa un bilancio della squadra, quale mai sarà la sua opinione sulle donnavventura di quest’anno? Top secret!! Nel frattempo la barca è arrivata in prossimità del reef, le ragazze si armano di maschere, pinne ma soprattutto macchine fotografiche e telecamere subacquee. Lo spettacolo è straordinario, i coralli colorati scintillano alla luce del sole che filtra attraverso l’acqua. Pesciolini colorati incuranti delle donnavventura continuano le loro attività, nuotano, si corteggiano e fanno capolino fra i coralli. I pesci farfalla se ne stanno sempre in coppia, quasi immobili e mai troppo distanti l’uno dall’altra, mentre la cernia dei coralli si mimetizza sulle pareti scure della barriera, diversamente dalla razza che si insabbia sui bassi fondali.
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\nUn mondo variopinto che stupisce per varietà e ricchezza, il tempo vola fra un’immersione e l’altra. Si sta facendo tardi, purtroppo il sole tramonta presto e viene così a mancare la condizione necessaria all’osservazione subacquea. Si rientra alla base e c’è ancora una questione in sospeso, quale donnavventura si sta per unire al gruppo? L’unica cosa che si sa è che si tratta di una veterana… Le ragazze allestiscono le consuete postazioni di lavoro e questa volta pare che le immagini vadano un po’ meglio.
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\nE’ quasi ora di cena ma prima bisogna dare il benvenuto a… Benedetta!!! Eccola che scende dal pick up, una sorpresa a metà perché in questi giorni il capo spedizione si era lasciato scappare qualche indizio. Benedetta aveva già raggiunto la spedizione ad Atene, solo per qualche giorno però, mentre ora la aspettano quasi due mesi di Egitto. Bentornata in spedizione super-veterana!!

Tappa 4: Escursione nel deserto con i Quad

14.10.2010 – Nuovo giorno, nuova squadra. Con Benedetta si riparte alla grande, quattro veterane si spera siano garanzia di stabilità per questo team che ha un po’ patito la fatica dell’affrontare una spedizione lunga e che forse si è rivelata più impegnativa del previsto. L’intenzione è quella di arrivare fino alla fine con questo assetto.
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\nClotilde e Valentina comunque, tengono duro alla grande, sempre più a loro agio con la guida, di fronte alla telecamera e con tutte le grandi e piccole incombenze di una donnavventura. In bocca al lupo allora! Prima cosa da fare è una redistribuzione dei compiti. Laura che è appena partita e Benedetta, che le è subentrata, hanno attitudini e competenze diverse, ecco che nasce l’esigenza di non fare semplicemente un passaggio di consegne, ma di rivedere gli incarichi di tutte. Benedetta infatti è quella con più esperienza nella gestione del materiale video, non è un caso infatti che i brevi filmati che vengono pubblicati sul sito, siano montati da lei, significa che è lei a scegliere le immagini e confezionare le clip, abbinando anche le musiche più idonee. Benedetta, Ana e Valentina si concentreranno quindi sulla selezione e la gestione delle immagini filmate, Stefania e Clotilde sulle fotografie, Chiara sull’archeologia e il diario. C’è poi tutta una serie di incombenze secondarie che vanno dall’aggiornamento dei file di viaggio, alla contabilità, sino alla gestione del carburante, che sono anch’esse spartiti equamente.
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\nLa barriera corallina chiama. Mi sa che le donnavventura ci hanno preso gusto nel filmarsi reciprocamente sott’acqua. Evoluzioni, rincorse a pesci riottosi e ricerca di sempre nuovi soggetti da immortalare fanno ormai parte del quotidiano. E chi glielo dice che già oggi pomeriggio si ritorna nel deserto! Infatti… Si torna nel deserto ma ognuna con il proprio quad, il modo più divertente per muoversi su questo tipo di terreno. Veloce, affidabile, va ovunque, anche meglio di un pick up, non teme né sassi, né buche, che spasso! L’ideale sarebbe muoversi da soli o affiancati, non come le donnavventura abituate a viaggiare in carovana che, imperterrite, mantengono una rigorosa fila indiana anche ora, alzando un polverone pazzesco, che si riversa tutto sulle ultime. Pazienza, le ragazze sono bardate con occhiali e sciarpa di lino così da non mangiare troppa polvere.
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\nConcentrate sulla guida si perdono in parte il panorama offerto dal deserto con le sue rocce color ocra. Ritroveranno quello stesso colore nell’acqua di ammollo dei vestiti questa sera, insieme ad un bel po’ di sabbia. Guidano sino al tramonto, ormai tutte hanno preso confidenza con il mezzo, persino Chiara che “odia il quad” mi sa che si è divertita. La serata però presenta un ennesimo capovolgimento di fronte. Dopo le immersioni del mattino, il quad del pomeriggio, con annesso insabbiamento delle donnavventura e conseguente doccia, mai così anelata, ecco che si profila una cena elegante in uno dei più esclusivi hotel di Sharm el Sheikh. Le ragazze indosso gli abiti puliti “della festa”, pantaloni lunghi verdi e polo bianca, scendono la scalinata che le porta al ristorante, per godersi una gustosa cena, raccontandosi la giornata appena trascorsa.

Tappa 5: La Carovana di Donnavventura 2010 arriva a El Tur (Sinai), Egitto

15.10.2010 – Se il buon giorno si vede dal mattino, oggi sarà un ottima giornata perché si apre con un’ultima immersione tra i coralli del Mar Rosso. La tentazione era troppo forte, quindi sveglia presto e subito in acqua, per la colazione ci sarà tempo dopo. Anche i pesci sembrano più vivaci del solito o forse non si aspettavano di vedere le donnavventura già a quest’ora e se la battono a “gambe levate”… Verso metà mattina la carovana è pronta a muoversi. A raccolta bagagli e attrezzature nella hall dell’hotel prima di rimettersi in viaggio. Mentre le compagne sistemano i mezzi, Benedetta applica il proprio nome sulla portiera di Billy, di cui, da oggi, è titolare insieme a Stefania e ci ricorda che è alla sua quarta spedizione, un pezzo di storia di Donnavventura!
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\nIl team lascia Sharm el Sheikh, mi sa che le ragazze si erano un po’ abituate a questo clima vacanziero, altro che strade sterrate e campi nel deserto, ma torneranno presto… nel frattempo abbandonano questa località di passaggio, un po’ al di fuori dei canoni del viaggio, per risalire la penisola del Sinai, verso il canale di Suez.
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\nSeguendo piste secondarie la carovana arriva a El Tur Sinai, una cittadina di circa 30.000 abitanti, decisamente al di fuori delle rotte turistiche. Il centro, se così lo si può definire, è costituito da una piazza con due caffè, dove gli uomini si ritrovano per fumare, chiacchierare o giocare a domino. Negozi ed esercizi commerciali sono concentrati nelle due vie principali, perpendicolari l’una all’altra. La città vive principalmente di pesca ed ha un piccolo porto piuttosto trafficato. L’aspetto generale delle abitazioni e delle strade è piuttosto dimesso. Cantieri aperti, insegne scolorite, calcinacci e un po’ troppa sporcizia per le strade, almeno per i nostri standard occidentali. In compenso le persone sono sorridenti e disponibili anche qui. Si torna alla semplicità, le donnavventura dopo una giornata spossante per via del caldo che oggi si è decisamente fatto sentire, si godono una cena che ha il sapore di casa, brodo di pollo e pollo. Niente spezie né intingoli, ma un piatto che potrebbe essere stato cucinato da una qualsiasi delle nonne delle ragazze. Sono passati 57 giorni dall’inizio del viaggio, la lontananza da casa comincia a farsi sentire prepotente. Basta un cucchiaino a forma di paletta a far correre il pensiero al tè che preparava la nonna, a quanto tempo è passato da allora. Tempo che non torna e che, impietoso, continua a scorrere. Diario redatto da Chiara

Tappa 6: Risalendo la penisola del Sinai, lungo la costa del Mar Rosso fino al Canale di Suez

16.10.2010 – La sveglia suona molto presto questa mattina, l’obbiettivo è quello di risalire la penisola del Sinai, attraversare lo stretto di Suez e scendere lungo l’altra costa del mar Rosso, in direzione Zafarana. Non prima però di aver fatto un ultimo giro per El Tur dove, in mezzo alle case, si erge la chiesa di San Marco. Si tratta di una delle poche chiese cattoliche, l’Egitto infatti è un paese ad alta prevalenza musulmana, il 90% circa della popolazione è infatti di fede islamica, anche se il cristianesimo trova qui alcune porzioni importanti della propria storia, legata in special modo agli episodi del Vecchio e della vita di Gesù.
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\nL’intera penisola del Sinai ha una forte valenza simbolica, il suo deserto “vasto e terribile” fu affrontato da Mosè in quel viaggio lungo quarant’anni, che portò il popolo di Israele dall’Egitto alla Terra Promessa. Qui Dio parlò allo stesso Mosè la prima volta e gli consegnò, in un secondo momento, le tavole della legge. Una terra che per migliaia di anni è stata teatro di conflitti e oggetto di contesa, attraversata da profeti, nomadi, pellegrini e conquistatori. La carovana dopo questo breve excursus si dirige verso nord. I colori cambiano nuovamente, rocce e sabbia hanno tonalità che virano dal talco al senape chiaro, in un susseguirsi di paesaggi monotoni. Non vi sono centri abitati veri e propri, attorno ad Abu Zinema si nota un gran via vai di camion, che hanno a che fare, con tutta probabilità, con le cave di manganese di cui la zona è ricca. Ci si sta avvicinando alla zona di Suez, nota per quella meraviglia ingegneristica che è il canale, inaugurato nel 1869 e che collega il mar Rosso al mar Mediterraneo. Un’opera importantissima per l’economia ed il commercio egiziano. La carovana passa attraverso il tunnel al di sotto del canale e comincia la discesa verso Ain Sukhna, destinazione di oggi.

Tappa 7: Donnavventura 2010 arriva al Cairo

17.10.2010 – Il Grand Raid d’Egitto, in un certo senso, comincia oggi, da “Il Cairo”, capitale del paese. La carovana si inoltra nel deserto, trovando nuovamente quello stesso panorama monotono ed uniforme, anche cromaticamente, dei giorni scorsi. Roccia e sabbia, terra battuta e pietre. Un contesto ambientale privo di punti di riferimento e di risorse, se non quelle del sottosuolo. Una terra arida, invivibile, in cui non si vedono neppure quei pochi striminziti arbusti che crescevano invece, nella penisola del Sinai. Qui davvero non si incontra anima viva, né greggi, né dromedari, né beduini. Lungo la pista che si sta seguendo ci sono tracce di sfruttamento minerario, camion che arrancano nella polvere e posti di blocco. Un’infinità di posti di blocco con relative sbarre e militari armati di mitra. Niente foto né immagini, da queste parti non si scherza. La carovana comunque non ha alcun problema a proseguire per la sua strada e procede in direzione Il Cairo.
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\nLa città è davvero enorme, la più grande fra le metropoli del continente africano. Si sviluppa su di una superficie di 1200-1300 km2 e conta circa 18 milioni di abitanti. La carovana impiega oltre due ore ad attraversare la città. Immettersi nella tangenziale esterna è un’impresa, il traffico, già qui, è impressionante. E’ difficile guidare da queste parti, un traffico pazzesco che si somma al fatto che gli egiziani al volante sono a dir poco pericolosi, non si preoccupano per esempio, di mantenere la loro corsia e invadono quella altrui come niente fosse, con una noncuranza sconcertante. Il concetto di precedenza è loro estraneo, in compenso usano abbondantemente il clacson, non abbiamo ancora capito se lo considerano un folcloristico accessorio sonoro, una sorta di strumento musicale o se, invece, lo usano per comunicare qualcosa, nel qual caso li possiamo considerare un popolo molto “espansivo”. Un’ulteriore prova per le driver che temevano questo test già da La Thuile, anche se, tra le neo-donnavventura, solo Valentina e Clotilde potranno dire di aver guidato al Cairo e se la sono cavata decisamente bene. La squadra va alla scoperta della città, una ricognizione generale per capire come muoversi domani.
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\nPrima tappa: le piramidi di Giza. I sentimenti sono contrastanti, da una parte l’emozione di trovarsi a due passi da un “monumentale pezzo storia”, dall’altra la delusione nel constatare che questo “monumentale pezzo di storia” è stato inglobato quasi del tutto nella città. Abitazioni, bar, chioschi, costruzioni varie, non certo di pregevole fattura, attorniano le piramidi di Cheope, Chefren e Micerino. Un delitto soffocare tanta maestosità in questo modo, però il fascino prepotente del passato si impone e ci si interroga involontariamente sul come e quando tanta stupefacente magnificenza architettonica sia stata edificata. A guardia delle piramidi la Sfinge, enigmatica e misteriosa, ancora oggi oggetto di studi perché lei si che la sa lunga eppure, dopo 5000 anni, ancor non ha raccontato tutto di se e chissà se mai lo farà, a dispetto di quanti si arrovellano per svelare i suoi arcani.

Tappa 8: Le ragazze di Donnavventura alla scoperta dei mercati de Il Cairo

18.10.2010 – E’ quasi impossibile definire Il Cairo una bella città, caotica, trafficata, perennemente avvolta nello smog e non certo pulita. Dispiace perché si vorrebbe esaltarne i lati positivi, ma da un punto di vista meramente estetico ed architettonico è difficile. Dall’alto invece acquista un fascino particolare, sarà proprio per via di quello smog che ne confonde i contorni, facendola sembrare uno sterminato set cinematografico futuristico o forse è la sinuosità del Nilo che la attraversa a darle una morbidezza che dal basso non si coglie. E’ innegabile però che abbia un fascino tutto suo, frutto di quella mescolanza fra tradizione e voglia di contemporaneità.
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\nUna città che si muove al ritmo del canto dei muezzin e degli assordanti clacson che non tacciono mai, dove è pericoloso attraversare la strada me bello poter osservare le piramidi che, a loro volta, restituiscono lo sguardo. Tra le vie del suq si trova un po’ di tutto, negozi di varie fogge, venditori ambulanti di pane e succhi di frutta, ragazzini che cercano di rifilarti souvenir o cartoline e seriose signore velate. C’è poi un bellissimo caffè, si chiama El Fishway che è il più antico del Cairo. Qui scrittori, poeti e artisti, si sono seduti e si siedono tuttora tra suoi specchi, per godere di un buon tè o fumare una shisha, vale a dire il narghilé. L’anima del Cairo è racchiusa nel suo pulsante suq, da sempre centro delle attività commerciali della città, sin dai tempi della sua fondazione nel XIV secolo. I portali in pietra che fungono da ingresso all’intrico di vie sono successivi, risalgono infatti al XVI secolo. La carovana si rimette in moto e nel tragitto verso il mercato del pesce si ferma ad osservare la così detta “città dei morti”, una delle zone più povere della città.
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\nGli estranei non sono ben accetti e si preferisce quindi proseguire. La temperatura è impietosa ed un venditore di succo di tamarindo cade proprio a fagiolo. Le ragazze ormai hanno imparato ad apprezzare questa bevanda fresca e dolciastra sin dalla Turchia e non si preoccupano troppo delle norme igieniche, del bere da un bicchiere già usato da chissà chi, una bevanda non certo preparata in un ambiente sterile… altrimenti che donnavventura sarebbero. Finalmente, dopo tortuosi percorsi cittadini, arrivano al mercato del pesce, un tripudio di bancarelle, vasche da bagno piene d’acqua ed esemplari di varie specie e dimensioni. Il pesce arriva quotidianamente dal Nilo, dal mar Mediterraneo e dai laghi artificiali, come quello di Nasser.
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\nAl mercato si trovano solamente persone del luogo che contrattano animatamente il prezzo del pesce. Una signora corpulenta non ci sta proprio a farsi infinocchiare da un venditore sgallettato che, a quanto pare, pretende un po’ troppo per la merce che propone. Chissà se le donnavventura si sono fatte valere o se hanno sborsato più del dovuto per quanto hanno appena comprato. Avrebbero dovuto far condurre le trattative da una delle signore del posto, peccato che si faccia così fatica a capirsi. Clotilde, una volta acquistati gamberetti e calamari si piazza vicino alla friggitrice nel suo chiosco di Ali, e supervisiona la preparazione del pranzo, oggi si mangia al mercato, tra la curiosità degli avventori abituali. A queste ragazze non manca mai l’appetito… buon segno! E cosa c’è di meglio dopo pranzo di un po’ di frutta fresca? Il mercato della frutta e della verdura non è esattamente dietro l’angolo, specie perché le distanze al Cairo sono piuttosto relative, data l’incidenza del traffico sulla tempistica degli spostamenti. Ad attenderle bancarelle invitanti con esposti frutti succulenti e profumati, un autentico invito a nozze! Le ragazze si aggirano fra i banchi, suscitando anche qui, una certa curiosità. Difficile esplorare l’intera città, è talmente vasta che solo l’attraversarla richiede ore. La carovana si muove fra le strade, incrociando carretti trainati da cavalli e auto scalcinate che ci si chiede come possano non cadere a pezzi. Colori, profumi, odori si mescolano nell’assordante suono dei clacson. Domani però ci si concentrerà su ciò che di più bello e maestoso questa città possiede: le piramidi.

Tappa 9: Donnavventura 2010 alle Piramidi, visita a Cheope, Chefren, Micerino e l’enigmatica Sfinge

19.10.2010 – La consueta cappa di smog sovrasta il Cairo, ne uniforma i colori che già, di per se, non sono particolarmente sgargianti. Il sole del mattino è pallido o semplicemente non riesce a penetrare la coltre di pulviscolo che aleggia nell’aria. La carovana si immerge nel traffico, elemento imprescindibile di questa tentacolare città. Difficile guidare in queste condizioni, pedoni arditi sbucano da tutte le parti perché l’unico modo che hanno per attraversare la strada è quello di “buttarsi”, rischiando ogni volta di finire sotto ad una macchina. Non esistono al Cairo strisce pedonali ed i semafori sono per lo più lampeggianti, forse perché nessuno si fermerebbe al rosso. Gli automobilisti poi guidano senza regole tagliando la strada e invadendo la carreggiata senza preavviso.
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\nFinalmente si arriva alla piana di Giza, a ridosso delle piramidi. Questi straordinari testimoni del passato oggi sono quasi del tutto inglobati nella città, che si è orrendamente sviluppata quasi a toccare le zampe della Sfinge. Alle sue spalle però l’ambiente è rimasto tale e quale 4000 e rotti anni fa, dune e deserto. Da quella prospettiva si può ammirare uno spettacolo che mozza il fiato, carico di suggestione e di fascino. La carovana si dirige in questa direzione. Oggi è anche la giornata di Chiara che si scatenerà a raccontare delle piramidi in lungo e in largo e chi la tiene più! Del resto siamo in uno dei luoghi più misteriosi ed affascinanti della storia, nonché simbolo dell’intero Egitto e per un’appassionata di storia come lei è impossibile trattenere gli occhi dal luccicare. Sono tre le piramidi principali, quelle dei faraoni della IV dinastia che ha regnato tra il 2625 ed il 2510 a.c., Cheope, Chefren e Micerino.
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\nLa più grande, nonché la più antica è quella di Cheope, completata nel 2528 ac. Un’opera colossale per la realizzazione della quale sono serviti oltre vent’anni di lavoro, due milioni e mezzo di blocchi di calcare e circa 20.000 persone che vi lavoravano incessantemente. Ciò che sappiamo di questo faraone ci è arrivato soprattutto attraverso gli scritti di Erodoto, che ci rimanda la figura di un tiranno che costringeva il popolo a lavorare senza tregua, anche se, da indagini storiche recenti, pare sia emerso che i lavoratori fossero salariati e non schiavizzati. Sta di fatto che edificare un’opera di tali proporzioni appare ancora oggi come qualcosa di incredibile. Accanto alla piramide di Cheope si trova quella del figlio Chefren, un po’ più piccola ma che conserva ancora sulla sommità parte della originale copertura in calcare levigato. In epoca medievale le piramidi vennero considerate “materiale da costruzione” e smantellate in parte per costruire palazzotti al Cairo. Fortunatamente lo scempio si limitò allo strato superficiale più pregiato. Ben più piccola invece la piramide di Micerino, figlio di Chefren che, probabilmente, non disponeva della stessa fortuna economica dei predecessori e si era dovuto “accontentare” di una tomba più modesta. Attorno alle piramidi è un pullulare di ragazzini che vendono souvenir e cammellieri che propongono ai visitatori di fare un giro. Le donnavventura si fanno subito convincere e montano a dorso di cammello. L’altezza è notevole ma gli animali sembrano docili, speriamo… La piana di Giza offre uno spettacolo davvero unico al mondo. La scelta di questo sito non è stata casuale.
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\nQui infatti il fondo roccioso garantiva il sostegno del peso delle piramidi, inoltre la piana si trovava ad una giusta distanza dal Nilo, oltre il limite delle inondazioni e sul lato occidentale, quello riservato al regno dei morti, bagnato dal sole al tramonto, prima che questo scenda nell’aldilà. La carovana scivola fra le dune con alle spalle le grandi piramidi di Cheope e Chefren. A vegliare sulla necropoli, da quasi 5000 anni c’è la Sfinge, misteriosa creatura dal corpo di leone che rappresenta il faraone Cheope con indosso il nemes, il copricapo reale, simbolo del potere. La sfinge è stata scolpita da un unico blocco di roccia, eccezion fatta per le zampe realizzate con materiale da riporto. Da sempre oggetto di studio, si continua ancora oggi ad indagare il suo imperscrutabile sguardo.
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\nGiza è uno specchio di quella che era la società del tempo, infatti le piramidi dei tre faraoni sono affiancate da quelle più piccole degli altri membri della famiglia reale e da una serie di tombe destinate ai nobili, ai funzionari statali ed agli altri membri della società, la cui importanza si misura in proporzione alla distanza dalle tombe reali. Una vera e propria città poiché le tombe avevano, in tutto e per tutto, l’aspetto di case che andavano a formare quartieri distinti. Le ragazze hanno passato l’intera giornata fra le piramidi, storia e suggestione si sono mescolate al caldo torrido che non ha dato tregua. Alcune, come Clotilde, le avevano già viste, per altre invece era la prima volta. Soddisfazione unanime, anche se dispiace constatare quanto siano soffocate da strutture che mai potrebbero essere alla loro altezza. La giornata riserva ancora delle sorprese, Ana ci svela che è in programma una navigazione notturna sul Nilo. E’ un’occasione per assaporare l’aspetto più folcloristico del Cairo, una città che di sera assume sfumature diverse grazie agli spettacoli tradizionali dei dervisci rotanti o delle danzatrici del ventre. La sera l’aspetto di questa metropoli cambia, si mescola antico e moderno, cerando di conciliare i ritmi del canto del muezzin, con quelli caotici dei suoi abitanti che corrono, perennemente in ritardo, da qualche parte.

Tappa 10: Visita al Museo Egizio de Il Cairo e il tesoro di Tutankhamon

20.10.2010 – Sarebbe stato quasi un delitto essere al Cairo e non entrare al museo egizio, dove è conservata la più grande collezione di reperti appartenenti all’antico Egitto, che si compone di oltre 100.000 pezzi esposti ed altrettanti, se non di più, nei magazzini. Un autentico tesoro che annovera pezzi straordinari per bellezza e ricchezza. Il museo è visitato ogni giorno da circa 8000 persone, l’esterno brulica di gente che aspetta di entrare, aggirandosi fra le prime statue e le prime sfingi. L’interno è maestoso, le sale sono un susseguirsi di sarcofagi, incisioni e oggetti dei più disparati, ma il fiore all’occhiello del museo è il tesoro di Tutankhamon.
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\nSi tratta del corredo funerario di questo giovane faraone della XVIII dinastia, morto nel 1349 ac., all’età di 18 anni. Un faraone minore che sarebbe rimasto un nome qualunque del lungo elenco, se non fosse stato per il ritrovamento della sua tomba intatta, ad opera dell’archeologo Howard Carter nel 1922. Il corredo si compone di oltre 2000 pezzi, distribuiti in 12 sale, quello più impressionante per bellezza e stato di conservazione è la maschera funeraria in oro massiccio e lapislazzuli. Altrettanto impressionanti sono il sarcofago ed il trono anch’essi in oro. Non si tratta semplicemente del materiale in se a rendere questi oggetti così preziosi, ma anche la fattura finissima e la ricercatezza nei dettagli. Visitare l’intero museo richiede una giornata, le sale si susseguono mostrando ogni volta qualcosa di sorprendente.
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\nSono conservate qui anche la statua del faraone Cheope di cui ci restano tracce agli antipodi, la più grande delle piramidi ed una riproduzione in avorio alta appena nove centimetri. Chefren invece, si presenta al pubblico con una ragguardevole statua in diorite che ne esalta il potere. C’è anche una pregevole testa di Nefertiti, rimasta incompleta, che tuttavia è eloquente testimonianza della leggendaria bellezza di questa regina. I tanti sarcofagi sono l’occasione per Chiara di spiegare quale fosse la concezione egizia della morte. Gli antichi infatti, credevano che la vita potesse continuare dopo la morte, ma per questo era necessario che il corpo si conservasse tale e quale e che la tomba all’interno del quale in defunto veniva posto, ne riproducesse fedelmente le condizioni di vita. Ecco perché nelle tombe si trovano tutti gli oggetti di uso comune, nonché rappresentazioni di cibo affinché il corpo potesse nutrirsi.
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\nUn’età affascinante che rivive fra queste mura cariche di significato. Chiara scambia poi due parole con Imen, una ragazza egiziana, laureata in archeologia, che lavora al museo egizio. Lei si sente figlia di quel passato ed suoi tratti, marcati ma dolci, potrebbero benissimo esser appartenuti ad una delle grandi regine dell’Antico Regno. Il diario di oggi è di Chiara

Tappa 11: Ultimo giorno nella Capitale dell’Egitto, la visita della cittadella del Cairo

21.10.2010 – Ultimo giorno al Cairo, bisogna ottimizzare il poco tempo rimasto a disposizione per cercare di conoscere ancora meglio questa grande, caotica città. La carovana attraversa il Nilo sul ponte Kassel, sorvegliato dai suoi grandi leoni e punta verso Shari el Tahrir, una delle arterie principali della città.
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\nTra il museo egizio ed il parlamento Stefania nota un ingresso della metropolitana. Al Cairo ci sono attualmente due linee e che altrettante sono in via di realizzazione. La prima è stata inaugurata nel 1987, prima non solo in Egitto ma in tutto il continente africano.. Meta privilegiata di oggi è la cittadella che domina dall’alto l’intera metropoli. Da qui si gode di una vista privilegiata sull’intera città i cui confini si perdono a vista d’occhio, del resto accoglie quasi 20 milioni di abitanti!
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\nLa cittadella fu fatta edificare da Saladino nel 1176 per difendersi dagli attacchi dei crociati e per erigerla fu in parte utilizzata la copertura in calcare delle piramidi, considerate allora, poco più di ingombranti granai. Nonostante la cittadella sia di età medievale, l’elemento architettonico di maggior spicco è la moschea di Mohammed Ali, fatta costruire dallo stesso uomo politico di cui porta il nome, tra il 1824 ed il 1848. E’ detta anche moschea di alabastro, poiché di questo materiale sono le lastre che ne compongono il rivestimento inferiore. La cittadella è anche meta di gite scolastiche, le ragazze incontrano alcune studentesse che sono molto incuriosite dal team, in un attimo è un tripudio di fotografie, domande, sorrisi. Telefonini puntati a destra e a sinistra per immortalare le donnavventura che non si tirano indietro, anzi, accolgono sempre con piacere queste manifestazioni spontanee di simpatia.
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\nIl Cairo ormai è diventato familiare, anche il traffico non sembra più così insostenibile come il primo giorno, ma rimane fondamentale non distrarsi alla guida. Si tratta della più estesa città del continente africano, con i suoi 1300 km2 di superficie. E’ una città dai forti contrasti, il caos delle sue strade e la quiete del Nilo, i locali tradizionali ed i grandi alberghi che celano, al loro interno, boutique di prestigiosi stilisti, italiani su tutti. La giornata volge al termine, le ragazze si godono l’inusuale brezza proprio sul Nilo. I ritmi e le situazione affrontate dalle donnavventura sono in genere ben diverse, ma ogni tanto ci sta un piccolo vizio, un cocktail alla frutta, rigorosamente analcolico, da condividere con Benedetta che le siede accanto e con il resto del team. Donnavventura ha solcato molti grandi fiumi, Ana ripensa al Rio delle Amazzoni, allo Zambesi, al Mekong ed infine al Nilo, che corre per 6671 chilometri attraversando l’Egitto ed il Cairo.

Tappa 12: L’Oasi di Al-Fayoum, Donnavventura nel Giardino dl’Egitto

22.10.2010 – Finalmente la carovana lascia Il Cairo, finalmente perché le donnavventura in genere amano poco le città, specie quelle così estese e trafficate, preferendo contesti più naturali, di mare o deserto. Tra l’altro oggi è venerdì, giorno di festa per i musulmani, quindi per le strade non c’è quasi nessuno, in un attimo ci si lascia alle spalle la capitale, per dirigersi verso El Fayoum. Si tratta dell’oasi più estesa del paese, considerata sin dall’antichità il “giardino” d’Egitto, poiché qui venivano e vengono coltivati in abbondanza frutta e verdura. Molte anche le greggi al pascolo, accompagnate dagli immancabili asinelli con pastori che spesso sono poco più che bambini. E’ stupefacente pensare che tra qui ed Il Cairo vi sono circa cento chilometri di deserto assoluto, che all’improvviso si fa rigoglioso di natura e di verde. Molti sono i campi coltivati, irrigati da canali artificiali che continuano a rendere la terra fertile, strappandola al deserto che incombe. Il Fayoum è inoltre l’habitat ideale per molte specie di uccelli, alcune stanziali, altre migratorie che si fermano soprattutto in prossimità del lago Qarun a svernare. Tra i campi si vedono molti trampolieri bianchi, forse spatole o garzette, alla ricerca di cibo. Il panorama è davvero bucolico, le greggi pascolano indisturbate mentre asinelli minuscoli, stracarichi di canne appena tagliate, trotterellano lungo i sentieri, accompagnati dal sorridente ragazzino di turno, dallo sguardo sveglio. La carovana sfila tra i campi con alle spalle il sole al tramonto, le ultime pecorelle smarrite vengono recuperate dai rispettivi pastori, per essere quindi riportate all’ovile per la notte. Il sole tramonta presto, ma ancora lungo le rive del lago si incontrano pescatori intenti a vendere il frutto del lavoro della giornata. Si ritirano le reti, qualcuno ancora insiste con la canna da pesca, mentre all’orizzonte si intravede ancora qualche barca.

Tappa 13: Verso il mar Rosso, destinazione Zafarana e il monastero di Sant’Antonio

23.10.2010 – L’oasi del Fayoum sembra davvero un altro mondo rispetto all’Egitto, i campi coltivati ad ortaggi e i canneti la fanno somigliare, per certi versi all’Asia. La terra è fertile grazie ai canali d’irrigazione che la attraversano. I bambini accompagnano le greggi al pascolo, mentre gruppi di giovenche riposano all’ombra di pergolati di paglia. Il cotone è già stato raccolto e nelle aie si intravedono i grandi sacchi di iuta da cui spunta qualche fiocco ribelle. Non è raro vedere tre o quattro persone sulla motoretta, intere famiglie si spostano stringendosi un po’ sul sellino, qui e là spunta qualche viso di bimbo che sorride, mentre i ragazzi più grandi viaggiano a dorso di mulo. Chiara si guarda attorno, cercando con gli occhi il lago di Qarun che, in realtà, si trova qualche chilometro più in là: si tratta di un grande lago formatosi circa 70.000 anni fa, a seguito di un’esondazione del Nilo che riempì la depressione del Fayoum. Costituisce un habitat ideale per molte specie di uccelli, ma anche un rilassante diversivo soprattutto per gli abitanti della caotica città del Cairo, che vengono qui a godersi il panorama, magari di un bel tramonto con il sole che si getta nelle acque del lago, colorandolo di rosso. La carovana lascia l’oasi per dirigersi verso il mar Rosso, l’aspetta una lunga traversata del deserto, ma dal finestrino si vede ancora scorrere la vita dei campi. Si passa all’interno di alcune cittadine e villaggi, dove l’attenzione delle persone si convoglia tutta sulla carovana bianca e sulle sue insolite driver. Si attraversano Sinnuris, Lahun, Dandil sino ad arrivare alla più grande Beni Suef dove c’è il ponte che porta dall’altra parte del Nilo. A questo punto il panorama cambia drasticamente facendosi desertico. Chilometri e chilometri di nulla color ocra, lungo una pista che taglia longitudinalmente la cartina in direzione Zafarana. Si distinguono alcune installazioni militari mimetizzate nella sabbia. La carovana, tra l’altro, è perennemente scortata da una camionetta dell’esercito con sei militari a bordo, consuetudine o precauzione? Meglio non saperlo, noi ci adeguiamo alle indicazioni del paese che ci ospita e proseguiamo per la nostra strada. Si avvicina la tappa principale di oggi, il monastero di sant’Antonio, uno dei più antichi della cristianità poiché è stato eretto nel 356, anno della morte dell’eremita. Il contesto è molto suggestivo, poiché il monastero sorge ai piedi della montagna dove il santo rimase durante la sua lunga vita, morì infatti all’età di 105 anni. Il complesso è molto grande e si sviluppa come un vero e proprio villaggio, con cinque chiese, orti, una panetteria e tutto ciò che serve per mantenerlo quasi del tutto indipendente dal mondo esterno. La carovana entra dal cancello al limitare delle mura. Ciò che colpisce immediatamente è il colore uniforme delle pareti, un ocra chiaro che si mimetizza perfettamente con la sabbia e con le pareti rocciose alle spalle del complesso. Padre Giacobbe accoglie le donnavventura e le accompagna attraverso i meandri del monastero, raccontando anche delle abitudini di vita dei monaci, sveglia alle 4.00 del mattino, preghiera e lavoro. Ognuno ha le proprie incombenze quotidiane, che variano di settimana in settimana. Padre Giacobbe mostra intanto una sorta di ascensore rudimentale che veniva utilizzato per “issare” gli ospiti. I monaci potevano affacciarsi alla finestra e decidere se il potenziale visitatore era gradito o meno, gettandogli l’imbraco. Da quassù poi si gode di una vista a 360 gradi sul monastero e sul deserto circostante. La chiesa di sant’Antonio è l’elemento più importante del monastero e conserva il più estero ciclo di affreschi copti dell’intero Egitto, scampati miracolosamente agli atti vandalici ad opera di berberi e beduini che attaccarono a più riprese questo autentico baluardo della cristianità. Il monastero nasconde anche un antico mulino ed un mistico refettorio in pietra che fa tornare alla mente l’ultima cena. E’ molto suggestivo e le ragazze non resistono alla tentazione di sedersi al posto dei monaci, Stefania addirittura si sbilancia dicendo che non le dispiacerebbe condurre quel tipo di vita, sarà il caso di lasciarla qui a meditare? Certo che no, come farebbe la squadra senza di lei! Il monastero è dedicato a sant’Antonio, che a 18 anni lascia tutto per ritirarsi in meditazione e in preghiera in un eremo non distante da qui. Proprio ai piedi della grotta si erano raccolti i suoi seguaci che, alla morte del santo, cominciarono a costruire il monastero vero e proprio. I monaci hanno invitato le ragazze a pranzo, un pasto molto semplice a base di minestra di fagioli, pane ed una salsina a base di peperoni e formaggio. E’ tempo di lasciare i monaci alle loro incombenze quotidiane. Lungo il tragitto verso Zafarana la carovana si imbatte in un esteso campo eolico, uno dei più grandi del continente africano. In effetti si vedono mulini a perdita d’occhio. Il sole sta tramontando e ormai si è vicini alla destinazione, dal navigatore si vede che si trova ormai sul Mar Rosso, la traversata di questa porzione di deserto è compiuta.

Tappa 14: Da Zafarana, capitale del kitesurf a El Gouna

24.10.2010 Zafarana, sul Mar Rosso, è una località ben poco turistica ma frequentata dagli amanti del kitesurf, che arrivano qui un po’ dappertutto. Gente del posto se ne vede ben poca, gli avventori della spiaggia sono stranieri, per lo più europei. Gente che si muove cercando il vento e che, aggrappata al kite, si esibisce in salti spettacolari. Le donnavventura li osservano, uno spettacolo un po’ diverso rispetto ai resti archeologici ed ai monasteri cui si erano abituate, ma si adeguano comunque. Ne approfittano anche per fare un bagno in queste acque trasparenti e un po’ freddine, un ottimo inizio di giornata. Il deserto cela anche un altro importante monastero, oltre quello di sant’Antonio, quello di san Paolo. La vita dei due santi è molto simile. Entrambi giovanissimi si erano ritirati a condurre vita da eremiti, il primo a 18 anni, il secondo a 16. Si racconta poi che quando Paolo morì, all’età di 115 anni, fu Antonio, già novantenne, a lasciare il proprio eremo, affrontando un impervio percorso tra le montagne, per andare a dargli sepoltura, rendendo sacri questi luoghi. Di San Paolo sappiamo attraverso San Gerolamo che ci dice che il santo si vestiva con foglie di palma e si nutriva di un tozzo di pane che un corvo gli portava ogni giorno. Godeva però della compagnia di due leoni, con i quali è sempre rappresentato nell’iconografia classica. Il monastero di San Paolo si conserva tutt’oggi più simile a quello originale, per quanto riguarda la struttura. Vi sono la chiesa costruita attorno alla grotta che ospitò il santo nel corso della sua lunga vita, le abitazioni dei monaci e le alte mura di cinta per proteggere il complesso dagli attacchi dei beduini e dei berberi. La vita dei monaci era meno tranquilla di quanto si possa pensare. Dopo aver conosciuto la realtà del monastero di San Paolo, le donnavventura si rimettono in viaggio, la tappa di oggi è particolarmente lunga, la meta è la località di El Gouna, sul mar Rosso. Il viaggio procede in tranquillità, se non che la carovana viene fermata ad un posto di blocco della polizia e multata per eccesso di velocità. In realtà ad essere multati sono solo i due pick up che sono considerati alla stregua di camion e, come tali, devono viaggiare rispettando il limite dei 90 chilometri all’ora. Buono a sapersi, d’ora in poi si starà più attenti. Certo non ci si aspettava di trovare un autovelox in pieno deserto! Il sole tramonta dietro le montagne lontane, regalando uno spettacolo mozzafiato. La carovana arriva destinazione quando ormai la luna ha fatto capolino nel cielo.

Tappa 15: Donnavventura 2010 a El Gouna, immersioni nella barriera corallina

25.10.2010 – La carovana si è fermata ad El Gouna. Si tratta di una località particolare, poco conosciuta se non dai kitesurfer che la frequentano per l’incessante vento che gonfia il loro “aquilone”, facendo sì che possano planare sull’acqua ed esibirsi in salti acrobatici. Se anche “l’occhio vuole la sua parte”, le donnavventura oggi possono dirsi pienamente soddisfatte. Alcuni di questi sportivi sono davvero bravi, spettacolari nelle loro evoluzioni e poi sembrano sbucati da uno spot televisivo, non tutti ovviamente, ma alzano parecchio la media, da un punto di vista estetico, delle persone di sesso maschile incontrate sin ora. La spiaggia offre anche un insolito diversivo, una “cavalcata” a dorso di dromedario, Stefania e Clotilde si cimentano subito. El Gouna è frequentata, oltre dagli amanti del vento, anche da molti stranieri. Si tratta ancora di una destinazione di nicchia, esclusiva nel suo genere, volutamente meno sponsorizzata di Sharm o Hurghada ma certo non da meno da un punto di vista della bellezza del mare. Una lunga lingua di sabbia che dalla spiaggia si inabissa dolcemente nel mare fa sì che sembri quasi di camminare sull’acqua. Qui è un attimo scottarsi mentre si passeggia, senza quasi rendersi conto di essere in mare. Il mar Rosso, anche qui, offre una barriera corallina piena di colori e specie diverse di pesci e di coralli. Le ragazze prendono maschere e pinne e salgono sulla barca che porta in prossimità del reef. Una delle regole dell’Associazione italiana del turismo responsabile è rispettare gli ambienti naturali, non deturparli strappando, rompendo o alterandone in qualche modo l’aspetto e l’equilibrio. In questo caso, guardare e non toccare, non si possono rompere i coralli per farne dei souvenirs, né dar da mangiare ai pesci o gettare schifezze in mare. La temperatura dell’acqua è piacevole, anche se si sente che la stagione autunnale avanza anche qui. Risalite sulla barca il sole è quasi al tramonto.

Tappa 16: Itinerario da El Gouna alla città di Hurghada

26.10.2010 – Il sole splende anche oggi ad El Gouna ed il vento continua a soffiare, gonfiando i kite che si stagliano colorati contro un cielo privo di nuvole. L’Egitto è un paese ricco di contrasti, il silenzio del deserto ed il caos assordante dei clacson del Cairo, la solennità dei monasteri cristiani e delle grandi moschee islamiche con l’allegro trambusto dei suq, il verde delle oasi e l’azzurro-blu del mare. Oggi sarebbe la giornata ideale da passare in spiaggia, avendo il tempo di farlo, ma ad attendere le donnavventura invece, c’è una serie di faccende burocratiche, preventivate e non, da sbrigare entro oggi. L’Egitto si presenta come un paese “complicato” sotto questo punto di vista, le gabole si sprecano e, nonostante la macchina organizzativa di donnavventura sia ormai avvezza ad affrontare e a prevenire ogni tipo di inghippo burocratico, qui riescono sempre a tirar fuori qualche “coniglio dal cappello”, pazienza, ce la sbrigheremo anche oggi. Ci si muove verso la vicina città di Hurghada, località turistica molto nota anche in Italia, per il suo mare trasparente e la barriera corallina. La meta della carovana tuttavia sono gli uffici amministrativi e doganali. Le cose vanno per le lunghe, ma c’è comunque il tempo per fare un giro della città, ricca di negozi, locali e attrattive per i turisti, il mare poi ha davvero dei colori fantastici ed è puntellato qua e là dalle barche dei pescatori. Anche qui abbondano i kitesurf, il vento da queste parti certo non manca, ed è sfruttato anche come fonte energetica alternativa, si incontrano infatti molti campi eolici. Ci sono alcuni mulini anche al limitare della città mentre poco più a nord, nel deserto, si trovano impianti molto più estesi. La giornata all’insegna della burocrazia si conclude ben oltre l’ora di cena, si rientra alla base e si mangia qualcosa di leggero, giusto per non mettersi a lavorare a stomaco vuoto. E come sempre, si accendono i computer, si aggiornano i file, si caricano le immagini…

Tappa 17: Il Team di Donnavventura entra ad Hurgada, burocrazia per tutti

27.10.2010 – Bella giornata anche oggi, la temperatura supera piacevolmente i 30 gradi, c’è un leggero venticello ma il programma è ben poco avventuroso, non nel senso classico del termine almeno, niente guadi né appostamenti ad animali feroci, oggi si affronta il tentacolare mostro della burocrazia! Per entrare in Egitto è stato necessario a suo tempo, immatricolare i mezzi della carovana con targhe del paese e richiedere apposite autorizzazioni, specie per potersi muovere al di fuori delle consuete rotte. Si è reso necessario però il rinnovo di tali autorizzazioni, nonché il rilascio di ulteriori permessi, per i quali è richiesto al team di recarsi ad Hurghada. Arrivate in città alcune delle ragazze seguono il disbrigarsi delle suddette pratiche, mentre le più fortunate possono bere un tè, appena al di fuori degli uffici preposti al rilascio. Gli uffici si trovano al primo piano di un palazzo a dir poco fatiscente, le teste degli impiegati fanno capolino fra le alte pile di fogli, apparentemente indistinguibili l’uno dall’altro, tanto che ci si chiede come possano fare ad orientarsi in tutto questo marasma, senza contare i calcinacci, il disordine ed il continuo andirivieni di persone. Nello stesso palazzo ma a pian terreno, si trova un bar, costituito semplicemente da una stanza con alcune sedie ed un angolo in cui vengono preparati tè e caffè. Sulla strada ci sono i tavolini ed un paio di signori un po’ più distinti che, di mestiere, aiutano chi non è in grado di farlo, a compilare domande, documenti e richieste da inoltrare ai vari uffici. Sono in molti a richiedere la loro consulenza. Le ragazze si alternano nel seguire le varie pratiche, dandosi il cambio al tavolinetto del bar, per fortuna ci sono ombra ed un venticello piacevole. La giornata scorre lenta, sicuramente la più noiosa di tutta la spedizione, ma non vi sono alternative per oggi, bisogna pazientare in modo da poter ripartire senza altri intoppi, anche se in Egitto non si può mai dire…

Tappa 18: La lunga tappa nel deserto, destinazione Port Ghalib

28.10.2010 – Buongiorno donnavventura, oggi ad attendervi un bel “tappone” nel deserto, direzione sud, verso la punta estrema meridionale dell’Egitto. Lungo queste strade si incontrano pochissimi veicoli e di certo, nessuno di provenienza europea. Le regole di circolazione poi sono molto severe, innanzitutto per entrare in Egitto è d’obbligo reimmatricolare un eventuale auto straniera con targa egiziana. In ogni strada, principale o secondaria, si incontrano regolarmente posti di blocco e spesso vengono attivati radar per il rilievo della velocità. Non si scappa, anche la carovana è incappata in una multa poiché i pick up, considerati alla stregua di camion, devono rispettare limiti più severi rispetto agli outlander. Il panorama è piuttosto ripetitivo, deserto a destra e a sinistra con qualche tratto di mare blu. Verrebbe voglia di fermarsi almeno per “pucciare” i piedi nell’acqua, ma non si può. Intorno all’ora di pranzo la carovana si trova a passare per El Quseir, una cittadina lungo la rotta per El Ghalib. Qualche insegna colorata e alcuni negozi vivacizzano la via principale. Un'unica rotonda segnalata da un obelisco costituisce lo snodo fra le due vie che portano al Cairo da una parte e verso il deserto dall’altra. La carovana si ferma per una pausa in un locale lì nei pressi, non vi sono stranieri, solo un beduino che fuma placidamente la sua shisha e alcune bambine che, divertite e sorridenti, salutano le donnavventura. E’ l’ora in cui gli studenti escono da scuola, probabilmente ce n’è una femminile poco distante poiché si incontrano gruppi di ragazze con divisa blu, velo bianco e libri in mano, provenire dalla stessa direzione. La carovana si inoltra nella città, che al di là della strada principale offre ben poco, case in cemento e bambini curiosi che rincorrono l’ultimo pick up facendosi travolgere dalla polvere. Si decide di proseguire verso Port Ghalib deve si farà base per qualche giorno. Sfilano via i consueti posti di blocco e si arriva giusto in tempo per scaricare i bagagli con l’ultima luce del giorno. Trolley, borse morbide, attrezzature video e fotografiche, un check completo delle dotazioni ed anche una bella pulita ai mezzi sono d’obbligo dopo tanti giorni di viaggio e di strade polverose. Ragazze rimboccatevi le maniche e olio di gomito… Buon lavoro!!

Tappa 19: Immersioni a Port Ghalib (Egitto), le ragazze alle prese con Nemo

29.10.2010 – Il 29 ottobre per le donnavventura comincia ad un orario anomalo, ore 00.01 appuntamento in camera del capo spedizione per tirare le orecchie a Clotilde che compie gli anni!! Per lei c’è anche una bella sorpresa, le telefonate prima della mamma e poi del papà che le fanno gli auguri e le chiedono come procede la spedizione. Ma non è ancora finita, ci sono anche due piccoli regali, un braccialetto, Clotilde aveva vagamente fatto capire di apprezzare questo tipo di ornamento e un ciondolo a forma di “mano di Fatima”. La mano di Fatima è un amuleto diffuso in medio oriente che tiene lontani il malocchio e la negatività. La leggenda narra che Fatima, figlia del profeta Maometto, mentre aspettava il ritorno a casa del marito, lo vide in compagnia di una concubina. Furibonda per questa cosa, senza volerlo, mise la mano nell'acqua bollente, senza però sentire alcun dolore. Ecco perché i musulmani la adottarono come simbolo di equilibrio e autocontrollo. Dopo aver festeggiato si può andare tutti a letto. La giornata riparte in orario canonico con un’uscita in mare, missione: immagini subacquee. Le ragazze hanno già preparato gli scafandri che accolgono le telecamere in modo da renderle impermeabili e verificato che le macchine fotografiche subacquee abbiano le batterie cariche e le schede di memoria inserite, se no cosa ci si immerge a fare! La barriera corallina di El Ghalib è molto bella, si potrebbero passare ore ad inseguire i pesci senza neppure accorgersene, tra l’altro non sono neppure così schivi, è relativamente facile immergersi e immortalarli da vicino, anche se Chiara ha faticato un bel po’ per immortalare un pesce pagliaccio, il Nemo della Disney, che se ne stava un po’ toppo in profondità. Valentina invece si è specializzata nell’uso della videocamera, le due titolari di Charly sott’acqua non si danno pace, tant’è che anche oggi sono state le ultime a risalire e a dover correre per arrivare puntuali all’appuntamento con il capo spedizione! Si dedica la restante parte del tempo a realizzare una serie di scatti fotografici, sia delle ragazze che della location che le ospita, mentre per la serata ci sono ancora in serbo un paio di sorprese per Clotilde… Si esce per un’ora di shopping, la prima dall’inizio della spedizione. Le ragazze si scatenano nell’acquisto di colorate cianfrusaglie, calamite, pashmine, ciondoli, souvenirs da portare a casa alle amiche… contrattando il prezzo con i commercianti locali, come si usa fare in Egitto, anche se i risultati, per la verità, sono scarsi A cena l’ultimo colpo di scena: torta con candelina per far felice Clotilde, è ancora la festeggiata del resto, domani sarà il turno di Chiara, ma per ora: tanti tanti auguri Clotilde, da tutta la squadra.

Tappa 20: La barriera corallina e Donnavventura, continua il diving nel Mar Rosso

30.10.2010 – Il sole splende anche oggi e le condizioni sono ideali per immergersi ed esplorare questa porzione di barriera corallina. Le ragazze si immergono prima di colazione e, nonostante sia piuttosto presto, l’acqua ha una temperatura molto gradevole. La barriera corallina offre il consueto spettacolo, il reef sta diventando familiare e Chiara cerca subito l’anemone che ospita i due piccoli pesci pagliaccio avvistati ieri, naturalmente sono ancora là. Questi pesci vivono in simbiosi con l’anemone di mare, che offre loro protezione fra i suoi tentacoli urticanti a cui loro, però, sono immuni. Devono in un certo senso la loro popolarità ad un cartone animato della Disney, Alla ricerca di Nemo, che ha proprio per protagonista un piccolo pesce pagliaccio. La loro dimensione è ridotta, non più di una spanna a seconda del genere e la loro colorazione varia dal rosso mattone al giallo ed è caratterizzata da striature per lo più bianche o comunque chiare. Hanno un buffo modo di nuotare, forse da qui deriva il loro nome. La giornata è soleggiata ma piuttosto ventosa, cosa che influisce anche sulla visibilità subacquea, più l’acqua è limpida, migliore è la qualità delle immagini che si possono realizzare. Il pomeriggio vede il rientro in squadra di Luca, il cameraman che ha seguito la spedizione dall’inizio sino alla Giordania, un tassello fondamentale nell’articolato mosaico che è donnavventura. Questa è l’occasione per pianificare il lavoro delle prossime settimane, rivedere la bozza dell’itinerario e decidere verso dove puntare. L’Egitto è un paese dal grande fascino, gli scenari naturali offerti dal deserto e dalla barriera corallina, rivaleggiano con la magnificenza dei templi e delle piramidi. Le grandi città come il Cairo ed Alessandria si oppongono alla placida vita delle oasi dove si coltivano i campi e si fanno pascolare le greggi. La sera riserva invece un’altra candelina per il compleanno di Chiara, cena al ristorante libanese, ma tradizionale torta con crema e panna per festeggiare questo secondo compleanno in due giorni, ed anche per lei la telefonata a casa, un braccialetto ed un ciondolo a forma di “mano di Fatima”. E’ bello festeggiare in spedizione, in Australia Chiara addirittura lo aveva fatto a bordo di una motovedetta della marina militare australiana, che aveva invitato la squadra per un barbecue. Se non è un compleanno questo!

Tappa 21: Nel mare di Port Ghalib, tra delfini e tartarughe

31.10.2010 – Oggi sarà una giornata ricca di emozioni, ma le donnavventura ancora non lo sanno. Preparano le consuete attrezzature subacquee e si imbarcano per andare ad esplorare una porzione di barriera corallina ancora diversa, rispetto a quelle viste sin ora. Stefania ci dice che oggi è challange, sfida! Si sfida forse la fortuna e si spera in qualche incontro propizio? Forse sì… La navigazione procede in acque tranquille, non c’è vento e splende il sole, poche le barche che si incontrano. All’improvviso però le ragazze avvistano i delfini, sono tantissimi e cominciano a seguire la barca. Ce ne sono alcuni che viaggiano in coppia, sembrano mamma e piccolo, mentre un altro, più giocherellone, nuota sul dorso sbattendo la pina sull’acqua, sembra quasi che lo faccia apposta per farsi applaudire, altri si esibiscono in salti e facendo la verticale. Lo spettacolo è davvero bellissimo, specie perché non si sa più dove guardare. Nel mar Rosso nuotano moltissimi delfini, ma riuscire ad incontrarli è un altro paio di maniche! Sarà per la loro vivacità e la bocca che sembra sempre volta al sorriso, o forse per una sorta di affinità che ben pochi altri animali marini hanno nei confronti dell’uomo, ma l’incontro con i delfini regala sempre un’emozione speciale, vivida. Ma la giornata ha in serbo anche un’altra “grande” sorpresa. Le ragazze si immergono per un’esplorazione del reef, quando la loro attenzione è catturata da qualcosa che si muove nella direzione opposta, una testolina spunta dall’acqua, prende fiato, e si inabissa. Scatta l’inseguimento, pacifico, ad un’enorme tartaruga marina. Chiara stima potrebbe avere un carapace di circa un metro di lunghezza, per un peso di almeno cento chili. Sta placidamente brucando piccole piante sul fondo del mare e nonostante le ragazze l’abbiano attorniata e la stiano osservando ormai da un po’ di tempo, lei non sembra infastidita, riemerge ogni tanto per prendere fiato e poi torna alla sua attività principale, mangia ed alza piccole nuvole di sabbia. Non lontano ci sono altre due tartarughe più piccole e altrettanto incuranti delle ragazze che le filmano e le fotografano, rispettando quella distanza minima per non essere troppo invadenti, un po’ come si fa in posta! E’ il caso di fare una pausa e risalire in barca dove Clotilde, Valentina e Chiara fanno un bilancio del viaggio affrontato sin ora. Loro tre in particolare sono in spedizione dal 20 agosto, hanno vissuto tutte le sfaccettature di quest’avventura, compresi i cambi di squadra. E’ unanime il parere per cui il team attuale è, non solo molto efficiente, ma anche particolarmente affiatato. L’aver condiviso l’intensa esperienza del deserto e quella decisamente aggregante della navigazione, ha permesso di costituire un gruppo molto coeso. Il viaggio stesso si fa sempre più interessante, poiché scendendo verso sud, ci si allontana dalle mete turistiche per avvicinarsi invece a quella dimensione più autentica che l’Egitto cela lungo le rive del Nilo, fra la sabbia e le oasi. Finita la pausa ci si rituffa tra le acque trasparenti a ridosso del reef. Stefania è la prima a lanciarsi. La barriera offre uno scenario ancor diverso, i pesci sono più grandi e le ragazze avvistano anche una grossa murena che si nasconde tra gli anfratti del reef, mostrando scontrosa i lunghi denti, simili a canini. Meglio non avvicinarsi troppo, il loro temperamento è un po’ diverso da quello delle tartarughe incontrate in mattinata. E poi una manta ed una razza maculata punteggiata di azzurro. Ottimo bottino di immagini, bisognerà verificarne la qualità questa sera però! Prima di attivarsi con i computer bisogna provvedere a fare un po’ di manutenzione alle auto. Oltre a quella ordinaria che comprende la pulizia degli abitacoli e lo smaltimento di eventuali cartacce o bottiglie d’acqua vuote, si procede anche con la pulizia dei filtri, il controllo dei livelli di acqua e olio, il controllo della pressione delle gomme con il manometro… le donnavventura si muovono come formichine operose per far si che la carovana sia impeccabile e pronta per le prossime tappe nel deserto.

Tappa 22: Cavalcata sulla spiaggia di Port Ghalib (Egitto) e la cucina tipica dell’Egitto

01.11.2010 – La sveglia questa mattina suona impietosa ben prima dell’alba, perchè al sorgere del sole le ragazze dovranno già essere… a cavallo! Programma speciale, una cavalcata in riva al mare, nell’ora più bella, quando il sole nasce dall’acqua ed assume nei primi minuti un colore caldo ed avvolgente che non ha pari durante la giornata. Le ragazze apprezzano moltissimo, c’è chi è già una provetta cavallerizza come Stefania che freme dal far partire al galoppo il suo cavallo, chi invece come Clotilde, ha un po’ meno simpatia per gli equini, preferendo dromedari e cammelli, ma neppure lei si tira indietro. Valentina invece, dimostrando grande sangue freddo, non si fa sorprendere dal suo cavallo che, all’improvviso, parte al galoppo lasciando il gruppo, ma lei non si allarma, tira le briglie e lo fa tornare nei ranghi. Nessun danno, le è solo volato via il cappello, prontamente recuperato. Dopo la cavalcata il giorno è ancora giovane e l’ora perfetta per una sessione di snorkeling. L’acqua è più calda del previsto, ma meno limpida del consueto, ci sono però banchi di pesci piuttosto numerosi che fanno colazione. L’ultima ad uscire, come al solito, è Chiara che, gocciolante e infreddolita per via della bassa temperatura esterna, corre a recuperare un asciugamano: “bello fare il bagno alle sei di mattina, peccato che poi si geli!”. Gelare magari no ma la pelle d’oca è assicurata. Dal mare alla piscina solo per qualche scatto fotografico e poi di nuovo in spiaggia ad asciugarsi ben bene al sole. Il pranzo oggi è un po’ speciale, perché lo chef egiziano Tamer ha preparato per le donnavventura dei piatti appartenenti alla tradizione del suo paese. La cucina egiziana non si discosta molto da quella libanese, turca o iraniana, con le quali ha in comune diversi piatti o ingredienti come melanzane, legumi o cetrioli, che si ritrovano in diverse preparazioni. Elemento immancabile di ogni pasto è il pane, aish, che in arabo significa anche vita. E’ indispensabile per gustare le numerose salse proposte come antipasto, una fra tutte la tahina, preparata con semi di sesamo, olio d’oliva e aglio, dal sapore molto delicato e a cui si possono amalgamare anche le melanzane, creando una crema dal colore chiaro molto piacevole al palato. Ci sono poi minestre e piatti di carne e pesce. Particolare è certamente la molokhiya, una zuppa a base di foglie dello stesso nome, simili a spinaci. Può essere servita da sola oppure con l’aggiunta di riso, verdure o pollo come in questo caso. Insolito invece è il Koshari, composto da diversi tipi di pasta, ceci, riso, lenticchie e ricoperto da cipolle fritte. Lo si serve con un sugo al pomodoro, più o meno piccante, o da una salsa molto piccante al peperoncino, chiamata da'a, composta da succo di succo di lime, aglio, cumino, semi macinati di coriandolo, sale, pepe e aceto bianco. Dopo questa dettagliata presentazione le ragazze non vedono l’ora di assaggiare le varie specialità. I sapori sono diversi da quelli italiani, abbondano le spezie ed i toni forti, difficile farci l’abitudine, ma il pranzo è certamente gradito, specie perché si chiude con gli invitanti dolcetti di sfoglia, zucchero e miele. Dopo pranzo ci si inoltra nel deserto per bere un caffè con i beduini… In questa zona vivono delle piccole comunità di beduini di origine nubiana. La Nubia si estende nella parte meridionale dell’Egitto ed occupava anche parte dell’attuale Sudan. I suoi abitanti hanno tratti somatici vicini a quelli dei centro-africani ed una carnagione ugualmente scura. Li stiamo aspettando, con la promessa, da parte loro, di prepararci qualcosa da mangiare a da bere. Continuano i grandi contrasti cromatici e sostanziali dell’Egitto, mare e deserto, acqua e sabbia, vita subacquea multiforme e colorata, silenzio e creature sfuggenti nell’entroterra. Nel frattempo arrivano alcuni ragazzi beduini a dorso di dromedario, che offrono la loro cavalcatura alle ragazze. Clotilde era da questa mattina che aspettava di fare un giro con il cammello, ad ognuno il suo. Si procede intanto con la preparazione del pane che viene impastato, tirato sino ad assumere la forma di un disco di pasta grande quanto una pizza circa e messo a cuocere nella brace. Bisogna solo aspettare che cuocia, sistemando uniformemente la brace in modo che il calore rimanga diffuso. Stefania porta a spasso i dromedari a cui ha dato il nome di Billy e Charly, secondo e terzo mezzo della carovana. Se la cava bene anche con loro, non solo con i cavalli, ma non c’erano dubbi in proposito. Anche la preparazione del caffé richiede il suo tempo, i chicchi vengono tostati, pestati ed amalgamati a zenzero o a cardamomo, quindi si aggiunge l’acqua e si pone questa sorta di ampolla sulla brace, vicino al pane, che nel frattempo è pronto. La pagnotta viene liberata dalla brace, spezzata e offerta alle ragazze che mangiano con gusto. Il sole sta tramontando su questa lunga giornata che è servita anche per conoscere un’etnia particolare, quella dei nubiani neri che, tra gli anni ’60 e ’70, a seguito della costruzione dell’imponente diga di Assuan ed il conseguente formarsi del lago Nasser, si sono visti costretti ad abbandonare le loro terre per stabilirsi altrove.

Tappa 23: Escursione nel deserto egiziano con i Quad fino a Camp Fostat

02.11.2010 – Oggi ci si dedica al deserto da esplorare con i quad. Le ragazze sono diventate espertissime anche alla guida di questa sorta di moto a quattro ruote, perfetta per i terreni sconnessi e sabbiosi. Si dispongono leggermente scalate in modo da evitare il più possibile di rientrare nella scia di sabbia e polvere lasciata dalla compagna che le precede. D’obbligo occhiali e sciarpa perché di polvere se ne mangia comunque tanta, senza contare quella che, di riffa o di raffa entra negli occhi, quando ci si mette anche il vento poi è un vero calvario!
\nIl quad però dà proprio quel senso di libertà e di dominio sul terreno che regala grandi soddisfazioni, con estrema facilità si superano ostacoli che con un altro mezzo risulterebbero ben più impegnativi.
\nNon sono dotati delle radio che hanno invece i mezzi della carovana, ma questo non costituisce un problema, poiché le ragazze comunicano tra di loro con quelle portatili. Clotilde e Stefania si accordano sul percorso da seguire per raggiungere un campo beduino poco lontano dove sperano di poter bere un buon tè e godere della proverbiale ospitalità di questo popolo del deserto.
\nOgni giorno si affrontano nuove piste, desolate e desertiche, che portano verso la parte più meridionale del paese. Non si incontra nessuno se non qualche beduino con cui spesso si condividono un tè o un caffè, questa sera però, c’è la possibilità di fermarsi per la notte nel loro campo tendato . Le ragazze si sistemano nelle tende messe loro a disposizione e presto è ora di cena. Sono stati preparati riso e agnello cucinati nello yogurt, un piatto tradizionale beduino molto saporito e delicato al tempo stesso. L’atmosfera è familiare, le braci sono ancora ardenti e vengono anche prearati tè e caffè . Niente computer per oggi, si recupererà domani sera. Per ora solo un lungo sonno attende le donnavventura che possono dare un ultimo sguardo alle stelle, prima di chiudere gli occhi.
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Tappa 24: Le ragazze di Donnavventura arrivano a Berenice

03.11.2010 – Al campo ci si sveglia presto, poco dopo l’alba freme già una certa attività, bisogna sfruttare appieno le ore di luce. Le donnavventura hanno dormito come sassi, niente timori legati a potenziali “ospiti” come serpenti o insetti. Ci si prepara ad affrontare una lunga giornata di trasferimento procedendo verso sud, seguendo il profilo della costa meridionale del mar Rosso. Si sceglie una pista poco battuta, polverosa ed alquanto monotona, bassi rilievi pietrosi interrompono il correre via dello sguardo, che altrimenti si perderebbe all’orizzonte. Il deserto ha molti abitanti che, durante il giorno, se ne stanno rintanati specie per evitare le ore più calde, piccoli roditori, volpi, fennec, di notte invece è tutto un luccicare d’occhi. Si vedono la terra pietrosa da una parte ed il mare dall’altra, chiaro, trasparente, invitante, tanto da far venir voglia di fermarsi per fare un bagno e toccare con i piedi la fine sabbia bianca della spiaggia. La carovana arriva a Berenice al resort che le ospiterà per qualche giorno, una sorta di oasi nel deserto dove ad accoglierle sono il verde dei prati ed i colorati fiori delle aiuole, anche questo fa parte dei contrasti dell’Egitto. Ad attendere il team una fresca bevanda di benvenuto e tanti sorrisi. C’è ancora il tempo per prendere un po’ di sole a bordo piscina e di godere di un buon tè caldo prima di rimettersi al lavoro, concludendo, come d’abitudine, le giornate di fronte allo schermo del computer.

Tappa 25: Primo giorno a Berenice (Egitto), relax nel reef per le ragazze

04.11.2010 Berenice è una località situata nella parte più meridionale della costa del Mar Rosso, poco lontano dal confine con il Sudan. E’ ancora poco conosciuta al turismo di massa, ma a giudicare dalla bellezza del suo mare e della sua barriera corallina, non passerà molto tempo che, anche qui, spuntino resort come funghi. Ma le donnavventura non si accontentano di sentirsi dire che la barriera è bellissima, vogliono toccare con mano e già di prima mattina si immergono per una sessione di snorkeling. L’acqua fredda dà una bella sferzata alle ragazze ancora un po’ insonnolite, a quest’ora la luce è ideale e l’acqua limpida. Basta poco per rendersi conto che il reef è davvero bello, ci sono varietà di corallo che ancora non avevano visto ed è un tripudio di colori, non solo quelli dati dai pesci. Ad un tratto ci si incanala in una sorta di corridoio che sbuca in mare aperto, dove il reef crea una vera e propria barriera abitata ad ogni livello da pesci grandi e piccoli. Sono tantissimi, specie quelli rossi e verdi, sembra di stare in un acquario. Se si evitano movimenti bruschi si riesce a nuotare tra di loro, senza che scappino, ogni volta è una sorpresa che si rinnova. Probabilmente ci sarà nei prossimi giorni la possibilità di fare delle immersioni con le bombole e vedere scenari ancor più spettacolari, per il momento ci si concentra sui bassi fondali e su tutto ciò che possono offrire.

Tappa 26: Immersioni a Berenice. Diving con le bombole per Donnavventura

05.11.2010 – Oggi per le donnavventura è una giornata molto speciale, ci sarà infatti il loro battesimo dell’acqua, il primo approccio con l’uso delle bombole. Solamente Stefania ha già il brevetto da sub, per le altre è l’occasione per fare una nuova esperienza e capire se qualcuna è particolarmente portata o appassionata alla scoperta delle profondità marine. Ci si reca nel vicino centro diving dove le ragazze sono invitate a seguire una lezione teorica, dove viene loro spiegato cosa significa immergersi con le bombole, quali sono le attrezzature e le procedure da seguire quando ci si trova in acqua. Sono tutte molto attente e concentrate, immergersi sembra una cosa semplice ma comporta dei rischi ed anche le procedure basilari, come il rimettersi a posto il boccaglio o la maschera possono creare difficoltà specie alle prime uscite. Dalla teoria si passa alla pratica. Le ragazze prendono un “gav” della loro taglia, il “giubbotto ad assetto variabile”, indispensabile per immergersi e fissano la bombola d’ossigeno. Alla bombola poi va applicato l’erogatore che si compone di quattro elementi. Due boccagli, uno più corto per uso proprio ed uno più lungo da passare ad un compagno qualora abbia già finito l’ossigeno, il manometro che informa sulla quantità d’ossigeno ancora disponibile ed una frusta da collegare al gav in modo da gonfiarlo d’aria e gestire il livello di galleggiamento. Ulteriore elemento una cintura a cui si applicano dei pesi in modo da poter scendere in profondità ed infine, maschera e pinne. Le ragazze indossano la muta e sono pronte ad affrontare il loro battesimo dell’acqua. I commenti del “pre” sono entusiastici, dopo tante uscite di snorkeling c’era proprio la voglia di fare un passo in più. Stefania è già pratica di immersioni, la giornata sin ora le servita come ripasso di cose che conosce già, ma si sa, le donnavventura si muovono sempre compatte! Si va in acqua con il pesante fardello della bombola e… Un, due, tre in ginocchio. Wow che brutta sensazione, almeno per Chiara, perché è vero che si ha il boccaglio per respirare, ma sussiste uno sgradevole senso di oppressione. Il primo istinto è quello di riemergere e “respirare”, però non succede, tutte rimangono ancorate sott’acqua e respirano, lentamente e continuativamente, mai trattenere il fiato. Respira, respira, respira e poi arrivano gli esercizi. Togliere il boccaglio, aspettare qualche secondo e rimetterlo buttando fuori l’acqua. Esercizio simile con la maschera, lasciare entrare acqua, cosa che serve nel caso la maschera si sia appannata e poi soffiare fuori l’aria scostandola un po’ dal volto. Fin qui tutto bene. Si riemerge, si respira davvero a pieni polmoni e poi si torna giù, questa volta si va più in profondità, si nuota sul serio regolando la quantità d’aria nel gav in modo da trovare la giusta altezza dal fondale. Le ragazze se la cavano tutte bene, nessuna incertezza né esitazione. Seguono le indicazioni dell’istruttore, nuotano e si muovono in maniera già piuttosto disinvolta. Un giretto infinito in cui si incontrano già i primi pesci grossi. Battesimo avvenuto! Le ragazze riemergono e tornano alla spiaggia. I commenti sono entusiastici. Valentina non vede l’ora di ripetere l’esperienza, Chiara invece è un po’ più scettica, quel boccaglio non la convince tanto, ma non è certo quella che si tira indietro, figuriamoci, anche se le immersioni in apnea le risultano più facili. Si riserva di dare un giudizio definitivo alla seconda uscita, magari cambia idea… Una volta fuori dall’acqua bisogna sistemate le attrezzature, togliere le mute, smantellare il gav e la bombola e sistemare tutto nell’apposita cesta. La costa del mar Rosso offre anche uno scenario ulteriore rispetto a quello dei suoi fondali e delle spiagge lambite dal deserto ed è quello delle mangrovie. Dopo una prima parte di giornata piuttosto impegnativa, la carovana si muove verso nord seguendo il profilo costiero così da attraversare la cittadina di Hamata con la sua marina e fiancheggiare poi un tratto di mare in cui si vedono alcuni kitesurf, con l’”ala” gonfiata dal vento. Un cartello indica che si è entrati nel territorio della riserva naturale di Wadi El Gemal, zona d’elezione per alcune specie di uccelli che qui trovano un ambiente favorevole al loro riposo durante le lunghe migrazioni. Seguendo una pista sabbiosa ci si avvicina alla macchia verde di mangrovie che danno vita ad un ambiente molto suggestivo, quasi lacustre, poiché creano piccole baie dalle acque basse, intervallate da macchie di verde. Clotilde ci spiega che la mangrovia è una pianta che vive in acque salmastre, ha radici aeree all’interno delle quali vivono vermi e altri insetti usati come esche dai pescatori e che, in certi casi, fungono anche da “piacevole” spuntino, alludendo a Stefania. Questo perché Stefania, durante la spedizione australiana, aveva assaggiato un verme delle mangrovie offertole da un aborigeno. In quel caso si trattava di lunghi vermi biancastri che avevano un sapore di acqua di mare, simile a quello delle ostriche, vere e proprie golosità per gli abitanti del posto. La nostra veterana da allora è perseguitata dal ricordo collettivo di quell’assaggio e non si possono citare mangrovie, vermi o altri cibi insoliti, senza far riferimento a lei, suo malgrado. La carovana attraversa poi un villaggio beduino, poche case costruite in maniera approssimativa servendosi di materiali di recupero, ma tanti ragazzini che hanno smesso di giocare per osservare meglio i quattro mezzi di Donnavventura. C’è anche un dromedario solitario ad osservare il passaggio con la sua aria svampita. Nel frattempo si è fatta l’ora del tramonto, la palla rossa del sole sta per ritirarsi dietro le alture scure del deserto, in un attimo la luce calda che aveva avvolto anche la carovana, si disperde, lasciando spazio a colori fiochi che accompagnano il rientro del team verso la base a Berenice.

Tappa 27: A Berenice arrivano le vincitrici del concorso Alviero Martini

06.11.2010 – Il sole splende anche oggi e la temperatura è da far invidia, specie in Italia dove ormai è arrivato l’inverno. Al mattino presto c’è bassa marea e per raggiungere il reef è sufficiente una bella camminata nell’acqua bassa, anche ai granchi piace passeggiare a pelo d’acqua, ma appena le ragazze si avvicinano troppo, scappano alla loro maniera, con passo laterale, per rintanarsi veloci in un buco o scavarne uno sul momento, servendosi di zampe e chele. A volte rimangono fuori solo gli occhi come buffe vedette e dire che loro si prendono così sul serio. L’ora è propizia per realizzare immagini e scattare fotografie. La barriera corallina di fronte a Berenice è molto varia e ampia, dove si inabissa maggiormente offre uno scenario ancor più mozzafiato. Vedere queste pareti di coralli che ondeggiano, circondati da piccoli pesci è davvero appagante per un amante del mare e della natura in genere. Il programma della giornata prevede anche un’incombenza un po’ meno piacevole ma necessaria, il lavaggio della carovana. Dopo tanti chilometri di deserto è il caso di dare una bella pulita ai mezzi. Le ragazze pochi giorni fa avevano controllato i livelli di acqua e olio, pulito i filtri, controllato la pressione delle gomme con il manometro etc., ma quello strato di polvere che copriva i mezzi è ancora lì, ormai è il caso di dare loro una bella lavata. Clotilde commenta che dureranno pulite ben poco, dato che si tornerà nel deserto molto presto… La carovana è tirata a lucido e le Donnavventura naturalmente, sono ora pronte per accogliere un’ospite assai gradita, arriva infatti dall’Italia Francoise, veterana doc, che accompagna le vincitrici del concorso Alviero Martini. Alviero Martini ha infatti messo in palio per le sue clienti più affezionate, una settimana di soggiorno a Berenice, in un esclusivo resort, lo stesso dove sta facendo base la spedizione. E’ previsto anche di passare un po’ di tempo insieme, condividere magari una giornata di immersioni oppure accompagnare le nuove arrivate a conoscere la realtà del deserto e magari incontrare i beduini, è ancora tutto da decidere. Nel frattempo le ospiti arrivano, un po’ provate dalla levataccia di questa mattina, ma certamente soddisfatte della destinazione, nonché della sistemazione in un resort d’eccezione. Le si lascia sistemare ognuna nella propria villetta, lusso non da poco, e si ritorna alle incombenze quotidiane di lavoro al computer. Ci sarà modo a cena di scambiare quattro chiacchiere, conoscere meglio le fortunate vincitrici e farsi raccontare da Françoise delle sue ultime missioni in mongolfiera.

Tappa 28: La prima vera immersione tra i fondali di Berenice

07.11.2010 – E’ arrivata la giornata più attesa per le Donnavventura, è prevista infatti la prima vera immersione con le bombole. Il team lascia il resort a bordo di un insolito camioncino, per dirigersi alla barca che le porterà verso la secca di Malahi, un punto di barriera corallina molto bello e coreografico in cui immergersi. Caricano tutte le attrezzature del caso, comprese quelle per le immersioni, pinne, maschere e mute. Il tragitto in navigazione è piuttosto lungo, le ragazze ne approfittano per prendere un po’ di sole e sfogliare una rivista trovata per caso e divorata, cosa propone la moda per quest’inverno? In spedizione si crea una condizione di sospensione del tempo molto particolare. Un po’ perché le giornate si susseguono una più intensa dell’altra, un po’ per una questione climatica, si è partite dall’Italia ad agosto e, in un certo senso, l’estate sembra non essere ancora finita. Questo fa si che si abbia l’impressione di essere via da molto più tempo, ecco perché leggere una rivista italiana appare strano, come del resto pensare a cappotti e guanti. E’ un modo per ripiombare, per qualche minuto, nella quotidianità domestica e qualcuna pensa a quando tornerà a dicembre e dovrà ancora fare il cambio dell’armadio! Stefania ci informa che abbiamo raggiunto la secca di Malahi, conosciuta anche come “labirinto”, per via della particolare conformazione del reef, costituita da pinnacoli che sfiorano la superficie dell’acqua, creando passaggi molto suggestivi. All’interno del labirinto la profondità varia fra i 6 e i 10 metri, appena al di fuori c’è uno strapiombo corallino che raggiunge i 60 metri, il tutto ad un’ora circa di navigazione ad est di Berenice. Le ragazze si preparano per un sopralluogo con la semplice attrezzatura da snorkeling, mentre Ana affronta con l’istruttore il suo battesimo dell’acqua. La conformazione del reef è all’altezza delle aspettative, i pinnacoli corallini si innalzano dal fondo creando blocchi monolitici che possono essere aggirati incanalandosi o immergendosi fra l’uno e l’altro, scoprendo pesci che si nascondono sotto i cappelli creati in profondità da certi coralli. Nel Mar Rosso sussistono le condizioni ideali per la proliferazione dei microscopici polpi dei coralli che, anno dopo anno, aggiungono centimetri alle loro fantastiche architetture a corna di cervo, a favo d’ape, a grappolo, a cappuccio, a ombrello ed anche per le oltre mille specie di pesci che lo popolano. Il bottino di immagini sin ora è assai ricco, basti citare i variopinti pesci pappagallo, dal becco robusto, con cui sbriciolano i coralli e due pesci leone con le loro spine orticanti che fluttuano nell’acqua. Ma anche pesci balestra, pesci farfalla, rigorosamente in coppia, pesci bandiera e oltre. Le ragazze riemergono da questa prima trance, mangiano qualcosa di leggero e si preparano per la vera e propria immersione. Innanzitutto bisogna preparare l’attrezzatura: fissare la bombola al gav (giubbotto ad assetto variabile), avvitare l’erogatore alla bombola, aprire l’aria, controllare il livello nel manometro e, una volta completate tutte le procedure necessarie, controllare il compagno, in modo da avere una verifica incrociata. Le ragazze non vedono l’ora di immergersi e, una dopo l’altra pluf, saltano in mare. Comincia la lenta discesa tramite lo svuotamento del gav che era stato gonfiato d’aria prima di buttarsi, per non finire giù a piombo ma galleggiare. Quella sensazione stranissima di galleggiamento contagia tutte, si para di fronte ai loro occhi un altro mondo, misterioso e silenzioso. Si sente solo il rumore del proprio respiro, i movimenti sono rallentati la fluidi. Le Donnavventura se la cavano decisamente bene, eccezion fatta per Stefania che aveva già il brevetto e si muove autonomamente, le altre sono alla prima vera uscita. Disciplinate e attente alle indicazioni dell’istruttore che non le perde d’occhio, trovano anche sufficiente sicurezza per fare riprese e scattare fotografie, non sono mica donneavventura per niente! Avvistato anche il preferito fra i piccoli amici del mare, il pesce pagliaccio, è si, proprio Nemo nascosto nell’anemone ed un enorme pesce Napoleone che esce sornione dalla sua tana per farsi un giretto. Le ragazze sono davvero entusiaste per l’esperienza, a Valentina brillano gli occhi, sott’acqua si sente libera e Clotilde già vuole prendere il brevetto. Chiara rimane la più scettica, lei preferisce muoversi sott’acqua in apnea, senza il fardello delle bombole, quello la fa sentire libera. E’ migliorato però il rapporto col boccaglio, non le sembra più così strano respirarci attraverso, è già qualcosa… E’ già ora di rientrare, le ragazze sono dispiaciute perché oggi è stato il loro ultimo giorno di mar Rosso, da domani verranno risucchiate dal deserto. Risalite sulla barca sistemano l’attrezzatura, gav, bombole, boccaglio… si asciugano sfruttando gli ultimi raggi di sole.

Tappa 29: Nel deserto accompagnate da Françoise e le vincitrici del concorso

08.11.2010 – Buongiorno a tutte, Donnavventura e non! Si, perché oggi al team si uniranno, oltre alla veterana Françoise, le fortunate vincitrici del concorso indetto da Alviero Martini Prima Classe, partner storico della spedizione. Si parte in direzione del deserto e ci si inoltra presto lungo una pista che porta ad una tenda beduina, dove si stabilisce il campo base. Ad attendere il nutrito gruppo Ali, che fa gli “onori di casa”. Come prima cosa l’immancabile briefing del capo spedizione che suddivide i compiti; non si può certo stare con le mani in mano. Alle ospiti l’incombenza di allestire il campo tendato, mentre le Donnavventura montano la parabola che servirà per connettersi ad internet dal deserto, ebbene si, è possibile fare anche questo, mandare una mail stando nel bel mezzo del nulla, basta solo avere la tecnologia adatta. I lavori procedono bene, le ragazze sono tutte indaffarate, chi con mazzetta e picchetti, chi con bulloni e cavi, il tutto sotto il sole di mezzogiorno che certo non perdona. E’ il caso di fare una pausa, mangiare qualcosa all’ombra e godersi un buon caffè beduino. Elisa, vincitrice del concorso, seduta accanto al beduino lo osserva mentre tosta i chicchi di caffé sulla brace, li pesta e li aromatizza con un po’ di zenzero. Il risultato è una bevanda speziata e vagamente piccante, dall’aroma insolito ma piacevole. Clotilde invece si cementa nel suonare uno strumento a corde simile ad un mandolino. Il deserto esercita un grande fascino, vedere i beduini che lo attraversano con i loro dromedari è sempre molto emozionante. I dromedari poi, con quell’aria buffa e riottosa allo stesso tempo, sono proprio animali curiosi. Dal nulla si materializza Françoise accompagnata da Elisa e Francesca, le vincitrici del concorso e insieme stanno portando alcuni dromedari al campo. Qualche anno fa la nostra pilota di mongolfiere aveva raggiunto il team in Costa Rica a bordo di uno strabiliante catamarano, questa volta l’entrata in scena non è meno spettacolare, Françoise è già perfettamente in linea con lo spirito del deserto, lei che è abituata a vederlo dall’alto. Le Donnavventura hanno terminato di montare la parabola che servirà per connettersi ad internet, servendosi di una nuova tecnologia che sfrutta i satelliti a banda ka ed un ulteriore supporto tecnico. E’ anche l’occasione per girare un breve spot per illustrare queste strumentazioni. Il set è allestito: parabola, computer, puntatore, pick up, beduini e dromedari, non manca nulla. Stefania e Benedetta, come vere speaker professioniste, spiegano quanto sia facile connettersi ad internet avendo i giusti strumenti ed una parabola. “Dalle Alpi alle Piramidi, internet e telefono ovunque”. Realizzato lo spot con la perfetta luce del sole al tramonto bisogna smantellare tutto. Riaprire la cassetta degli attrezzi e, chiavi alla mano vanno svitati i bulloni che tengono insieme le diverse parti della parabola e bisogna risistemare tutto nelle casse originali. Ci saranno altre occasioni per utilizzare questa strumentazione. Sembra sia previsto un altro lungo campo nel deserto prima della fine dalla spedizione. Dall’altra parte, Francesca ed Elisa del concorso Prima Classe, smantellano il campo, anche con un certo sollievo, pensando alle confortevoli e spaziose villette che le aspettano a Berenice. Elisa è un’appassionata di Donnavventura, raggiungere il team durante la spedizione è stata per lei una bella esperienza, probabilmente avrebbe anche condiviso volentieri una notte in tenda, rinunciando alle comodità di una villa a sua completa disposizione; Francesca invece ama il mare in maniera viscerale, ama immergersi e osservare in silenzio il mondo sottomarino, con la sua placida quiete, però ha apprezzato anche il fascino del deserto, ma non tenetela troppo lontana dall’acqua! Sta già pensando alle immersioni di domani. Una volta sistemate tutte le cose, si risale a bordo dei fuoristrada e la caravona lascia il campo beduino per tornare al T Club di Berenice. Si arriva con il buio. A domani!

Tappa 30: El Shalatin (Egitto), visita al mercato di dromedari

09.11.2010 – Buongiorno Donnavventura, oggi si toccheranno quasi i confini con il Sudan, poiché la meta è El Shalatin. Si lascia Berenice dove la spedizione ha fatto base per qualche giorno e si riprende con l’esplorazione dell’Egitto. Come ci dice Ana, si sta facendo rotta verso sud per raggiungere uno dei più importanti mercati dei dromedari di tutto il Sahara orientale. Qui ancora vigono le regole del baratto e si può vivere un autentico spaccato di vita beduina. La pista si snoda attraverso il deserto, poche sparute baracche qua e là e numerosi posti di blocco. Nonostante il panorama cambi piuttosto repentinamente, sempre di deserto si tratta. Prima più roccioso e grigio, con ondulati rilievi pietrosi in prossimità della costa, che si fanno vere e proprie montagne nell’immediato entroterra. Poco più in là invece i colori cambiano, facendosi più caldi ed anche la consistenza del terreno diventa più sabbiosa. Immutato il fatto che ben di rado si incontri qualcuno. La carovana arriva ad El Shalatin, il navigatore mostra chiaramente l’imminente confine con il Sudan e subito ci si imbatte in un nutrito gruppo di dromedari, pronti per essere oggetto di qualche fruttuosa contrattazione. Ce ne sono di età diverse, alcuni sono molto giovani, dei cuccioli, mentre altri sono adulti che si stagliano i tutta la loro altezza. I dromedari non sono tra gli animali più “belli”, non hanno la fierezza del leone o la grazia del cigno. Si muovono sulle lunghe zampe ossute e osservano pacati ciò che li circonda, però sarà per via di quell’espressione stralunata o per il muso apparentemente sorridente e gli occhi dolci che suscitano grande simpatia. Accanto a loro ci sono i beduini nelle loro classiche tuniche e con i voluminosi turbanti in testa. Vediamo dei passaggi di contanti, l’affare è stato concluso. Da un cancello esce un nutrito gruppo di animali che viene convogliato verso alcuni camion scoperti, per essere caricati e portati verso la loro nuova destinazione. Il mercato è molto grande, come ci dice Benedetta da qui partono molti dromedari diretti ai macelli del Cairo, la loro carne infatti è molto apprezzata. Prima di essere venduti vengono contrassegnati con un marchio ardente che viene arroventato sulle braci e poi, uno per uno e senza fare troppi complimenti, vengono marchiati. Uno dei ragazzi che si occupano della marcatura, letteralmente insegue gli animali, raccolti in un’area ristretta e li bolla uno ad uno, lo spesso strato di pelle fa si che l’impatto non sia o non sembri troppo violento. Chiara nel frattempo è stata circondata da un’orda di ragazzini che vogliono vedere le foto appena scattate, ci ricorda anche che una delle regole del Turismo Responsabile è quella di domandare il permesso alle persone, prima di scattare loro una fotografia. Viaggiando si incontrano tanti volti interessanti che si ha il desiderio di immortalare in una foto, ma non bisogna dimenticare che le persone non fanno parte del paesaggio e che per questo, la prima cosa da fare è chiedere il permesso. Le ragazze vedendo un banco di frutta e verdura decidono di comprare qualcosa in previsione del pranzo, anche se è ancora un po’ presto. Stefania nota subito i pomodori che, rossi e invitanti sono in contrasto con il color polvere di tutto il resto. Le contrattazioni al mercato continuano, ma una pausa con un buon tè caldo non ci sta affatto male. In una giornata come oggi anche il pasto non potrebbe che essere a tema e quindi a base di dromedario. In un piccolo locale di El Shalatin il team si ferma per la cena che è a base di riso bianco e dromedario lesso. Stefania nota come il sapore non sia molto diverso da quello del bollito di manzo, in pochi noterebbero la differenza se ad accompagnarlo ci fosse, per esempio, della mostarda o della salsa verde. Anche il brodo non presenta note particolari. Questa sera si cerca di andare a letto presto, domani la tappa sarà particolarmente lunga ed impegnativa, la meta è Abu Simbel.

Tappa 31: In viaggio verso Abu Simbel e il lago Nasser

10.11.2010 – Le ragazze oggi si svegliano consapevoli che ad attenderle ci sarà un “tappone” niente male, si lascia definitivamente il Mar Rosso per dirigersi verso il lago Nasser, in direzione di quel monumento straordinario che è Abu Simbel. Si opta per una pista che taglia il deserto, ma anche in queste lande desolate non mancano i posti di controllo, dove, rigorosamente, vengono annotati i numeri di targa di tutti coloro che transitano. Una “esse” fra i bidoni ed ecco che ci si ritrova di fronte all’ufficiale di turno, armato di carta e penna. Quelli armati davvero però sono a non più di un paio di metri di distanza, non c’è tanto da scherzare. Poco movimento da queste parti, si incrocia giusto una motoretta con due ragazzi del posto e qualche camion. Ana, alla guida di Jolly, ci spiega tutte le beghe legate al rinnovo del suo visto. Lei infatti ha un passaporto sloveno che necessita di pratiche più complesse rispetto a quelli italiani. Tutto si è risolto per il meglio, ma ci si è dovuti inoltrare nei meandri della kafkiana burocrazia egiziana, che sembrava non offrire soluzioni a problemi da lei stessa creata. Un infernale cane che si mordeva vorticando la sua coda. La peggiore delle avventure, specie per Ana, che ha dovuto inseguire il suo passaporto, in giro per uffici. In tutto questo peregrinare però, ci ha guadagnato una grande dimestichezza con la guida sulla sabbia, come ci spiega lei stessa, pensando anche ai suoi primi approcci con questo tipo di fondo nel Wadi Rum giordano. Il paesaggio è monocromatico, distese di sabbia pallida intervallate da rocce accompagnano la carovana in questa lunga traversata del deserto. Non c’è un filo d’ombra. E’ d’obbligo una sosta per bere un buon caffè, preparato questa mattina e prontamente messo in borraccia. Non è certo l’espresso del bar sotto casa, ma non c’è niente di meglio per rimettersi in cammino. Intanto un altro posto di blocco. Sono dei miraggi al contrario, nel senso che è l’ultima cosa che vorresti veder apparire nel bel mezzo del nulla, sotto il sole cocente. Tutto fila liscio naturalmente, è stata solo questione di pochi minuti. Ci si rimette in marcia e finalmente a giornata ormai conclusa, si arriva ad Abu Simbel. Ad attendere il team, questa volta davvero come fosse un miraggio, la nave da crociera Eugénie. Bellissima e raffinata con cabine confortevoli in cui togliersi la polvere del deserto. Domani si andrà alla scoperta del sito di Abu Simbel, per poi salpare ed andare alla ricerca degli altri tesori disseminati lungo le rive del lago Nasser.

Tappa 32: Donnavventura al cospetto del tempio di Ramses II

11.11.2010 – Il team si è svegliato presto oggi, per poter vedere i templi di Abu Simbel in tutto il loro splendore, baciati dalla luce del mattino. E’ straordinaria l’imponenza del tempio di Ramses II; lascia senza fiato. Sembra un qualche cosa al di fuori dal tempo e dallo spazio, si staglia maestoso in mezzo al nulla, con accanto il più piccolo ma non certo meno abbacinante tempio di Hator. In prossimità del tempio Chiara ce ne racconta la storia, ricordandoci innanzitutto che Abu Simbel è il simbolo di quella straordinaria impresa ingegneristica, che è stato lo spostamento di 14 siti archeologici nubiani, tra gli anni 60’ e 70’. A seguito dell’edificazione della Grande Diga di Assuan ed il conseguente formarsi del Lago Nasser, buona parte della regione della Nubia con i suoi tesori antichi, sarebbe stata sommersa. Il governo egiziano, sollecitato ed in collaborazione con l’UNESCO, convocò esperti ed archeologi da tutto il mondo, perché potessero trovare una soluzione per evitare queste perdite. Si optò per spostare i complessi monumentali più importanti, primo fra tutti quello di Abu Simbel, in aree al salvo dalle acque, ma il più possibile compatibili e simili a quelle d’origine. Fu così che Abu Simbel fu sezionato in blocchi e ricomposto a poco distanza. Bisogna inoltre considerare che il tempio era stato modellato scavando nella roccia viva, una doppia difficoltà, ovviata con risorse ed espedienti tecnici d’eccezione. Il tempio fu fatto edificare da Ramses II, il più noto tra i faraoni per i suoi 67 anni di glorioso regno, costellato di monumenti fatti erigere un po’ ovunque. Abu Simbel colpisce per le maestose dimensioni, ma anche per quella solenne semplicità. Quattro grandi statue rappresentanti il faraone, le più grandi pervenute sin ora, sono a guardia del tempio stesso e del territorio circostante. Ramses rappresentato in tutto il suo potere e, nel mezzo della facciata, l’effige di Amon Ra, il dio falco con il disco del sole. Più in basso ed in dimensioni ridotte, le statue rappresentanti i familiari ed ai piedi del faraone gli schiavi sottomessi. L’interno si compone di un pronao, in cui si trovano 8 colossi osiriaci che raffigurano il dio Osiride con le fattezze del faraone Ramses II e le pareti sono decorate con scene di battaglie vinte e doni agli dei. Seguono il vestibolo. La sala delle offerte ed il sacrario, la parte più interna del tempio, riservata al faraone. Nel sacrario si trovano le statue di Ptah, Amon Ra, Ramses II e Ra Harkti, gli dei protettori dell’Egitto ed il faraone che, due giorni all’anno, in corrispondenza della data di nascita e di quella di incoronazione, veniva illuminato dai raggi del sole che entravano dall’ingresso del tempio, ricaricandolo di energie. Se il tempio colpisce per maestosità visto dall’esterno, internamente è ancor più abbagliante per i suoi bassorilievi dipinti che colpiscono nel segno, trasmettono forte e chiaro il messaggio di Ramses stesso, un messaggio di forza e autorità, l’autorità suprema, il dio in terra, il faraone. Accanto al tempio di Abu Simbel si trova quello di Hator, dedicato da Ramses II all’amata moglie Nefertari. Ciò che lo rende unico è il fatto che mai altrove una regina viene posta sullo stesso piano del faraone. La facciata si compone di sette contrafforti inclinati, sormontati da un fregio. Nelle nicchie fra i contrafforti sono state scolpite, ad altorilievo, quattro statue raffiguranti Ramses e due raffiguranti Nefertari con le sembianze della dea Hator cui il tempio è dedicato. Anche all’interno si trovano bassorilievi dipinti in cui il faraone offre doni agli dei in presenza della consorte. L’interno del tempio è molto semplice, si compone del pronao in cui si trovano otto pilastri che hanno per capitello la testa della dea dalle orecchie di vacca, il vestibolo ed il sacrario. Nessuna delle ragazze aveva mai visto il complesso monumentale di Abu Simbel, tutte sono rimaste colpite ed affascinate da tanta magnificenza artistica ed architettonica. Unico rimpianto per Clotilde che non si è sentita bene ed è dovuta rimanere sulla nave suo malgrado, con qualche linea di febbre ed un’indisposizione generale. Un paio di giorni di riposo dovrebbero essere sufficienti, così dice il dottore che l’ha visitata, quanto prima potrà unirsi al gruppo e continuare con la scoperta dei siti archeologici del Lago Nasser.

Tappa 33: Crociera sul Lago Nasser sulla nave Eugénie

12.11.2010 – La navigazione procede placida e tranquilla sulle immobili acque del lago Nasser. Il paesaggio è insolito poiché si susseguono rilievi e colline che poco hanno a che fare con una dimensione lacustre naturale. La sensazione è proprio quella di un territorio inondato che ha trovato la sua dimensione. Molti dei siti nubiani sono stati spostati per essere salvati dal formarsi dell’indotto artificiale del lago e possono essere visitati scendendo a terra, altri, come Qasr Ibrim, sono visibili solo navigando. Si tratta dell’unico monumento di età nubiana rimasto nella sua sede originale, questo perché edificato su di un promontorio che, con l’allagamento dell’area, si è trasformato in isola. Della fortezza rimangono pochi, diroccati resti. Se ne percepiscono le proporzioni e l’imponenza, nonché l’importanza strategica, ma ben poco altro è visibile. La nave veloce va oltre il promontorio su cui svettano i ruderi della fortezza. Nel frattempo Stefania ha scoperto che sulla Eugénie sono state girate alcune scene del film di Neri Parenti Natale sul Nilo, con Christian de Sica e Massimo Boldi, mentre Chiara replica con qualcosa di più datato: Assassinio sul Nilo del ’78, tratto da un romanzo di Agatha Christie. La nave è un posto perfetto per leggere un bel romanzo, magari proprio quel Poirot sul Nilo, il giallo della Christie da cui è stato tratto il già citato film Assassinio sul Nilo, interpretato da Peter Ustinov. Le ambientazioni e le atmosfere sono le stesse e non manca neppure quell’alone di mistero che aleggia nell’aria. Clotilde ancora non è in forma, la febbre è passata ma le sono rimaste un po’ di debolezza e di nausea. Meglio che anche oggi stia in cabina a farsi portare patate bollite e riso in bianco. Il dottore sempre sollecito la tiene d’occhio, ma ormai si tratta solo di pazientare una giornata ancora, prima di rimettersi in marcia fra templi e reperti. Benedetta nel frattempo le fa da infermiera, ricordandole a che ora prendere pastigline e integratori. La tappa principale di oggi è il tempio di Amada che, come ci racconta Chiara, è stato fatto edificare dai faraoni
\n. La sua particolarità sta nel fatto di aver conservato decori raffinati e ancora estremamente vividi da un punto di vista cromatico, che rappresentano per lo più immagini che celebrano i due sovrani o li ritraggono nell’atto di offrire doni alle divinità. La cosa sorprendente è il modo in cui questo tempio è stato salvato dall’allagamento. Mentre per gli altri siti si è proceduto ad uno smembramento in parti e ad una successiva ricostruzione, per Amada si è lavorato diversamente: si è spostato il tempio in un unico blocco. A portare a termine questo straordinario prodigio della tecnica, è stata un’impresa francese che, dopo aver imballato il tempio con acciaio e cemento, l’ha trasportato su di una tripla rotaia appositamente costruita, lungo un tratto di quasi tre chilometri, per 65 metri di dislivello. Un lavoro che ha davvero dell’incredibile! A poca distanza da Amada è stato posizionato il tempio di Derr. Come ci fa notare Chiara le pitture sono più rudimentali rispetto a quelle di Amada, ma in buono stato di conservazione. Rappresentano per lo più, Ramses II che offre doni ad Amon Ra. Lo si vede inoltre circondato dall’albero della vita, il Sicomoro, che rappresenta la longevità della sua stirpe. Ultimo elemento di questa triade è la tomba di Pennut, anch’essa in buono stato di conservazione. Pennut era governatore dell’Uauat sotto Ramses VI, nella tomba sono ancora ben visibili bassorilievi che raccontano la sua vita, si vedono inoltre i figli e la moglie, che pare essere stata una cantante. Quando si è trattato di spostare i complessi monumentali nubiani, sono stati scelti luoghi il più possibile simili a quelli originali e non troppo distanti. Lo sguardo di Chiara si perde nel deserto e le viene spontaneo osservare la sabbia e pensare a quanto questo impalpabile elemento costituisca la croce e la delizia degli archeologi e questo perché nasconde e conserva. Tanti tesori sono stati ritrovati in tempi in cui una maggior sensibilità verso l’arte, ha permesso di esaltare e valorizzare tali ritrovamenti. E’ il caso, per esempio, di Abu Simbel, mastodontico tempio voluto da Ramses II e andato perduto per secoli, una volta tramontata l’età faraonica. Fu ritrovato dallo svizzero Burkhardt nel 1814, ma registrato solo dall’italiano Belzoni nel 1817, che si fece largo nella sabbia e tra le rocce con la sua forza erculea. Anni di archeologia rampante in cui alcuni arditi ricercatori stanarono dalle sabbie tesori inestimabili. Il team si imbarca nuovamente su Eugénie e si gode il panorama offerto dal lago Nasser. Ana ci parla della vita di barca e tutte le comodità che offre una nave di queste proporzioni. Cinquanta cabine doppie e settanta persone di equipaggio a prendersi cura degli ospiti. Ristorante, sala da tè, solarium, piscina ed un’atmosfera d’altri tempi, perfetta per immergersi nella storia dell’antico Egitto e farsi un po’ coccolare, perché no, come viaggiatori d’altri tempi.

Tappa 34: Alba sul Lago Nasser, tra coccodrilli e Templi

13.11.2010 – Vedere l’alba sul Lago Nasser non ha prezzo. E’ davvero uno spettacolo affascinante, il sole che sorge da queste acque scure e piatte e si alza dietro i rilievi di quella che era la Regione della Nubia. Benedetta ci spiega che il lago è nato successivamente all’innalzamento della possente diga di Assuan. Notevole è la sua portata d’acqua. Sul lago vivono circa 3.500 pescatori che si dedicano soprattutto alla pesca dei pesci persici, da queste parti raggiungono dimensioni ragguardevoli superando non di rado i 100 chili di peso. Più rari invece i coccodrilli, che un tempo popolavano il Nilo. Oggi nel tratto fra la diga e la foce non ce ne sono più, se ne trovano invece nelle acque del lago, ma non superano il metro e mezzo di lunghezza. Navigare fa si che si possano sfruttare più momenti durante la giornata per poter lavorare. Le ragazze allestiscono una postazione in uno dei saloni della nave e cominciano a portarsi avanti sulle consuete cose da fare. Si interrompono solo per andare dal capitano in cabina di comando e sbirciare le strumentazioni di bordo. Clotilde si è ripesa del tutto e non può farsi scappare l’occasione di dire “Questa è Eugénie e queste sono le mie compagne di viaggio”, ormai dai tempi del catamarano Diabolica questa frase è diventata un tormentone! Dalla cabina di comando Clotilde si sposta verso la veranda, dove i cuochi stanno allestendo il buffet per il pranzo ed un invitante barbecue. Cucineranno mica un bel pesce persico? Alle ragazze l’appetito certo non manca, per Clotilde però ancora riso in bianco. La nave intanto si avvicina alla costa, presso il sito di Sebuak, dove sono stati raggruppati tre dei complessi monumentali spostati per evitarne l’allagamento. Il più interessante è quello di Wadi El Seboua, che, come ci dice Chiara, significa “valle dei leoni”, poiché il tempio è preceduto da un viale di sfingi, con la testa di faraone e il corpo di leone. Fu fatto costruire da Ramsess II, in onore degli dei Amon Re e Re Harmakhis, rappresentati anche sul pilone (ingresso monumentale) sottoforma di bassorilievi, a cui il re sacrifica degli schiavi vinti. A lato dell’ingresso rimate quasi del tutto integro, un colosso raffigurante re Ramsess II. Originariamente ve ne erano due, accompagnati da altre quattro statue che col tempo sono andate perdute. All’interno del cortile si trovano invece ulteriori bassorilievi in cui sono rappresentati i familiari del re e ad alcune scene il cui il re porge doni agli dei cui il complesso è dedicato. Anche questo tempio, come molti altri, in epoca cristiana fu convertito in chiesa, lo testimonia l’immagine di San Pietro. Rientrando verso Eugénie le ragazze avvistano la barca di un pescatore che ha un bottino insolito. Da un sacco di iuta estrae un piccolo coccodrillo del Nilo. Chiara non aspettava altro che vederne uno, ad ogni spedizione ne ha incontrati, non poteva certo farseli mancare proprio sul Nilo! Si tratta di un esemplare giovane, ha piccoli denti aguzzi che ancora non intimoriscono troppo, ma da cui è meglio stare alla larga. Mai sottovalutare un predatore così infido e implacabile. I coccodrilli che vivono nel lago Nasser non superano il metro e mezzo di lunghezza, ma è sufficiente a creare qualche problema agli archeologi che lavorano al recupero di quei reperti che sono stati inghiottiti dalle acque. Dopo questo tuffo nel passato il team risale verso la propria “motor ship”, dove ad attenderle c’è l’ora del tè, prima di rituffarsi nel consueto lavoro al computer.

Tappa 35: Crociera verso Aswan e Luxor: l’Isola di Philae, il tempio di Iside e viaggio fino al Wadi el Seboua

14.11.2010 – Per oggi è previsto l’ultimo tratto di navigazione sulla Eugénie, si raggiungerà infatti Assuan da cui ci si imbarcherà nuovamente per scendere il corso del Nilo sino a Luxor. Non prima però di aver visitato un ultimo importante sito, il complesso monumentale di Philae. L’isola di Philae è citata sin dall’antichità, la si trova menzionata anche nei testi di Seneca e di Plinio il Vecchio. La sua importanza nasce innanzitutto dalla sua posizione geografica, in prossimità della Prima Cateratta del Nilo, punto in cui rapide, scogli e mulinelli, rendevano impossibile proseguire una navigazione che portasse verso nord. E’ sull’isola di Philae che le merci venivano scaricate e portate via terra ad Assuan per riprendere la navigazione verso la foce. Si riteneva inoltre che l’isola fosse uno dei luoghi di sepoltura di Osiride, il dio ucciso e smembrato dal fratello Seth, che ne sparse i resti lungo l’Egitto. Fu la moglie e sorella Iside a ricomporre il corpo del marito, donandogli una nuova vita eterna. Quando nel 1902 venne completata la Diga Vecchia, parte dell’area circostante venne allagata e così per il complesso monumentale di Philae. La costruzione della Diga Alta poi, avrebbe allagato un’area ancor più estesa, quella in cui oggi si sviluppa il bacino artificiale del lago Nasser. Per ovviare all’irrimediabile distruzione di questo ed altri monumenti, il governo egiziano con l’aiuto dell’UNESCO, iniziò un’opera mastodontica di smantellamento e ricostruzione dei siti più importanti, in aree che non fossero soggette ad allagamento. I templi dell’isola di Philae vennero, prima protetti da una diga provvisoria, poi smantellati e ricostruiti tali e quali sulla vicina isola di Agilkia. L’impresa che portò a termine questo lavoro così delicato è l’italiana Condotte-Mazzi Estero, finanziata dal governo italiano. Il progetto richiese tre anni di lavoro dal 1977 al 1980. L’edificio più importante del complesso è il tempio di Iside, al quale si accede attraverso un colonnato che porta al primo pilone, l’ingresso monumentale, sul quale è rappresentato sottoforma di bassorilievo, il faraone nell’atto di sconfiggere ed uccidere i nemici. All’interno del tempio si trova il santuario del dio Horus, dove i faraoni partecipavano alle rievocazioni dalla nascita del dio, di cui erano i discendenti, per legittimare di fronte al clero il loro ruolo. In epoca cristiana poi, il tempio venne convertito in chiesa, parte dei rilievi rimossa ed un’altra parte intonacata con fango e dipinta con soggetti legati alla tradizione cristiana. Col tempo tale strato di fango si è deteriorato, mostrando i bassorilievi originali. Il tempio è interamente decorato con bassorilievi che celebrano i miti di Iside e Osiride, è incredibile pensare a come questa meraviglia sia stata realizzata e a come anche, a due millenni di distanza, sia stata smontata e rimontata tale quale altrove. Ritornando verso il tempio le ragazze notano alcune delle croci incise in epoca cristiana. Se ne trova qualcuna qui e là, dove prima c’erano bassorilievi. Poco distante dal tempio di Iside si trova quello di Traiano, non si sa esattamente a cosa servisse, si pensa fosse una stazione di sosta per la barca. Chiara si sposta sull’altra sponda dell’isola da dove si possono ancora vedere i resti dell’originale isola di Philae, di cui rimane solo un ciuffo di vegetazione fuori dall’acqua. Da qui poi si vede con chiarezza la Diga Vecchia, quella che per prima, causò il sommergersi di parte del tempio ed il conseguente deteriorarsi delle pitture più in basso. Benedetta ci spiega che le dighe furono volute e realizzate per soddisfare il fabbisogno agricolo di una popolazione in crescita, anche se questo ha segnato irrimediabilmente l’aspetto dell’ambiente circostante, nonché la vita di coloro che vivevano nei pressi di Assuan e che si sono trovati, volenti o nolenti, a traslocare. Clotilde nota la differenza fra Assuan ed il Cairo, persino il fiume che le attraversa sembra diverso, più placido prima e caotico poi, come a riflettere l’anima delle due città. Le rive del fiume sono popolate da diverse specie di uccelli, soprattutto aironi rossi e cinerini, anatre e spatole dai lunghi becchi. Valentina si sofferma ad osservare il giardino botanico della città, mentre dall’altra parte alcune donne lavano i panni al fiume. Si incrociano diverse feluche che punteggiano di bianco le scure acque del fiume. Il team sale per l’ultima volta su Eugénie prima di lasciarla definitivamente.

Tappa 36: Ad Assuan a bordo di El Hanem, crociera sul nilo sulla dahabeya

15.11.2010 – Ad Assuan il team cambia imbarcazione, lascia l’elegante Eugénie per salire a bordo della più snella El Hanem, la dahabeya che le porterà alla scoperta del Nilo. Si tratta di un’imbarcazione tipicamente egiziana, interamente realizzata in legno ad eccezione dello scafo, della chiglia e della pua che invece sono in acciaio. Una barca elegante, ancor più esclusiva della poetica Eugénie poiché ad esclusiva disposizione dei donnavventura. Sei cabine, dodici persone d’equipaggio tra cui marinai, inservienti e due cuochi! Davvero niente male, per non parlare dei ponti esterni, spaziosi ed eleganti. Comincia la navigazione, senza però uscire dalle acque di Assuan. Il Nilo esercita un grande fascino, oltre a creare panorami suggestivi. Clotilde nota la differenza fra Assuan ed il Cairo, persino il fiume che le attraversa sembra diverso, più placido prima e caotico poi, come a riflettere l’anima delle due città. Le rive sono popolate da diverse specie di uccelli, soprattutto aironi rossi e cinerini, anatre e spatole dai lunghi becchi. Valentina si sofferma ad osservare il giardino botanico della città, mentre dall’altra parte alcune donne lavano i panni al fiume.
La giornata è praticamente volata via, sono le cinque e scatta l’ora del tè. La tradizione che contraddistingue i T Club non poteva mancare sulla El Hanem, anch’essa un vero e proprio T Club galleggiante. 
Da domani si scenderà il corso del fiume in direzione Luxor.

Tappa 37: Crociera da Assuan a Kom Ombo

16.11.2010 – Risveglio forzato per le donnavventura che vengono disturbate nei loro sogni mattutini dalla telecamera. Speravano di dormire un po’ di più, almeno fino al trillare della sveglia, invece sono state gabbate da quest’incursione nelle loro cabine. Poco male, c’è ancora il tempo per girarsi dall’altra parte, almeno per altri cinque minuti! Prima colazione navigando sul Nilo in navigazione, lungo la riva si alternano piccoli centri abitati un po’ decadenti, a distese verdi di erba che ondeggia al passare della barca. Si vedono persone al lavoro nei campi, cani a mollo per difendersi dal caldo, signore che lavano i panni al fiume. Appena oltre le abitazioni ci sono piccole mandrie al pascolo e distese di papiri che fanno da contorno alle coltivazioni di banane. 
La barca attracca nei pressi del villaggio di El Grmela, le ragazze scendono a terra e si dirigono verso il centro del paese, da dove sentono arrivare un tramestio, lo seguono arrivando di fronte ad una scuola, proprio all’ora dell’intervallo. I bambini vedono le donnavventura andare verso di loro e scatta, autentico, il delirio! Le ragazze vengono letteralmente prese d'assalto da questi bimbi delle elementari che si spintonano per stringere loro la mano o chiedere il nome. Si accalcano e ridono, i maestri a fatica li fanno rientrare in classe.
Ana scambia due parole con un maestro e scopre che si tratta di una scuola elementare dove studiano circa 250 alunni, dai cinque ai dieci anni circa. Le ragazze assistono brevemente ad una lezione, ma lasciano presto la scuola perché i bimbi non ne vogliono sapere di stare attenti con le ospiti in classe. Decidono quindi di far ritorno alla dahabeya.
I marinai, per sfruttare il vento, spiegano le vele e la barca si presenta così in tutta la sua eleganza. 
Ana approfitta di alcuni acquerelli e di un foglio bianco, per fare un disegno un po’ naif della spedizione di quest’anno, rappresenta se stessa e le sue compagne di viaggio, il capo spedizione ed il cameraman armato di telecamera, nonché il Nilo con i suoi templi, i coccodrilli e le piramidi.
Tra le persone che lavorano sulla dahabeya che ospita il team, c’è anche un ragazzo di origine nubiana, una minoranza etnica egiziana, che fino alla costruzione dell’Alta Diga, occupava la regione della Nubia, poi allagata con il formarsi del lago Nasser, sul quale il team ha navigato sino a due giorni fa. Chiara scambia qualche parola con lui e scopre che anche la sua famiglia, come molte altre, ha scelto di trasferirsi ad Assuan una volta lasciata forzatamente la regione d’origine. 
Anche Valentina ha modo di scambiare qualche parola con il giovane nubiano dal nome difficilissimo e ci parla di questa comunità che continua ad esistere, ad usare una propria lingua e a mantenete in vita tradizioni vecchie di secoli. Le ragazze, capitanate da Clotilde, fanno il punto dei ricordi “acquistati” in questi tre mesi di spedizione, ciondoli e bracciali che ricordano i paesi attraversati ed i luoghi visitati, come Malhula dove ancora si parla l’aramaico, oppure i ciondoli scaccia guai egiziani.
Il primo tramonto in navigazione regala grandi emozioni, un airone spicca il volo mantenendosi però radente all’acqua, che riflette la sua immagine elegante e decisa. La luce cala, ci si ritira nelle cabine per il consueto lavoro ai computer.
I marinai intanto sono impegnati nelle manovre di attracco, domani il team visiterà il primo dei grandi templi disseminati lungo il Nilo, quello di Kom Ombo.

Tappa 38: Kom Ombo: Donnavventura visita il tempio di Sobek e Haroeris

17.11.2010 – Si sta per raggiungere la tappa principale di oggi, come ci dice Chiara, siamo in prossimità di Kom Ombo, cittadina importante sin dall’antichità poiché passava di qui la via carovaniera per le miniere d’oro della Nubia, inoltre vi venivano addestrati gli elefanti dell’esercito imperiale romano. Oggi invece è diventata il cuore della nuova Nubia, da quando la regione è stata allagata a seguito della costruzione dell’Alta Diga, molti abitanti hanno scelto Kom Ombo come nuova dimora, dovendo necessariamente lasciare la vecchia. Ancora parzialmente conservato è il tempio di Sobek e Haroeris. Per raggiungerlo il team si serve di un trasporto locale, come suggerito anche dall’associazione italiana per il turismo responsabile, in questo modo si incrementano le attività commerciali del posto. 
Il complesso sorge su di un’altura ed l’unico esempio in Egitto di tempio che ricordi un’acropoli, essendo posto in posizione soprelevata rispetto alla città. Purtroppo rimangono in piedi solamente parte del pilone ed il colonnato della prima sala ipostila, oltre ad alcune pareti. Il tempio ha una pianta interessante perché combina lo schema classico tolemaico con una struttura doppia poiché dedicato a due divinità, Sobek il dio coccodrillo e Haroeris, una delle forme del dio falco Horus. L’accesso agli ambienti comuni del cortile, le due sale ipostile, i tre vestiboli è consentito attraverso due porte, che conducono ai rispettivi sacrari.
Sul lato esterno del tempio è visibile un fregio in cui sono rappresentati strumenti chirurgici, gli antichi egizi avevano delle approfondite conoscenze mediche, facevano anche operazioni in testa, o almeno ci provavano, a volte con esiti sorprendenti.
Chiara riassume le caratteristiche del tempio, soffermandosi sulla descrizione dei fregi che riportano, come di consueto, scene di offerte agli dei, o scene in cui il faraone Tolomeo XII è purificato da Horus e Thot in presenza di Sobek. 
Il team torna sulla barca, non prima però di essersi destreggiato fra venditori ambulanti, guide e avventori vari che, senza alcun motivo, non riuscendo a propinare nulla alle ragazze, reclamano comunque un bakshish, la mancia.. 
Clotilde ci racconta che in Egitto non si scappa dal bakshish, te lo chiede chiunque anche solo per scattare una fotografia o aprire un cancello già aperto. Persino i bambini, la prima cosa che ti chiedono dopo il nome è la mancia. Si tratta di una vera e propria prassi, consolidata anche quando si tratta di portare avanti pratiche burocratiche, spiegabile anche nel fatto che i salari sono piuttosto bassi e il bakshish permette di integrarli notevolmente. Un’usanza e un vizio che è difficile da comprendere per noi italiani, che siamo soliti lasciare una mancia a seguito di un piccolo servizio reso, da queste parti invece, spesso ci si sente chiedere soldi non per necessità, non si tratta di una richiesta di elemosina, ma per abitudine. 
Ci si rimette al lavoro navigando, Stefania sta selezionando le foto dei personaggi incontrati lungo il viaggio, fa scorrere volti di persone e bambini dagli sguardi intensi e carichi di curiosità. Chiara guarda oltre il bordo del fiume, notando come sia variegato il panorama che si sussegue di volta in volta. Paesaggi naturali siti archeologici che accrescono il valore di questo luogo.
Poco dopo si incontra lungo la sponda il Gebel es Silsila, una serie di cave di arenaria dove sono ancora visibili le incisioni di coloro che vi avevano lavorato al tempo dei faraoni, compresa una piccola cappella con le raffigurazioni del dio cui è dedicata.
Tesori più o meno grandi disseminati lungo questo fiume culla di una delle civiltà più affascinanti e prolifiche del passato.

Tappa 39: Dal villaggio di El Rmade a quello di El Rdesea, sulle sponde del Nilo

18.11.2010 – La navigazione procede lenta lungo le rive del Nilo, in questo modo si ha la possibilità di osservare ogni dettaglio delle sue rive, dalla vegetazione spontanea, alle tante specie di uccelli che le abitano, upupe, martin pescatori, anatre e trampolieri vari. Ai paesaggi naturali si alternano quelli disegnati dall’uomo, campi e piantagioni di banane, indicativi spesso di un vicino villaggio.
Si scende nel villaggio di El Rmade, le ragazze si avvicinano ad un gruppo di donne, una signora sta facendo le trecce ad un bimba, mentre altri marmocchi spuntano da case e cortili. Ad ogni occasione il team di donnavventura cerca di mescolarsi alle persone del posto, chiacchierare e, quando possibile, condividere qualcosa, un tè o a volte un pasto, con quello spirito tipico del viaggiatore che vuole conoscere da vicino le realtà che attraversa. Le ragazze si aggirano per le polverose vie del paese con un nugolo di bambini festanti attorno, mentre dai portoncini ragazze più grandi, ma non meno curiose, si affacciano per vedere cosa causa di tutto quel trambusto. Le donne hanno le mani sporche di rosso per via dei fiori di karkadé che stanno maneggiando prima di metterli ad essiccare. 
Le donnavventura giocano con i bambini, Stefania li fa divertire con scherzi e canzoni, mentre qualcuno di loro passeggia tenendo timidamente per mano una delle ragazze. C’è addirittura un piccoletto che, composto, si è presentato stringendo la mano ad ogni ragazza, per poi tornare a sedersi vicino al suo papà.
Lo sciame di bimbi accompagna il team fino al fiume dove un adulto li rispedisce indietro, prima che si allontanino troppo da casa. Le ragazze risalgono in barca e proseguono con la loro navigazione. 
Si scende nuovamente a terra e Clotilde ci dice che ci si trova nei pressi del villaggio di El Rdesea, un piccolo centro agricolo dove si alternano campi coltivati, canali per l’irrigazione e palme.
Si vedono molti carretti passare carichi di fasci di canna da zucchero appena tagliata, se nel deserto i beduini non possono fare a meno dei dromedari, nelle oasi e lungo il Nilo, l’insostituibile compagno di lavoro è l’asino. E’ anche la stagione i cui si raccolgono i fiori del karkadé, Stefania ci fa notare un piccolo appezzamento di terreno in cui gli arbusti di questa pianta sono carichi di fiori rosso-vilacei che poco più in là alcune persone stanno cogliendo e caricando sul carretto.
Uno dei raccogliti porge alle ragazze alcuni dei fiori e in un attimo quasi tutte hanno le mani sporche di rosso, poco male. Si rientra in barca, si naviga ancora un po’, si prende il tè delle cinque, sino a che si cerca un attracco adeguato per la notte.
Un’altra giornata si è conclusa.

Tappa 40: La carovana di Donnavventura 2010 raggiunge Edfu (Egitto)

19.11.2010 – Dolce risveglio per le donnavventura, cullate dal silenzioso rollio della barca. Il ritmo è cambiato da quando si naviga, le giornate iniziano prima per godersi l’alba e sfruttarne la luce propizia e si va a letto un po’ prima alla sera. Valentina è la prima ad alzarsi e ci parla della dahabeya che le ospita, un' imbarcazione tipicamente egiziana, studiata per la navigazione lungo i fiumi, pescando solo 60 cm d’acqua nonostante le dimensioni, è lunga infatti 30 metri e larga 7. Interamente realizzata in legno, ad eccezione dello scafo, della prua e della chiglia, due sono le vele, triangolari come quelle delle feluche, e due anche i motori, così da poter viaggiare in ogni condizione di vento. Sei le cabine, confortevoli ed accoglienti, dodici le persone d’equipaggio. Il cuoco prepara appositamente piatti in linea con il gusto e le esigenze del team. Più di così! Scorrono davanti agli occhi paesaggi bucolici di campi e bovini al pascolo. Clotilde si diletta ritrarli con gli acquarelli, mentre Benedetta scende a terra ad osservare da vicino le coltivazioni, spiegandoci che con la costruzione della dighe è molto più semplice gestire le piene del Nilo, in questo modo si è avuto un notevole incremento delle produzioni agricole, tant’è che si riesce ad ottenere anche tre raccolti in un anno. E’ ora di salpare e le ragazze si dedicano a quei lavori al computer che non c’è mai il tempo di portare avanti nelle giornate normali, in questo caso, i tempi più dilatati, permettono a Benedetta con l’aiuto di Ana di montare le clip che vengono pubblicate sul sito. La navigazione procede sino a raggiungere la città di Edfu, sul lato occidentale del fiume, dove si trova uno dei templi meglio conservati dell’età faraonica. Si tratta di un grande complesso monumentale dedicato al dio Horus, il dio falco protettore del faraone e garante dell’ordine cosmico. A lato del tempio si trova il mammisi, edificio più piccolo dedicato alla nascita di Horus, con capitelli che recano la grottesca effige del dio Bes, divinità connessa al parto. Chiara ci fa notare che sul pilone (ingresso monumentale) è riportata l’immagine del faraone Tolomeo XII Neo Dionisio nell’atto di sacrificare prigionieri agli dei, Horus e Hator. A custodia dell’ingresso due grandi statue raffiguranti il dio Horus sotto forma di falco. L’interno ha la classica struttura architettonica dei templi egizi, al pilone fanno seguito un cortile colonnato, due sale ipostile con 12 colonne ognuna, due vestiboli ed una sala centrale che comprende il sacrario, riservato al faraone. Vi sono poi diverse stanze più piccole, connesse sia alla sala centrale che al secondo vestibolo, una di queste per esempio era il laboratorio, in cui venivano preparati profumi e unguenti per le cerimonie, sulle pareti infatti sono riportati gli ingredienti sotto forma di bassorilievi. L’interno è maestoso e l’ottimo stato di conservazione fa apprezzare appieno la raffinatezza dei decori. I capitelli hanno ancora parte dei loro colori originali. Chiara racconta poi che la città di Edfu è abitata da tempi assai remoti, ci sono resti di una necropoli protodinastica che ci riportano al 3.500 a.c. ed incisioni riconducibili alla prima dinastia, più precisamente al regno del sovrano Den (3000 a.c.). Lo sviluppo si ebbe durante l’età dell’Antico Regno, fra il 3000 a.c. ed il 2000 a.c., quando la città divenne un importante punto di riferimento sulla via carovaniera che andava verso nord, fungendo da filtro di tutto ciò che proveniva dai confini meridionali del regno. Divenne così potente da rivaleggiare con la grandiosa Tebe, che il poeta Omero diceva avere così tanti tesori da essere superati in numero solo dai granelli di sabbia del deserto. Nel vedere il tempio di Horus ci si fa un’idea di questa potenza perduta. Il team dopo essere rimasto per l’intero pomeriggio con il naso all’insù, ad osservare fregi e capitelli, fa ritorno sulla dahabeya e si riprende con la navigazione. Si incrociano alcuni pescatori che recuperano le reti e, prima che si faccia troppo tardi, si attracca, non lontano da un villaggio. Lo chef sta preparando il barbecue, ma non saranno un po’ troppo viziate queste donnavventura? Si siedono a tavola pronte per assaggiare i manicaretti preparati per loro, rigorosamente in linea con una dieta a base di piatti semplici, non troppo speziati ne pasticciati. Quest’anno nessuna è stata vittima del consueto “ingrassamento da spedizione”, non che ci sia qualcosa di male nel mettere su un paio di chiletti, ma appesantirsi di 5, 6 o 10 chili in tre mesi, come accaduto in passato, non è certo salutare. Anzi, qust’anno le ragazze sono tutte particolarmente in linea, eliminare aperitivi e dolcetti è servito, anche se l’ora del tè incombe quotidiana con i biscotti e le torte preparate dallo chef. Dopo cena il team si raccoglie attorno ad una cartina dell’Egitto per riepilogare le tappe toccate in queste ultime settimane. Ana segue l’itinerario ed ogni ragazza commenta. Ci sono stati l’arrivo a Noueba con le otto ore di dogana, la penisola del Sinai di biblica memoria, Sharm el Sheik, il Cairo con le sue piramidi, la rigogliosa oasi del Fayoum, la costa del mar Rosso sino a Berenice, tra mare e deserto e poi la grandiosa Abu Simbel da cui è cominciata una doppia fase di navigazione, prima sul lago Nasser sino ad Assuan ed ora sul Nilo, con destinazione la fulgida Luxor con il tempio di Karnak e le necropoli tebane. Tante cose ancora da scoprire prima di arrivare al Cairo e salutare l’Egitto, in chiusura di questo appassionante Grand Raid.

Tappa 41: La diga di Esna e le vestigia del tempio di Khnum a Esna (Isna). Egitto

20.11.2010 – Il team si sta proprio godendo questo periodo di navigazione, lenta, rilassante, interessante. Scendere a terra poi regala sempre qualche incontro piacevole.
Il team, di prima mattina si inoltra fra i campi, sino ad arrivare ad un piccolo centro abitato dove i bambini sono i primi a salutare le donnavventura, seguiti dalle altre persone, che alzano lo sguardo da ciò che stanno facendo, per salutare con un sorriso. Si scambiano faticosamente due chiacchiere, qui nessuno parla inglese, ma è comunque un’occasione per conoscere persone del posto. 
Durante a notte la dahabeya è rimasta attraccata vicino al ponte-diga di Esna (o Isna). Chiara ci dice che è stato realizzato fra il 1906 ed il 1908 ed ulteriormente ampliato nel 1945. Quest’opera ha permesso di irrigare una superficie di 71.000 ettari, rendendo la cittadina di Esna un cento agricolo piuttosto importante e popoloso. Il passaggio è possibile solamente in certi orari, questo crea dei veri e propri ingorghi di barche, un po’ come ad un casello autostradale. Si paga un pedaggio e si passa oltre. 
In un attimo si salpa e ci si dirige verso la chiusa che viene aperta, la dahabeya entra nel canale, il livello dell’acqua sale ed in pochi minuti si apre nuovamente la chiusa e si è dall’altra parte, pronti ad attraccare di nuovo.
Vale la pena fermarsi ad Edfu, ieri sera non ce n’è stata la possibilità poiché si è arrivati con il buio, ma ora l’idea è quella di scendere ed andare a vedere il tempio di Khnum, poco lontano dal fiume.
Le ragazze a terra trovano una città ben poco attraente, polvere e detriti, molte costruzioni in essere con parti in muratura ancora da terminare, calcinacci e cavi metallici che ostruiscono il passaggio. C’è addirittura un cavallo dalla criniera rosa, Stefania non può non commentare la stranezza. Dopo aver seguito per un po’ il corso del fiume ed aver attraversato il bazar, le ragazze si trovano di fronte ai resti del tempio di Khnum. Purtroppo, come ci spiega Chiara, del grandioso complesso rimane solo la sala ipostila greco-romana con le 24 colonne originali. L’interno è molto pregevole, le colonne hanno capitelli con soggetti floreali l’uno diverso dall’altro e sui fusti sono rappresentate scene che ritraggono le feste della città, dedicate agli dei Khnum e Neith. Sulle pareti molte raffigurazioni di dei e scene propiziatorie ben conservate.
Il tempio è rimasto nascosto per lungo tempo, sovrastato da detriti e costruzioni, tant’è che solamente la parte della sala ipostila è stata liberata, il resto giace ancora sotto la città attuale. 
Chiara nota un piccolo fregio che racconta il mito di Khnum, il dio ariete a cui il tempio è dedicato. Khnum è colui che ha plasmato gli uomini e tutte le creature viventi dall’argilla del Nilo, servendosi del suo tornio. La figura del dio, nonostante la dimensione ridotta, è ben riconoscibile. Si notano anche due grandi rane poste sopra ad uno dei capitelli, non si sa bene con quale funzione.
Dopo aver scrutato il tempio in tutti i suoi fregi e dettagli, si riprende con la navigazione. La dahabeya EL Hanem è davvero un’imbarcazione di prima categoria, si hanno tutte le comodità di una casa e spazi ampi da condividere. Le cabine sono confortevoli, perfette per rilassarsi, aggiornare il diario o lavorare al computer. Le ragazze prima di andare a dormire, si godono il silenzio e la tranquillità del fiume, Clotilde fa una doccia calda mentre Stefania è già sotto le coperte. Chiara seduta alla specchiera si mette un po’ di crema sul viso, mentre Ana, nella sua cabina, aggiorna il diario. Valentina e Benedetta hanno ancora il computer acceso.
Ci si dà la buonanotte via radio, si finiscono le ultime cose rimaste in sospeso e si spengono le luci.
A domani.

Tappa 42: Finita la crociera sul Nilo, le ragazze alla volta di Luxor

21.11.2010 – Terminano con oggi i giorni di navigazione sul Nilo, le ragazze sono dispiaciute perchè ormai avevano assimilato i ritmi lenti della barca ed assaporato le atmosfere magiche di questo fiume che, più di ogni altro, ti permette di correre indietro nel tempo. Le acque calme, i margini del fiume bordati di papiri, le vacche al pascolo, i bambini che fanno il bagno nei giorni di festa. 
La dahabeya poi, ha permesso di godere appieno di ogni attimo di quest’esperienza. Una dimensione insolita per le donnavventura che sono abituate a dormire in un posto diverso ogni notte, che sia una tenda o un lussuoso hotel a 5 stelle. Il poter metter gli abiti nell’armadio è stato per tutte una piacevole riscoperta.
La El Hanem sembra pensata apposta per accogliere ospiti femminili, ogni cabina è infatti dedicata ad un’importante donna d’Egitto, ci sono attrici, scrittrici, politicanti e femministe che con il loro contributo in vari settori, hanno cambiato il volto del paese. Le ragazze approfittano delle ore più calde della giornata per redigere alcuni dei reportage che verranno riportati sul sito.
Presto si arriva a Luxor, subito si staglia di fronte agli occhi il profilo del suo grande tempio, si riconoscono il pilone d’ingresso, preceduto dall’obelisco di Ramses II e l’imponente colonnato voluto dallo stesso, cui fa seguito il cortile, colonnato anch’esso, di Amenofi III.
Ultima cena sul Nilo con vista sul tempio, alla sera viene illuminato con luci diverse, offrendo uno spettacolo forse ancor più suggestivo. Si abbassano i toni della città e il tempio risalta in tutta la sua magnificenza, domani o dopo ci sarà modo di vederlo da vicino.

Tappa 43: Visita ai templi di Karnak

22.11.2010 – Anche se a malincuore il team deve lasciare la dahabeya con la quale ha navigato lungo il Nilo e proseguire il viaggio riprendendo la carovana. Non prima però di visitare i siti che hanno reso Luxor unica al mondo. Ci si dirige subito verso Karnak, il più grande complesso monumentale d’Egitto, grande perché almeno venti dinastie di faraoni hanno costruito in questo luogo e specie durante il Nuovo Regno, ogni sovrano ha voluto lasciare anche solo il proprio nome nel grande tempio di Amon Ra. Vi si accede attraverso un viale di sfingi criocefale, con corpo di leone e testa d’ariete, simbolo del dio Amon, che portano tra le zampe la statua del sovrano Amenofi III in segno di protezione. Superato il primo pilone di età tolemaica, privo di decori, ci si trova nel Cortile Grande, il più esteso fra quelli dei templi conosciuti. Qui si trovano due templi, quello di Seti II, utilizzato per la sosta delle barche sacre e quello di Ramses III, oltre ad alcune sfingi criocefale rimosse al tempo della costruzione del primo pilone e a due colossi di Ramses II proprio di fronte, che introducono alla grande sala ipostila. Si tratta dell’ambiente più spettacolare dell’intero complesso, 134 colonne maestose che conservano fregi sul fusto e parte della loro coloritura originale. Si ha la sensazione di essere piccoli e mortali in questa selva pietrificata e pietrificante, luogo magico e misterioso al contempo. Le colonne della navata centrale sono alte 21 metri, per abbracciarne il fusto servono sei persone e la superficie del loro capitello campaniforme, potrebbe accogliere comodamente cinquanta persone in sosta. Le donnavventura si aggirano con il naso all’insù, cercando di non farsi schiacciare da tanta monumentale bellezza. Gli ambienti si susseguono, non sempre ben conservati. Si attraversano alcuni piloni in parte decaduti, sino ad arrivare al quinto, quello di Thutmosis III che ancora conserva i bassorilievi originali. Poco distante un obelisco, offuscato però da quello grandioso della regina Hasepshut che sfiora i trenta metri e che svetta fra le pietre di Karnak. Occorsero sette mesi per realizzarlo e trasportarlo da Assuan alla sua sede attuale. Procedendo si arriva al sacrario di Amenofi III, luogo dove veniva custodita la barca sacra di Amon. Il cortile che vi sta attorno era il luogo in cui si svolgevano le cerimonie segrete del culto quotidiano.
Il tempio ha poi un ulteriore sviluppo alle spalle del sacrario, con la sala delle feste, il giardino botanico ed altri ambienti. 
Vi sono anche altri due complessi monumentali, dedicati alle altre due divinità che con Amon costituiscono la triade tebana, Montu e Mut, che non sono attualmente visitabili. Chiara racconta del tempio, ripercorrendolo mentalmente sala dopo sala, anche se le notevoli proporzioni fanno si che sia impossibile citare ogni elemento, fregio o ambiente di cui è costituito. Si concentrava qui una tale quantità di ricchezze, che in età tolemaica il tempio doveva apparire come una sorta di caotico deposito di statue, steli, tempietti e monoliti, che si decise di sotterrarne una parte, così da liberare spazio, pur lasciando tutti gli oggetti all’interno delle mura del complesso. Fù così che tra il 1903 ed il 1906 nella cosiddetta Cour de cachette, vennero rinvenute 800 statue ed oltre 17.000 oggetti in bronzo, un autentico tesoro, scampato ai predoni che per secoli hanno spogliato Karnak. Chiara, appena fuori dalla grande sala ipostila, si sofferma ad osservare un fregio in cui è riprodotta la battaglia di Kadesh, celebrata da Ramses II come grande vittoria contro gli ittiti. Chiara racconta che a seguito di questo scontro, conclusosi in realtà con un pareggio, poiché gli eserciti rientrarono entro i rispettivi confini, iniziò comunque un periodo di tregua, sancito poi con il primo vero accodo di pace fra stati che la storia ricordi. Copia di questo trattato è scolpita proprio accanto al fregio della battaglia. Visitare il sito in tutti i suoi meandri appassiona le ragazze del team, che non si stancano di osservare e magari accostarsi a qualche guida per carpire qualche informazione in più. Lasciato il faraonico complesso monumentale c’è ancora il tempo per fare un giro in città che pullula di carrozze tirate da smilzi cavalli accaldati. Il Nilo però offre sempre il suo romantico spettacolo serale con la luce calda del tramonto che abbraccia le feluche che lo solcano.

Tappa 44: Il tempio di Luxor, a casa di Ramses II

23.11.2010 – Pochi luoghi sono evocativi come il viale di sfingi che porta al tempio di Luxor, la carovana vi sfila davanti, facendosi strada fra le carrozze trainate dai cavalli, che portano i turisti a spasso per la città. La facciata del tempio è imponente, preceduta da due colossi raffiguranti il faraone Ramses II con accanto, in piccolo, la moglie Nefertari e, appena prima, il grande obelisco.
La facciata originariamente era più ricca, sei erano i colossi e due gli obelischi, prima che uno fosse donato alla Francia dove si trova tutt’ora, nel bel mezzo di Place de la Concorde. Sul pilone invece sono incise scene della battaglia di Kadesh, più volte raffigurata negli edifici voluti dal faraone Ramses II. All’interno si trova il cortile di Ramses II con un piccolo tempio per la sosta delle barche solari e… una moschea. Ebbene si, nel bel mezzo di un tempio del Nuovo Regno, nel XIII secolo è stata eretta la moschea di Abu el-Haggag, un’insolita combinazione di architetture sacre. Immancabili poi due grandi colossi del più produttivo dei faraoni, sempre accompagnato dall’amata consorte Nefertari, in versione mignon però rispetto al marito, introducono al colonnato di Ramses II. Due file di sette colonne campaniformi a fusto liscio sormontate da architrave, altre le quali si apre l’area più antica del tempio, edificata per volere di Amenofi III. Dal cortile di Amenofi III poi, si raggiungono la sala ipostila, il vestibolo ed il sacrario, la parte più importante del tempio, in cui veniva conservata la barca di Amon Ra. Da qui si aprono le sale più segrete, in cui venivano celebrati i riti che rievocavano la nascita del dio e ne propiziavano il benvolere. Chiara racconta che il tempio è stato costruito per la celebrazione della festa di Opet, durante la quale le statue rappresentanti la triade tebana di Amon-Ra, Mut e Montu, venivano poste sulle rispettive barche sacre e portate in processione sino a Luxor. La festa aveva luogo nel secondo mese della stagione della piena e celebrava la fertilità portata dal fiume.
Bisogna ricordare poi che Luxor è l’antica Tebe, capitale onnipotente dell’antico Egitto, ricca e potente sede dei faraoni per diverse dinastie. Con l’editto di Teodosio del 239, che sancì la chiusura del templi pagani, Tebe entrò nella sua fase di declino, tanto che venne abbandonata ed i suoi templi sommersi dalla sabbia, fino ad essere riscoperti durante la campagna napoleonica e dissotterrati a partire dal 1881. All’uscita del tempio si trovano tante piccole carrozze con cui è possibile fare il giro della città, Valentina ci dice che Luxor è famosa come località turistica poiché qui arrivano e partono le crociere dirette sul Nilo, oltre che per i suoi complessi monumentali. La città in se offre poco e non è particolarmente bella. La carovana lascia il tempio di Luxor per dirigersi verso le necropoli tebane, sul lato occidentale del Nilo, tradizionalmente riservato al mondo dei morti. All’imbocco della valle che conduce alle necropoli si trovano i colossi di Memnone, come ci racconta Chiara sono due grandi statue raffiguranti il faraone Amenofi III. Originariamente si trovavano ai lati dell’ingresso del tempio funerario del faraone di cui, però, non sono rimaste tracce. Nel 27 a.c un terremoto causò una frattura in uno dei colossi che, secondo lo storico Strabone, arrivava sino alla cintola. Da allora, per effetto dell’asciugarsi dell’umidità della notte, il colosso cominciò ad emettere un suono ogni mattina, i greci lo identificarono allora con il dio Memnone che salutava la madre Aurora con un canto. Quando nel III secolo il colosso fu ristrutturato per volere di Settimio Severo, perse la voce. Proseguendo oltre ci si inoltra nell’area delle necropoli tebane, sino ad arrivare al complesso monumentale di Deir el-Bahari. Chiara, notando alcuni ingressi a tombe, ricorda come in quest’area le tombe siano tutte ipogee, scavate nella roccia per garantire riposo del defunto. Lunghi cunicoli decorati lungo i quali si aprivano cappelle e piccoli ambienti, sino ad arrivare alla sala del sarcofago con le spoglie del faraone, attorniate da un corredo più o meno ricco di oggetti e suppellettili. La più famosa fra le tombe tebane quella del giovane faraone Tutankhamon, ritrovata intatta nel 1922 dall’archeologo Howard Carter, un inestimabile tesoro ora conservato al museo del Cairo. Di fronte alle donnavventura si staglia ora il monumentale tempio funerario della regina Hatshepsut. Colpisce per l’armonia con la quale si fonde con la scenografica barriera rocciosa che lo sovrasta, creando un tutt’uno cromatico con essa. Un edificio dalle linee pulite, costituito da tre ampie terrazze che si concludono in un porticato e che sono collegate l’una all’altra da una rampa. L’architetto che lo ideò è Senmut, primo consigliere e forse amante della regina stessa. 
Chiara ci parla di questa grande sovrana del passato, che ebbe l’ardire, una volta rimasta vedova, di nominarsi faraone, poiché il ruolo di coreggente, del figliastro ancora troppo giovane per regnare, le stava comunque stretto. Fu così che iniziò un’opera di propaganda affermando il proprio diritto al trono come derivante dal volere del padre, il faraone Thutmosi I, e del grande dio Amon-Ra. Regnò per diversi anni, facendo erigere il suo grande tempio funerario, in cui sono incisi episodi della sua vita, nonché la sua nascita proprio ad opera del dio Amon-Ra. I colossi che la rappresentano poi, la mostrano nelle vesti di faraone, compresa la barba posticcia simbolo del potere. Alla morte di Hatshepsut il successore e figliastro Thutmosi III, cercò di cancellare ogni traccia della regina, distruggendone statue e rappresentazioni, ma questo non fu sufficiente a cancellarla dalla storia, la sua figura rimane una delle più emblematiche e misteriose dell’antico Egitto.

Tappa 45: Da Luxor a Dush, dalle rive del Nilo al Deserto

24.11.2010 – Nuovi scenari si apriranno da oggi di fronte agli occhi delle donnavventura, dopo la lunga navigazione lacustre e fluviale, si stanno per lasciare le erbose rive del Nilo per inoltrarsi nel deserto. La spedizione volge al termine, ma di nuovo si rinnova e torna ad affrontare la sabbia, le dune, i campi tendati. La squadra accusa un po’ di stanchezza, sono passati oltre tre mesi da quando Chiara, Clotilde e Valentina sono partite da la Thuile, a dar loro man forte sono poi arrivate Ana, Stefania e Benedetta, ma il tempo è passato comunque e la voglia di casa si fa sentire. Un ultimo colpo di reni e a testa alta si volta pagina per sfogliare il libro del deserto, che parla di oasi, vie carovaniere, fortezze abbandonate e vita beduina. Si caricano i bagagli, ordinatamente sistemati di fronte all’ultimo hotel e si parte alla volta dell’oasi di Kharga. Stefania osserva il repentino cambiare del paesaggio, basse case di mattoni crudi si allineano, composte ma fatiscenti, ai bordi di un canale che trae le sue acque dal Nilo e che si inoltra nell’entroterra. Ci sono ancora campi coltivati e carretti che trasportano canna da zucchero appena tagliata, ma non è più il verde rigoglioso di prima, qui si percepisce maggiormente la fatica del coltivare una terra strappata al deserto che sempre incombe e velocemente arriva.
La carovana si trova già immersa nella polvere, non c’è più traccia di insediamenti umani, solo rocce, sabbia e le prime timide dune del colore della polenta.
Prima di imboccare la lunga pista che porta all’oasi di Dush, la carovana si ferma per uno spuntino all’ultimo punto di ristoro possibile. Zuppa di lenticchie e pane è quello che offre la casa, alle ragazze va benissimo, anche perché: “o mangi sta minestra o salti la finestra” e a nessuna piace stare alla guida con lo stomaco brontolante. Ana ci dice che stiamo attraversando il deserto occidentale in direzione delle oasi.
Si riparte poco dopo, pronte per un bel tappone. A tagliare il nulla una ferrovia che arriva sino al Cairo, come ci dice Stefania e che è utilizzata in prevalenza per il trasporto di merci, specie prodotti chimici. La carovana percorre piste polverose, il vento poi fa si che si alzino dei bei nuvoloni imperscrutabili, ma da queste parti non si incontra nessuno, non c’è pericolo di vedersi sbucare u altro veicolo di fronte! Raggiunta la piccola oasi di Dush si vedono i resti di una fortezza che Chiara ci dice essere di età greco-romana. L’intera area è zona archeologica e sono attualmente in corso degli scavi, ad opera di una equipe francese. Deserto e sabbia non costituiscono più un problema per le driver che si muovono agilmente in un contesto ambientale inizialmente ostile. 
Si arriva intanto al Tabuna camp, dove si passerà la notte. Si tratta di un campo realizzato da un italiano, una sorta di miraggio nel bel mezzo del deserto.
Da qui le ragazze si godono il tramonto, commentando il fatto che per la restante parte della spedizione, saranno questi gli elementi a farla da padroni: il sole e il deserto. Il dopocena riserva sorprese. Alcuni ragazzi beduini suonano e coinvolgono il team nelle loro danze tradizionali. Chiara, stranamente, è la prima ad alzarsi, seguita poi dal resto del gruppo, che si gode questi momenti di svago. Momenti perché presto si ritorna alle tende e anche qui si accendono i computer. Clotilde e Stefania si preparano intanto per andare a letto, anche domani ci sarà una lunga tappa da affrontare.
Ancora con la musica nelle orecchie ci si dà la buona notte e l’appuntamento per l’alba …

Tappa 46: Tour delle Oasi del deserto, da Dush a Dakhla

25.11.2010 – Che fresco risveglio! E’ proprio vero che nel deserto la temperatura cala durante la notte, le ragazze si sono svegliate intirizzite dal freddo e con nessuna voglia di uscire dalle tende. Per la prima volta hanno indossato la felpa e avvolto la sciarpa al collo per fare colazione. La carovana lascia il Tabuna camp per proseguire la sua rotta verso le oasi occidentali. Ormai si vede solo deserto, neppure un arbusto lungo la strada, almeno sino a che non si raggiunge il prossimo sprazzo di oasi. 
Il team nota alcune donne che portano dei cesti di pane in testa, fa un giro del villaggio sino arrivare al forno, dove il pane è appena stato preparando e lo si sta distribuendo agli abitanti. Le ragazze ne approfittano per comprarne un po’, è ancora caldo! Poco oltre il villaggio si raggiunge l’oasi di El Kharga, il centro amministrativo principale di quest’area. Il team si ferma in prossimità del tempio di Hibis, giusto il tempo per apprendere che il sito è chiuso per restauro. Chiara si accontenta di osservarlo da lontano. Come ci spiega, si tratta dell’unico edificio di epoca persiana in Egitto, fu infatti edificato per volere di Dario I. Rispettato però lo stile egiziano. Si tratta del monumento meglio conservato fra quelli delle oasi. Ci si rimette in viaggio alla volta di Balat. Questo luogo ha per le donnavventura un valore affettivo, come ci dice Chiara, nell’antico centro di Ayn Asyl dove l’amico papirologo Aristide Malnati ha lavorato per anni, contribuendo al rinvenimento di quello che è il più antico centro abitato dell’antico Egitto, più antichi vi sono solo templi e necropoli. Qui sono riconoscibili le fondamenta del palazzo del governatore, nonché alcune abitazioni e forni.
Poco distante si trova la necropoli di Qila ed-Dabba con le sue sei mastaba, la più antica forma di sepoltura egiziana, costituita da un terrapieno in mattoni, sotto al quale si trova una sorta di piramide rovesciata, ricavata scavando il terreno, che culmina in una decorata camera mortuaria. La meta di oggi è quasi raggiunta, l’oasi di Dakhla, la carovana si dirige verso il lodge Al Tarfa che le ospiterà per un paio di giorni. Si tratta di un luogo accogliente e piacevole, una sorta di oasi nell’oasi, perfetto per organizzare il lavoro dei prossimi giorni, infatti scatta subito il briefing in una delle sale a disposizione. Un ecolodge concepito nel rispetto dell’ambiente e realizzato con materiali naturali del posto. Ricercato ed essenziale allo stesso tempo. La struttura ha anche un piccolo maneggio, le ragazze incrociano due dei cavalli accompagnati a passeggio sulle dune dagli inservienti e, al seguito, un bellissimo puledro che non perde mai di vista la mamma. Peccato solo non poter cavalcare, la giornata volge verso l’ora del tramonto, sarebbe un quadro bellissimo galoppare fra le dune con il sole che arrossa. Le ragazze incontrano Mr Wael T. Abed, il fascinoso ed elegante ideatore e proprietario del Lodge. Valentina si fa raccontare la sua storia e scopre che lui è un amante del deserto e dopo aver esplorato in lungo ed in largo quelli egiziani, ha scelto questo luogo, insieme alla moglie, per realizzare il suo progetto. Un lodge ecosostenibile, che fosse in perfetta armonia con l’ambiente, in cui rilassarsi e rigenerarsi, avendo anche una spa a disposizione. Anche Valentina è d’accordo, questo luogo è perfetto per un viaggiatore esigente che vuole ritemprarsi dopo le fatiche del viaggio e godere di un’atmosfera quasi magica.
Anche per Clotilde “magico” è il termine che meglio si adatta ad Al Tarfa. Il team sta curiosando tra i libri della libreria, ve ne sono alcuni fotografici che portano la firma del proprietario. Il sole al tramonto entra dalle finestre, ammantando cose e persone della sua luce più calda.

Tappa 47: Donnavventura 2010, tra deserto e SPA

26.11.2010 – Colazione all’aperto a base di specialità egiziane, così comincia questa giornata. Oltre al pane ed alla marmellata, sulla tavola ci sono anche formaggi, mieli, fagottini di verdure ed altri piatti tradizionali, che le ragazze assaggiano volentieri. Mentre Ana e Benedetta si godono un massaggio nella spa, il resto del team si dirige verso l’oasi di Dakhla. Il nucleo della città è costituito da una fortezza di età islamica risalente all’XI, XII secolo, El Qasr. Ci si può ancora aggirare tra i vicoli in mattoni crudi, che celano un contesto misterioso e affascinante, il tempo sembra essersi fermato fra queste mura. Non si sentono rumori, se non qualche sbatter d’ali. Il luogo è apparentemente inospitale, ma vi abitano ancora alcune famiglie. Al ritorno al lodge si ritrovano Ana e Bendetta con un‘aria decisamente soddisfatta, è il turno di Valentina e Stefania per un massaggio, mentre il resto del team le aspetta in piscina, la giornata sin ora è stata assai faticosa, ci vorrà pur un po’di riposo! Scherzi a parte questo luogo è nato appositamente per regalare relax e ristoro, allora perchè non approfittarne, almeno nelle ore più calde della giornata.
 Appena al di fuori del lodge però il paesaggio è tra i più belli visti sin ora, un susseguirsi di dune morbide di un giallo intenso, esattamente quel tipo di contesto che ci si immagina sentendo la parola “deserto”. La carovana si inoltra fra le dune, c’è un primo insabbiamento ma, cavi di traino alla mano, in men che non si dica il crossover è libero di ripartire. Si procede seguendo i morbidi declivi, quando, in lontananza, appare un autentico miraggio. Sulla sommità di una duna si intravedono un ombrellone, un basso tavolino e delle sedie, Mr Abed sta aspettando la carovana. Come in un film, le ragazze scendono dai mezzi della carovana e trovano ad attenderle una coppa di champagne, non si può spezzare la magia dicendo che gli alcolici non sono ammessi in spedizione. Si brinda al deserto e all’imminente ritorno a casa, con domani mancheranno dieci giorni. Clotilde e Valentina hanno di che congratularsi con loro stesse, sono le uniche “novelline” ad essere arrivate stoicamente sino alla fine. Questo è certamente uno dei momenti più belli dall’inizio del viaggio. Le ragazze si tolgono le scarpe e corrono sulla sabbia morbida. A completare questo quadro da mille e una notte, arriva anche un ragazzino che cavalca una bellissima cavalla, seguita dal suo scalpitante puledro. Li si vede arrivare da lontano, due puntini che si avvicinano e, pian piano, prendono forma. Se ne vanno al tramonto, come nella più classica delle sceneggiature.
E’ ora di rientrare al lodge. Le sorprese però non sono ancora finite. La tavola è stata preparata accanto al fuoco, non avrebbe potuto esserci conclusione migliore. Racconti di viaggio e di deserto fanno da contorno a questa cornice suggestiva. Dopo cena si guardano le stelle, bussola dei viaggiatori del passato.

Tappa 48: Da Dakhala all’Oasi di Farafra, le magiche atmosfere di Al Tarfa

27.11.2010 – L’atmosfera che si respira ad Al Tarfa è immune allo scorrere delle ore, il tramonto, come l’alba, regala colori, profumi e sensazioni palpabili. Il frinire dei grilli, il nitrire lontano dei cavali al maneggio, il frusciare delle tamarici al vento. Il lodge sembra non essersi ancora svegliato, eppure le donnavventura si stanno preparando per quella che sarà una lunga giornata di trasferimento e lavoro nel deserto, ormai compagno inseparabile.
Si sfrutta la luce diffusa del mattino per fare alcuni scatti fotografici mentre ci si interroga su quale degli ambienti egiziani sia piaciuto di più, il mare, il Nilo o il deserto: pareggio, Chiara, Stefania e Ana sono per il deserto, Benedetta, Valentina e Clotilde per il mare… il Nilo non se lo fila nessuno. La carovana fa ritorno verso il lodge, incrociando un gregge di pecore e capre , accompagnato da due ragazzini. Le ragazze si siedono al tavolo della colazione, allestito in un altro angolo di questa piccola oasi che è sempre più difficile lasciare. C’è ancora il tempo per sistemare le attrezzature, mandare le ultime comunicazioni in redazione, perché tra poco si imboccherà la pista che porterà verso il deserto bianco, oltre l’oasi di Farafra, da dove saranno possibili solo comunicazioni d’emergenza via telefono satellitare. Alle spalle delle ragazze intanto, sfila un carretto già carico di fieno, le nostre ragazze non sono certo le uniche ad essere mattiniere! Valentina scopre che il nome del lodge, tarfa, significa tamerici. Si tratta di piante del deserto che costituiscono un riparo preziosissimo per che si trovasse a viaggiare e ad essere sorpreso da una tempesta di sabbia, perché tra le loro fronde il vento non penetra. Nome che calza a pennello dato che qui le tamerici abbondano. Chiara invece, scopre che tra le persone che lavorano qui vi è anche Wala, una ragazza egiziana che ha studiato italiano all’università e che lo parla proprio bene, anche se non ha molte occasioni per esercitarsi, parlando con altri italiani. Wala poi accompagna Chiara a vedere alcune delle altre camere del lodge, sono una diversa dall’altra, ma tutte ugualmente curate nei dettagli. Si è gia fatto piuttosto tardi, bisogna mettersi in marcia per raggiungere il campo base nel deserto bianco. 
La carovana lascia Al Tarfa, incrocia un vivace gruppo di pecore, capre, mucche e asinelli, prima di ributtarsi nella polvere. Il navigatore mostra la grande distesa desertica che circonda la macchinina, simbolo della carovana. Ana, al volante di Jolly, commenta le sue performance sulla sabbia e chi la ferma più, gli insabbiamenti nel Wadi Rum giordano ormai appartengono al passato. E’ anche tempo di bilanci, sono passati più di tre mesi dalla partenza e Valentina ripercorre le tappe principali di questa grande avventura, mentre il panorama continua a cambiare, alternando alle dune, conformazioni rocciose simili a pinnacoli insabbiati, di cui emergono solo le cime piatte. Dopo diverse ore di guida si raggiunge l’oasi di Farafra, si fa un rifornimento di acqua e si prosegue in direzione del campo base. Difficile orientarsi in questo deserto piatto e uniforme, bellissimo ma traditore perché privo di alcun punto di riferimento. Appaiono le prime conformazioni calcaree del deserto bianco, solo un assaggio della meraviglia che aspetta le ragazze nei prossimi giorni. La guida si fa impegnativa e l’ora è tarda. Si sceglie una pista che taglia il deserto e si arriva al campo con il sole al tramonto alle spalle, giusto in tempo.
Si scaricano solo i bagagli indispensabili, ci si sistema nelle tende e, dopo essersi rinfrescati, ci sarà modo di fare il punto sulle tante cose da fare nei prossimi giorni.

Tappa 49: Donnavventura si prepara al raid nel Deserto Bianco (Egitto)

28.11.2010 – Addormentarsi avendo per tetto il cielo stellato del deserto non ha prezzo. Lo spettacolo delle stelle di ieri notte è ancora negli occhi delle donnavventura, che al risveglio rievocano quell’immagine di luccicante bellezza. La notte è stata fredda, anche se le tende in cui hanno dormito le ragazze sono confortevoli e accoglienti. Niente brande ma letti con soffici piumoni e tappeti per isolarsi dalla sabbia. Sono addirittura dotate di bagno con acqua calda e specchiera. Una dimensione decisamente particolare e un’atmosfera da Mille e una notte. Si può anche lavorare in tenda, non mancano infatti prese di corrente per i computer e piani d’appoggio. Non si scappa dal lavoro di post produzione neppure qui! Benedetta commenta questa “sistemazione beduina di lusso”, adatta per i viaggiatori più esigenti, che non rinunciano ad una bella doccia calda per togliersi la sabbia del deserto. Per il team questo sarà l’ultimo campo base tendato, dopo di che si farà ritorno al Cairo per preparare il rientro in Italia.
Ana lavora e il resto del team chiacchiera beatamente seduto per terra su grandi cuscini, i conti non tornano mica, ma la pausa dura poco, dal camp Saharazad, si partirà alla scoperta del deserto bianco. Bisogna preparare i mezzi della carovana, alleggerirli dei pesi superflui e sgonfiare le gomme, per fare in modo che “galleggino” nella sabbia. Dall’autoradio intanto parte la sigla del programma, Over the rainbow” e le ragazze non possono fare a meno di cantarla, pensando all’emozione di quando vedranno le puntate in onda. Ma c’è anche spazio per una “Piccola stella senza cielo” di Ligabue, da cantare tutte inseme sul cassone del pick up. Scese dal cassone, dopo aver cantato, le ragazze si attivano per montare la parabola che consentirà loro di collegarsi ad internet via satellite, non certo per chattare con amici e parenti, ma per inviare fotografie e reportage in redazione. Lavoro, sempre lavoro con i computer… Si è fatta intanto l’ora di pranzo, Stefania aiuta il cuoco alla griglia, magari spera di accelerare un po’ le procedure di cottura del pollo. Quando è tutto pronto il team si siede all’ombra di una tenda beduina. Pollo alla griglia accompagnato con riso al curry e verdure, niente di meglio con questo caldo. Domani il team affronterà forse il tragitto più impegnativo della spedizione, per raggiungere le spettacolari conformazioni calcaree del deserto bianco. Ci sta quindi un bel ripasso dei principi base della guida su questo tipo di fondo ed un ripasso delle caratteristiche tecniche dei mezzi della carovana ad opera del capo spedizione. Ana si appresta a sgonfiare le gomme dei pick up, in modo che possano galleggiare sulla sabbia. Manometro alla mano controlla che si raggiunga il giusto livello di atmosfere. Conclusi i preparativi per domani, le ragazze si siedono fuori da una delle loro tende ed osservano il sole che scende all’orizzonte, nascondendosi oltre la piatta linea del deserto. Lo spettacolo è strabiliante, il cielo vagamente nuvoloso acquista dei colori impressionanti che vanno dal rosa all’arancione acceso. Come dice Clotilde la fatica del giorno è pienamente ripagata da tanta bellezza. La cena si svolge nella tenda principale del campo, allestita come fosse un banchetto nuziale, con un tavolo a ferro di cavallo. Le pietanze sono comunque semplici ma molto ben cucinate, zuppa di pomodori, arrosto con verdure e frutta fresca alla fine. Le ragazze ricevono anche l’inaspettata visita di una volpe del deserto che si aggira intorno al campo. Come ci dice Ana le persone che lavorano qui le danno sempre qualche avanzo di cucina, che lei spazzola via ben volentieri. E’ vero che non bisognerebbe dare da mangiare agli animali selvatici, ma è più facile a dirsi che a farsi, dopo aver visto quegli occhioni scuri scrutarti curiosi. Lenta si avvicina alla tenda, fiuta un pezzo di pollo che è li per lei, lo addenta e se na va.
E’ bellissima, con un manto tra il grigio e il marrone chiaro, che termina con una grande e morbida coda bianca in punta. Due striature nere partono dagli occhi e le segnano il muso, le orecchie poi sono uno spettacolo, grandi e dritte, pronte a cogliere il minimo fruscio. Le ragazze la guardano in silenzio, sperando di rinnovare questo incontro furtivo domani.

Tappa 50: Donnavventura tra oasi e deserto bianco

29.11.2010 – La carovana parte di buon ora alla scoperta del deserto Bianco, uno degli ambienti naturali più suggestivi di tutto il paese. Deve il suo nome alle particolari conformazioni calcaree che lo costellano e che il vento ha modellato nei secoli, dando loro forme particolari, riconducibili ad animali o volti umani. È un luogo carico di suggestione e fascino, sembra quasi di essere su di un altro pianeta, specie al tramonto quando i monoliti acquistano colori che virano dal rosa all’azzurrino, a seconda delle giornate, e le ombre si allungano sul terreno.
Pinnacoli, colline, terrazze, tavoli e funghi, il calcare crea linee sempre diverse, tra le quali la carovana sfila, in un susseguirsi monoliti. Sembra quasi di stare fra le installazioni di una qualche mostra di arte contemporanea. Valentina ormai si destreggia egregiamente alla guida, anzi, si lancia anche in evoluzioni un po’ più ardite del solito, la sabbia ormai le fa un baffo! Si incontra anche un branco di Dromedari neri che si aggira tra i pinnacoli, lo stacco cromatico crea un bel contrasto con il bianco circostante. Si cerca intanto un posto adatto per una pausa pranzo e si opta per l’ombra cerata dall’unica palma avvistata in tutta la mattinata.
Le ragazze stendono un telo in modo da creare un area più protetta dalla sabbia, su cui montano tavoli e sedie portati dal campo. Riso bianco, tonno, pomodori, formaggio, pane e poi un po’ di frutta, un pranzo da re anche nel deserto. Chiara nel frattempo ha avvistato un raro animale del deserto: il macaco del Sahara. Alzando lo sguardo si vede Stefania arrampicata sulla palma, non ce la fa proprio a stare ferma. Il deserto offre davvero uno scenario unico, che si estende per circa 3000 chilometri quadrati, dall’oasi di Farafra verso nord. Ana ci spiega che 80.000 anni fa, quest’area era interamente coperta dalle acque del mare e che il depositarsi di microrganismi animali sui fondali ha creato nel tempo questo fenomeno di stratificazione calcarea che ha dato vita alle forme che vediamo oggi. Una delle regole dell’associazione Italiana Del Turismo Responsabile, partner quest’anno di Donnavventura, ricorda di non lasciare tracce del proprio passaggio in aree naturali protette, nel senso che non si devono incidere graffiti o lasciare rifiuti. Si possono lasciare solamente le proprie orme, come sulla sabbia. Sarà poi il vento a cancellarle. Per tutte e sei le ragazze del team è la prima volta che vedono questo deserto, ognuna esprime al tramonto le proprie emozioni e le sensazioni che questo luogo trasmette. Ana ci ricorda poi che il deserto bianco è patrimonio dell’UNESCO dal 2002. Il sole tramonta dietro i pinnacoli, il team non ha voluto perdersi questo spettacolo, ma ora dovrà rientrare al campo base col buio. Qualche disagio in più ma non ci sono problemi a ritrovare la via, grazie alla traccia lasciata sul navigatore. Bisogna solo tornare sui propri passi…

Tappa 51: Donnavventura 2010 nell’oasi di Farafra

30.11.2010 – Il Deserto Bianco non è forse il più esteso fra quelli che compongono il Sahara, ma dà comunque quell’idea l’idea di infinito. L’alternarsi di distese sabbiose con l’innalzarsi di pinnacoli e spuntoni calcarei crea paesaggi sempre diversi.
I pick up scivolano sulla sabbia lasciando un solco che il vento presto camufferà. Vale per oggi ha lasciato la consueta compagna di viaggio Charly, per mettersi alla guida del pick up e raccontare come risponde ai comandi.
Ci si ferma nell’oasi di Farafra, in una delle sorgenti sulfuree naturali che scaturiscono dal terreno. Nei pressi della fonte ci sono due ambulanti che vendono sciarpe e cuffie fatte a mano con lana di cammello, Chiara acquista qualcosa e ci ricorda una delle regole del turismo responsabile, vale a dire comperare articoli di artigianato locale per favorire l’economia e non oggetti realizzati in serie, chissà dove. Anche il resto del team acquista qualcosa, contrattando sul prezzo come si fa da queste parti. Le sciarpe di cammello vanno per la maggiore oggi, rigorosamente Made in Egypt! Bisogna pur cominciare a pensare a qualche regalino da portare a casa, il tempo stringe, domani è già il primo di dicembre… Stefania intanto si appropinqua alla fonte e ci dice che nell’oasi di Farafra ce ne sono diverse, tutte ugualmente calde, solforose e puzzolenti! Le loro proprietà terapeutiche e la piacevolezza della temperatura sono fuori discussione, sul caratteristico odore di uovo marcio si può anche sorvolare, non è poi così fastidioso. Infatti le ragazze si tolgono le scarpe e immergono i piedi nell’acqua, Ana e Cloilde invece sono state più furbe ed hanno anche portato il costume da bagno. Nei pressi della fonte fa davvero caldo. Si rientra verso Farafra città, un murales all’ingresso dà il benvenuto nel centro abitato. Si sceglie poi un posto per mangiare qualcosa e mentre le altre aiutano a preparare il tavolo, Ana racconta della moneta locale, la lira egiziana e, mostrando le banconote, fa notare che sul lato con scritte in arabo sono riprodotte le principali moschee del paese, mentre sul lato con scritte in inglese si vedono immagini legate alla storia d’Egitto, come la sfinge e lo scriba. Un euro corrisponde circa ad otto lire. Dopo pranzo c’è il tempo per fare due tiri a biliardo, Ana e Chiara si sfidano, finisce in pareggio, tre buche a testa, dopo di che lasciano il tappeto verde alle altre, che si cimentano con risultati più o meno buoni. La carovana si rimette in movimento verso una parte di deserto bianco dove non si trovano più i funghi di ieri, ma grandi conformazioni calcaree a forma di vulcano, con una tavola piatta al posto del cratere. Uno spettacolo!
Sembra di stare su di un altro pianeta, ai piedi delle rocce più grandi ve ne sono di minuscole, fatte le debite proporzioni, ricordano i mille di Garibaldi. Funghetti, muffin o meringhe, le donnavventura al romanticismo affiancano sempre una certa propensione per i piaceri della tavola. Quando arriva l’ora del tramonto poi, tutto si ammanta di magia. E’ difficile rendere con parole lo spettacolo della palla rossa del sole che scende dietro ai pinnacoli, sparendo dietro di essi e lasciandosi alle spalle, una luce rosata. Dura solo pochi attimi me è una meraviglia. La cena si svolge in una tenda, tavoli bassi, cuscini per terra ed un’atmosfera scaldata dai canti dei beduini.

Tappa 52: Ultimo giorno nel deserto del Sahara

01.12.2010 – Ultimo giorno nel deserto bianco, il team si alza presto questa mattina per sistemare la parabola per il collegamento satellitare e preparare il set per il relativo spot. Chiara e Valentina ci spiegano che collegarsi ad internet ormai non è più un problema, bastano una parabola ed un po’ di dimestichezza con la tecnologia e da ogni parte del mondo si può telefonare, anche dal deserto del Sahara. Benedetta fa lo stesso mostrando la procedura correlata. Girare uno spot necessita sempre di tempo, perché ogni dettaglio va curato alla perfezione, inquadrature, testo, scenografia… una dimensione lavorativa diversa rispetto a quella usuale in cui invece si “catturano” immagini e situazioni non appena si presentano, con la prontezza delle reporter d’assalto! Ultimo giorno poi al campo tendato Sharazad. Il campo è dotato di una ventina di tende molto confortevoli, che si sviluppano attorno ad un corpo centrale dove si trovano la cucina ed il ristorante. E’ stato realizzato attorno ad una fonte naturale, nel bel mezzo del deserto Bianco, a pochi chilometri dall’oasi di Farafra, nel pieno rispetto dell’ambiente circostante, tant’è che anche parte dell’energia elettrica utilizzata è prodotta tramite pannelli solari. Una realtà che costituisce un ottimo punto di appoggio per partire alla scoperta delle aree più scenografiche del deserto. Clotilde, ancora in maniche lunghe, ci fa notare invece che l’escursione termica nel deserto è sempre notevole, specie in questo periodo quando al mattino uscire dalle coperte non è mai piacevole. Anche Chiara commenta la scelta del campo Sharazad facendo notare come sia in linea con le regole del turismo responsabile, perché realizzato in maniera eco-compatibile. Ci sono molte strutture ricettive ed alberghi di nuova concezione, realizzati nel pieno rispetto dell’ambiente. Scegliere una di queste strutture per i propri soggiorni, certamente è un ottimo punto di partenza per viaggiare responsabilmente. La giornata è letteralmente volata via, si allestisce un nuovo set per lo spot del sistema satellitare che verrà illustrato da Clotilde ed Ana, mentre il resto del team è impegnato in una serie di scatti fotografici. Le ragazze avvistano la volpe! C’è una famigliola di volpi che si aggirano nei pressi del campo, l’altra sera ne hanno vista una da vicino, ora sembra stia osservando da lontano Ana, che a sua volta la osserva con il binocolo, è questione di un momento e presto sparisce dalla visuale. Magari questa sera trotterellerà più vicino alle tende. Il sole nel frattempo si sta ritirando, le ragazze smantellano il set, smontano la parabola, ripongono i cavi, il puntatore e tutti gli accessori nelle relative casse. Chiuso anche il capitolo parabola. Da domani si riprende la via per il Cairo e, tra una settimana esatta, il team atterrerà a Malpensa, ognuno dormirà nel proprio letto, dopo mesi di spedizione. La serata riserva una sorpresa, anzi due! Le volpi avvistate nel pomeriggio si sono presentate a cena in cerca di un boccone facile. Se ne stanno lì a guardare, si stiracchiano, sbadigliano, osservano, entrano ed escono nervose. Sono animali selvatici, diffidenti, sempre all’erta ma si sono abituate alla presenza di persone al campo e traggono vantaggio dal mangiare qualcuno dei loro avanzi. Sono bellissime, la più grande è sicuramente un maschio, lo stesso che si era presentato anche un paio di sere fa. Grandi orecchie e piccole zampe, piccoli e ravvicinati anche gli occhi scuri, affilato il muso. L’altra è più piccola ed ha una pelliccia un po’ più scura, sempre nelle tonalità della cenere e del senape chiaro, è più diffidente, si tiene a distanza. Ana spiega che sono le stesse di ieri, mentre Chiara non resiste alla tentazione di offrire loro un po’ di pollo. Si apposta fuori dalla tenda ed aspetta fino a che, prima l’una e poi l’altra, glielo strappano dalle mani. Ci è voluta un po’ di pazienza, ma alla fine la gola ha prevalso e si sono fidate ad avvicinarsi tanto. Lei stessa ribadisce che non bisognerebbe dare da mangiare agli animali selvatici, si fa loro un dispetto rendendoli dipendenti dall’uomo, ma in questo caso il danno è già stato fatto, un mea culpa e una grande emozione nel vedere così da vicino due animali tanto belli, bellissimi, se li sognerà anche di notte!
Chissà se era così anche la volpe del Piccolo Principe

Tappa 53: Donnavventura 2010 volge al termine, tempo di bilanci per la carovana

02.12.2010 – Sveglia prestissimo, ormai è una costante per le donnavventura, neanche più un dato da registrare. Oggi si lascia l’oasi di Farafra e ci si dirige verso il Cairo, con una possibile tappa intermedia nell’oasi di Bahariya. Si caricano i bagagli sul cassone di uno dei pick up, mentre sull’altro, guidato da Ana, trova posto il resto del team. Ci si lascia le tende alle spalle per dirigersi, prima verso Billy e Charly, poi verso il deserto Bianco, che si attraverserà per l’ultima volta. La carovana segue una bianca pista che taglia il deserto, forse l’ultimo tratto di strada davvero impegnativo. Le ruote affondano nella sabbia molle ma procedono decise, non ci sono problemi di sorta. Sul navigatore appare ancora il mark che sta ad indicare il campo base Sharazad appena lasciato. Ci si allontana decise, sfilano ancora gli ultimi funghi calcarei mentre con le quattro ruote inserite, si procede, sobbalzando un po’ tra un dosso e l’altro. 
Il panorama comincia a cambiare, il deserto di fa più sabbioso e giallo, basse e morbide dune si estendono ai lati della pista. Benedetta ci dice che abbiamo lasciato ormai il deserto Bianco e ci siamo dirigendo verso quello Nero. E’ tempo di bilanci, Valentina si guarda allo specchio e si trova cambiata dopo quattro mesi di spedizione, forse è solo un po’ di stanchezza. Il non avere mai una giornata libera da passare senza radio appresso, alla lunga stanca, ma siamo al rush finale, tra poco riabbraccerà la famiglia e si farà coccolare per bene. Stefania commenta la sua ennesima spedizione, diversa dalle altre per destinazione, culture ed ambienti naturali, ma simile per l’affiatamento che si crea con le compagne e lo spirito con cui sempre si affronta il viaggio, come una scoperta continua. Clotilde a volte è ancora incredula di essere arrivata sino alla fine, insieme all’altra neofita Valentina. Quattro mesi non sono certo stati uno scherzo quattro mesi incredibili, densi di cose, viste e vissute, momenti intensi, divertenti e difficili che si sono alternati frenetici in un tempo che è sembrato infinito.
Si chiede poi cosa staranno facendo le compagne rientrate durante il viaggio, Tatiane, Francesca e Laura. Ci si aggiornerà al rientro in Italia. Anche per Chiara c’è un misto di sollievo a malinconia. Da una parte il desiderio di rientrare in Italia, ritrovare gli affetti, dall’altra però il dispiacere di lasciare delle compagne di viaggio con cui si è condiviso un pezzo di vita. Ora questa sembra la vita “vera”, il viaggiare con il borsone in mano, spostarsi di giorno in giorno, conoscere persone nuove e vedere cose straordinarie. Condividere il quotidiano con altre cinque ragazze, il volgere lo sguardo in qualsiasi direzione ed incrociare sempre quello di una compagna. Svegliarsi insieme, condividere gli spazi, che siano di una camera d’albergo, di una tenda o il semplice abitacolo dell’auto. Avere dei riferimenti fissi, trovare sempre qualcuno a cui chiedere ed ottenere risposte, a volte campate per aria. Il condividere un mondo fatto di aneddoti, parole in codice, risate soffocate e avventure. Tornare a casa è bello e strano allo stesso tempo. Chiara poi commenta il viaggio di quest’anno, diverso rispetto alle due spedizioni precedenti, perchè molto più ricco di storia e di cose da raccontare da un punto di vista archeologico ed architettonico, una sfida ed una grande soddisfazione l’appropriarsi, seppur in maniera superficiale, di conoscenze legate ad una civiltà tanto affascinante e misteriosa come quella dell’antico Egitto. Una piccola sosta per un tè è l’ideale, si trova una caffetteria che ha anche un piccolo spaccio di oggetti artigianali. Le ragazze ritrovano cuffie, calze e borse confezionate a mano con lana di cammello, qualcuna si porta avanti con i pensieri per amici e parenti. La lana di cammello è molto calda ma anche piuttosto ispida, Chiara opta per delle cuffie, pensando che sciarpe e guanti pungano un po’ troppo. Ha già sperimentato poi che appena dopo essere state lavate odorano ancora un po’ di cammello… sarà una suggestione? Beh, è il loro bello, un vero ricordo egiziano, mica le statuine made in China che ti propinano vicino alle piramidi! La carovana riparte ed il deserto Nero incombe. Ci si ferma nuovamente per osservare il leggero strato di sassolini scuri che copre la superficie sabbiosa. Ana ci spiega che è il risultato dell’erosione delle montagne ad opera del vento, si tratta infatti di frammenti di basalto che si sono depositati superficialmente, dando al deserto questo aspetto “nero”, da cui deriva il suo nome. Ana specifica poi che ci trova circa a metà strada fra le oasi di Farafra e Bahariya. Il team intanto “ha scritto donnavventura 2010 sulla sabbia”… Fuori dal finestrino sfilano le piane desertiche ricoperte da frammenti di basalto, ci si avvicina all’oasi di Bahariya, danno il benvenuto alle donnavventura carretti, botteghe, donne velate e bambini curiosi. Una città un po’ spoglia e meno curata rispetto a quella di Farafra. Ci si ferma in un piccolo resort del posto e, per l’ultima volta, ci si collega telefonicamente con RTL, radio amica e partner di Donnavventura. Forse la prossima settimana ci si sentirà dall’aeroporto ma è ancora tutto da vedere. Per ora… saluti e baci dall’ultima delle oasi egiziane.

Tappa 54: Dall’Oasi di Bahariya ad Alessandria

03.12.2010 – La carovana si lascia alle spalle l’ultima oasi prima del Cairo e l’ultima porzione di deserto, che è diventato ormai un ambiente familiare alle ragazze. L’ultimo mese di spedizione è stato particolarmente impegnativo, ormai lontane le atmosfere ovattate della navigazione e ancor più distante il Mar Rosso. Sono state giornate lunghe, caratterizzate da impietose sveglie mattutine e da temperature che da rigide si facevano torride, come da copione dato che l’escursione termica è una costante nei deserti. Ci si dirige oggi verso Alessandria, seconda città d’Egitto per estensione ed importanza, quella che più di ogni altra ha atmosfere ed architetture quasi europee. Da sempre importante snodo portuale e commerciale, ha vissuto in tempi recenti e sta vivendo tutt’ora un momento positivo di sviluppo economico ed incremento demografico. Il team arriva nel pomeriggio dopo un tappone niente male che ha tagliato il deserto. La città si presenta bella e caotica. Grandi palazzi, insegne luminose, negozi, locali, catene di fast food ed un lungo mare dove qualcuno fa jogging. Guidare è più pericoloso qui che nella sabbia, taxi, auto e cammioncini sfrecciano rigorosamente a fari spenti, tagliano la strada e invadono le corsie come nulla fosse. Per non parlare dei pedoni che, non disponendo di strisce pedonali, letteralmente si gettano in mezzo alla strada, rischiano la propria e l’altrui vita. Wow, ci si era dimenticate di cosa vuol dire guidare in città, Alessandria in questo non ha nulla da invidiate al Cairo, i sui tre milioni di abitanti, che arrivano a quattro con l’interland, sono tutti per strada, che bello, ci si era sentite un po’ abbandonate nel deserto, in un giorno si è rimediato a tanta solitudine! Dopo lo sgomitare urbano finalmente si arriva a destinazione. La squadra è un po’ provata dalla giornata. Giusto il tempo per scaricare i bagagli e il materiale tecnico, poi, doccia, cena e nanna.

Tappa 55: Donnavventura 2010 saluta le Piramidi al Cairo e ritorna ad Alessandria

04.12.2010 – L’ultimo saluto all’Egitto lo si dà in grande stile, la carovana arriva dritta dritta fra le zampe della sfinge e da lì risale la collina fino ad arrivare alle piramidi. Cheope, Chefren e Micerino rendono omaggio alle donnavventura che hanno viaggiato per quattro mesi, fra montagne, mari, fiumi e deserti per portare a compimento il Grand raid d’Egitto. Da la Thuile al Cairo, da Atene ad Istanbul, da Damasco ad Amman, sei paesi, tre continenti, migliaia di chilometri percorsi e di miglia marine navigate. Sorrisi, lacrime, fatica, soddisfazioni, sorprese, cambi di squadra e sabbia, tutto concentrato in un grande e caloroso saluto finale che racchiude la ricchezza e la straordinarietà di quanto si è vissuto e condiviso. Già con un pensiero alla prossima spedizione… infaticabili donnavventura! La carovana si lascia le piramidi alle spalle e con esse chiude il capitolo del Grand Raid d’Egitto. Clotilde, alla guida di jolly e diretta verso Alessandria, commenta soddisfatta di essere stata brava in questi quattro mesi di spedizione e come darle torto.

Tappa 56: Arrivederci Egitto! Da Alessandria a Il Cairo

05.12.2010 – Finalmente ad Alessandria, penultima tappa del Grand Raid d’Egitto, città voluta da quell’impareggiabile ed ardito conquistatore che fu Alessandro Magno e che qui, seguendo un sogno, volle costruire la sua nuova capitale di quella terra d’Egitto appena sottomessa. Vista di giorno forse perde un po’ di quel fascino datole dalle luci e dalle insegne colorate, ma rimane comunque una bella città specie nella parte affacciata sul mare, anche se conserva la semplicità di un porto in cui i pescatori si muovono su barchette sgangherati che sembrano voler sfidare il mare con i i loro rattoppi arrugginiti. Un cartellone “Welcome to Alessandria”, dà il benvenuto in città. Nei pressi del porto si svolge un piccolo mercato del pesce e bastano pochi metri per abbandonare lo spirito più cosmopolita del lungo mare e reimmergersi nelle polverose strade egiziane, dove sferraglia un tram dalle porte aperte. Il forte di Qaytbay domina la baia, fu costruito sulle antiche fondamenta di quel faro che era una delle sette meraviglie del mondo e che crollò a seguito di un terremoto. Porta il nome del sovrano mammalucco che volle la sua edificazione. Ha subito nei secoli diversi rimaneggiamenti e si presenta oggi come un’elegante fortezza, solida ma aggraziata allo stesso tempo. Poco lontano dal forte il porto, con i pescatori all’opera per riparare le reti a bordo delle loro barchette colorate. Il vero gioiello della città è però la Biblioteca, che vuole far rivivere fasti dell’antica biblioteca di Alessandria, tempio del sapere. Come ci racconta Chiara, a partire dal III secolo a.c., al biblioteca di Alessandria divenne la più ricca del mondo antico e questo perché pare che ogni nave che attraccasse al porto, dovesse lasciare qui i propri scritti perché potessero esser copiati. Quando un incendio la distrusse nel I secolo a.c., andò in fumo un patrimonio incalcolabile di conoscenza.
La biblioteca attuale è stata inaugurata nel 2002 e potrà contenete sino ad otto milioni di volumi. E’ stata pensata come un centro del sapere, con laboratori, istituti di ricerca, sale conferenze ed un planetario, per emulare il fervore intellettuale che vi regnava nell’antichità.
Ha la forma di un disco che ricama al disco solare del dio Ra e, sulle pareti esterne, sono riportati geroglifici, simboli e pittogrammi di ogni lingua conosciuta, del presente e del passato. Alessandria però, a riprova della grandezza conquistata, aveva anche il più imponente faro dell’antichità, che pare sfiorasse i 130 metri d’altezza. Chiara racconta poi che il faro era dotato di un sofisticato sistema di specchi, che permetteva di amplificare la luce del fuoco, in modo che fosse visibile anche da grande distanza. Una serie di catastrofi naturali ed un grande terremoto nel XIV secolo lo distrussero definitivamente. Ne sono stati ritrovati in tempi recentissimi alcuni resti, nei pressi dell’odierna fortezza di Quaitbay, edificata proprio sulle solide fondamenta del faro, per volere di un sultano mamelucco.
Non lontano da questo ritrovamento, quello relativo alla reggia di Cleopatra. Alessandria infatti ha visto nascere e morire una delle più appassionanti storie d’amore di tutti i tempi, leggendaria già all’epoca, quella fra Cleopatra VII, ultima regina d’Egitto e Marcantonio. Anche la reggia è andata distrutta a seguito dei disastri naturali che per secoli si sono abbattuti sulla costa. Attualmente sono sti ritrovati il viale di sfingi all’ingresso, e forse proprio la camera in cui questa grande passione si è consumata.