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Comprendere l’Iran: la capacità di navigare tra i grigi

Autrice di cinque libri, tra cui una guida sull'Iran edita da Moizzi, Anna Prouse è un'esperta di antiterrorismo, relazioni internazionali, ricostruzione e sviluppo delle identità nazionali. La sua profonda conoscenza del Medio Oriente, la rende un'interlocutrice perfetta per provare a capire un Paese e una cultura millenaria così distanti da noi.

Deborah Terrin

Giornalista e SEO specialist con un’insana passione per i calzini colorati. Mi piace viaggiare “leggera”, con zaino in spalla.

14 Marzo 2026

Moschea Sheikh Lotfollah Isfahan

Moschea Sheikh Lotfollah Isfahan (Istock, Credit: TAKAYUKI UEDA)

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L’esperienza di Anna ha portato governi e aziende a richiedere la sua consulenza in molte regioni dilaniate dalla guerra, dove il suo approccio concreto e la sua capacità di affrontare i problemi con spirito pratico l’hanno distinta da una tendenza generale più distaccata e teorica nei confronti di realtà complesse. Ma Anna Prouse è anche una profonda viaggiatrice, da qui nasce l'idea di questa intervista.

In questi giorni l’Iran torna al centro dell’attenzione mondiale. Qual è la prima cosa che, secondo te, stiamo dimenticando quando parliamo di Iran solo in termini di conflitto?

Dimentichiamo che l’Iran è l’antica Persia e che gli iraniani sono persiani prima di ogni altra cosa. Spesso l'Occidente commette l'errore di sovrapporre il popolo al potere politico del momento. Gli iraniani possono fare fatica a unirsi intorno a un leader, ma, a differenza di molti altri Paesi, possiedono un'identità nazionale granitica di cui vanno profondamente fieri. Il loro è un patriottismo millenario: sono pronti a morire per la propria terra e per la propria bandiera, intese come radici culturali che precedono e superano qualsiasi conflitto attuale.

C’è una distanza, secondo te, tra l’Iran raccontato dai media occidentali e quello che hai conosciuto viaggiando?

Non ho mai visto una distanza così abissale in vita mia. Già nel 2001, arrivando in Iran il 12 settembre, subito dopo gli attacchi alle Torri Gemelle, mi sono resa conto che la realtà dei fatti non coincideva con la narrazione che si voleva imporre. Mentre i media occidentali cercavano ossessivamente immagini di bandiere bruciate e folle che inneggiassero alla morte degli americani, a Teheran la popolazione scendeva in strada per fiaccolate spontanee in onore delle vittime, e allo stadio veniva osservato un minuto di silenzio per commemorarle.
Era un segnale di profonda umanità che è stato deliberatamente ignorato dai media perché non funzionale alla contrapposizione ideologica di quel momento. L'Occidente stava consolidando l'alleanza con l'Arabia Saudita sunnita e, di conseguenza, la narrazione è stata adattata per far apparire l’Iran come IL nemico, ignorando la complessità della sua realtà sociale e politica.
Questa discrepanza è continuata negli anni, anche riguardo alla condizione delle donne che — nonostante i media non ne parlassero — stava migliorando, lentamente ma inesorabilmente. Se già nel 2000 il chador non era un'imposizione (bastava uno spolverino e un foulard - anche colorato - che coprisse il capo), recentemente, soprattutto nelle grandi città, si è arrivati a vedere donne con il capo scoperto senza che questo comportasse arresti o violenze. È un cambiamento visibile soprattutto dopo le proteste seguite alla morte di Mahsa Amini nel 2022: da allora, le autorità sembrano aver adottato una strategia di silenziosa tolleranza, chiudendo spesso entrambi gli occhi davanti a quella che è diventata una forma di resistenza quotidiana e diffusa.

La vita nelle strade iraniane è sempre stata molto più sfaccettata rispetto a come ci viene descritta.

intervista anna prouse
Anna Prouse, esperta di antiterrorismo, relazioni internazionali, ricostruzione e sviluppo delle identità nazionali. (Credit: Marc Roussel)

Hai scritto una guida sull’Iran: qual è stata la scoperta più forte, o forse più inattesa, che hai fatto entrando in contatto con il Paese reale?

Senza dubbio la scoperta più forte è stata la gente. Nonostante la bellezza del Paese mi abbia lasciata a bocca aperta, ciò che mi ha colpita maggiormente è stato il calore umano degli iraniani, unito a una intelligenza vivace e a un livello di educazione straordinario. Ma c’è anche una gran voglia di divertirsi e una capacità di farlo che non ci si aspetterebbe mai. Specialmente stando a ciò che ci fanno vedere o ci raccontano sul Paese.
Città sante come Mashhad sono letteralmente divise in due: da una parte donne in chador e rigore religioso; dall’altra spolverini e foulard caratteristici di una gioventù che non si sognerebbe di avvicinarsi al Mausoleo dell’Ottavo Imam e si ritrova nei caffè, nei ristoranti o per le strade. Il venerdì sera la vita esplode nei picnic, una vera e propria istituzione nazionale, mentre in montagna i giovani si arrampicano per trascorrere le notti intorno a un falò, cantando e suonando.
E poi, naturalmente, non vanno dimenticate le moschee. Conosco molto bene il mondo musulmano, ma i capolavori di Isfahan e Shiraz — solo per citarne un paio — sono qualcosa di inimmaginabile. Si tratta di una bellezza mai vista prima, una perfezione architettonica che lascia senza fiato. Credo si possa affermare che l’apoteosi dell’architettura islamica sia concentrata in questo Paese. Non si tratta solo di Persepoli e delle gloriose vestigia del passato pre-islamico; l'Iran è un luogo dove il genio costruttivo ha saputo rinnovarsi per millenni, creando spazi che trascendono la religione per diventare pura arte universale.

cultura iran intervista anna prouse
La famiglia iraniana riposa nella piazza Naghshe Jahan, Isfahan (Fotografia: Istock, Credit: Grigorev_Vladimir)

Se dovessi spiegare a un lettore europeo che atmosfera si respira in Iran, da quali immagini, odori, gesti o rituali quotidiani partiresti?

Partirei senza dubbio dal colore blu. Credo che la maggior parte delle persone, me compresa, prima di visitare il Paese, associ l’Iran al nero dei chador. La verità è che l’Iran è l’apoteosi del blu in tutte le sue sfaccettature: il turchese delle cupole che sfida il cielo, il blu cobalto delle piastrelle smaltate e il blu profondo dei lapislazzuli. È un colore che non rappresenta solo una decorazione, ma una condizione dell’anima.
A questo aggiungerei l’atmosfera dei bazaar: sono la quintessenza dell’Iran. Sono labirinti di storia dove l’odore dello zafferano e di altre spezie si mescola al rumore ritmico dei martelli degli artigiani. Entrare in un bazaar significa entrare nel cuore politico e sociale della città.
Infine, descriverei il rito del tè e il gesto del Taarof, quella complessa etichetta di cortesia persiana che regola i rapporti umani. Respirare l’atmosfera iraniana significa scoprire una realtà viva e millenaria allo stesso tempo. Un realtà che esiste in parallelo alla narrazione politica con cui veniamo bombardati.

Caravanserraglio di Aminoddole a Kashan
Caravanserraglio di Aminoddole nel bazaar di Kashan (Fotografia: Istock, Credit: Oscar Espinosa)

Quali elementi della cultura persiana continuano ancora oggi a plasmare l’identità del Paese, al di là della politica e della cronaca?

Senza alcuna esitazione: la poesia. In Iran, la poesia non è un esercizio intellettuale per pochi, ma una linfa vitale che attraversa ogni strato sociale. È straordinario vedere come iraniani di ogni estrazione conoscano a memoria i versi dello Shahnameh (“Il Libro dei Re”) o di Hafez. Le tombe dei grandi poeti sono luoghi pieni di vita, frequentati da giovani e meno giovani che recitano versi e si commuovono, spesso fino alle lacrime, mentre leggono i poemi dei loro idoli.

E qui, ancora una volta, ci si imbatte nei “grigi” che caratterizzano l’Iran. Grigi che rendono il Paese affascinante oltre ogni limite. Perché non si può non rimanere colpiti dalla creatività di una popolazione che riesce a navigare i diktat di una religione in cui solo Allah è degno di devozione.

Gli iraniani hanno saputo preservare uno spazio di libertà interiore e culturale che la politica e la religione non sono mai riuscite a occupare interamente. La poesia è la loro vera cittadinanza.

Quali aspetti della vita di tutti i giorni in Iran sorprendono di più chi arriva con un immaginario costruito da fuori?

L’aspetto più sorprendente è la capacità, appunto, di navigare i “grigi”. In Occidente siamo abituati a immaginare l’Iran come un Paese monolitico, fatto di regole ferree e intransigenza assoluta. La realtà è molto più sfumata. Esiste una tolleranza non scritta che permette alla vita reale di scorrere parallelamente a quella ufficiale.
Se io, come straniera, riuscivo a scoprire dove si tenessero le migliori feste private entro ventiquattro ore dal mio arrivo a Teheran, sarebbe ingenuo pensare che le Guardie della Rivoluzione non ne fossero a conoscenza. Varcata la soglia di una casa privata, lo scenario cambiava radicalmente: il rigore esteriore lasciava spazio a uno sfoggio incredibile di abiti sexy e sgargianti, musica a palla e alcol. Lo Stato sa, ma sceglie di non intervenire finché certe linee non vengono superate. Queste linee sono invisibili a noi stranieri, ma gli iraniani le conoscono perfettamente e sanno come muoversi senza spezzarle.

Chi arriva dall'esterno si aspetta una prigione e trova invece una società abilissima nel trasformare ogni divieto in una trattativa silenziosa. È una danza continua tra ciò che è proibito e ciò che è possibile.

Quanto conta la cultura, dall’arte alla letteratura, fino al cinema, nel raccontare un Iran diverso da quello stereotipato?

L’Iran non è semplicemente un Paese che possiede una cultura; l’Iran trasuda cultura in ogni sua manifestazione. E, cosa fondamentale, non si tratta di un fattore elitario. Rispetto a molti Paesi limitrofi, il legame con il passato è viscerale: i siti archeologici sono costantemente gremiti di iraniani e anche luoghi isolati, come la tomba di Ciro il Grande, sono meta di un pellegrinaggio incessante. Come ho già menzionato per la poesia, questa è una linfa vitale che attraversa ogni strato sociale.

Il cinema è estremamente ricco anche se noto, con rammarico, come la maggior parte delle pellicole premiate all’estero tendano a essere critiche a tutti i costi per soddisfare i gusti dei festival internazionali. Ciò accade perché, il più delle volte, queste rassegne cercano opere che vadano a confermare l’opinione e i pregiudizi che il pubblico occidentale si è già costruito, finendo per premiare una narrazione cupa e senza speranza, e tralasciando qualcosa che è ben più di una sfumatura: la profonda vitalità dell’Iran e degli iraniani.

Infine, non si possono trascurare i famosi tappeti persiani che non sono semplici oggetti d’arredamento, ma una forma d’arte millenaria e una filosofia di vita su cui la gente cammina e… mangia ogni giorno.

In un momento storico in cui il rischio è che l’Iran venga percepito solo come teatro di guerra, che responsabilità hanno il giornalismo, i libri e i viaggi nel restituire complessità?

La responsabilità è enorme: bisognerebbe innanzitutto descrivere l’Iran per quello che è veramente. Una settimana fa, per esempio, ho scritto un articolo / post proprio su questo tema, sottolineando come si stia rischiando di cancellare l’Antica Persia dalla faccia della terra. Mi sembrava una riflessione ovvia, un concetto elementare: chi vorrebbe mai assumersi la responsabilità di vedere distrutto un Paese che figura tra i primi dieci al mondo nella Lista UNESCO per patrimonio storico e culturale?

Cittadella di Bam
Cittadella di Bam (Fotografia: Istock, Credit: mikolajn). N.d.r: Bam è stata parzialmente distrutta da un terremoto e ricostruita.

Eppure, alcune reazioni sono state sorprendenti e mi hanno lasciata profondamente amareggiata. Sono stata accusata di essere una persona snob ed elitaria. Mi è stato persino detto che, se gli iraniani potessero scegliere tra il bombardamento di un supermercato e quello di Persepoli, preferirebbero senza dubbio sacrificare Persepoli. È una logica che trovo profondamente fuorviante e fondata sull’ignoranza della gente che, in Iran, non ci ha mai messo piede. Commenti come questo (così come altri che asserivano che il regime degli Ayatollah aveva sistematicamente distrutto siti archeologici, cosa per nulla veritiera), dimostrano quanto sia necessario il lavoro di giornalisti, scrittori e viaggiatori: fare giustizia alla realtà dei fatti significa ricordare che distruggere un monumento non è solo abbattere pietre, ma è cancellare l’identità e la memoria di un popolo. Sminuire la cultura in nome di una presunta priorità dei bisogni materiali è il primo passo verso l’annientamento della dignità dei persiani.

Anna Prouse

Si occupa di ricostruzione Post-Conflitto, Global Business Development, Aiuti umanitari e Responsabilità Sociale d’Impresa. Ha lavorato come Delegato della Croce Rossa Internazionale, è stata consulente per il governo italiano e americano in Iraq. Cavaliere al merito della Repubblica Italiana è autrice di cinque libri, giornalista, atleta, avventuriera.

annaprouse.com

Guida Iran, Ed.Moizzi

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