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Tappa 1: Val Sugana, tradizione e natura nel cuore del Trentino Alto Adige

La meta è invitante e originale allo stesso tempo: il weekend del 28 e 29 agosto ci prepariamo a un viaggio-stampa ad alta quota, tra i borghi più affascinanti della Valsugana e della Valle dei Mocheni, nel cuore del Trentino Alto Adige. Nonostante Trento sia a una manciata chilometri, sono luoghi poco battuti dal turismo di massa, raggiunti dai visitatori soltanto nella seconda metà del Novecento, ricolmi di tradizioni autentiche e atmosfere genuine.
\nAnche la compagnia è ben assortita. Abbiamo l’eterno entusiasta, il pigro cronico, la chiacchierona e il salutista, l’avventuriero e la sportiva: tutti giornalisti armati di taccuino e macchina fotografica, scarponcini da esploratori e occhi vigili, pronti a respirare l’aria fresca di montagna e raccontare le emozioni che la valle ci regalerà. È proprio questo lo scopo dell’invito: ospiti di Pergine Valsugana e dintorni, il nostro compito è di fare un pieno di impressioni e informazioni sulla zona, per portarle a casa con noi e raccontarle a chi non l’ha mai conosciuta.
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Tappa 2: Arrivo a Pergine Valsugana, pranzo tipico e salita all’Alta Valle dei Mocheni

Parto da Imola con il mio accompagnatore – il mio ragazzo, poco giornalista ma molto curioso – alle 8.00 del mattino: per raggiungere il casello di Trento Centro, sull’autostrada A22 del Brennero, ci occorrono circa 3 ore, e Pergine Valsugana dista poco di più. Chissà perché mi aspettavo un borgo isolato tra i monti, con un paio di strade e poche case a misura di folletto, invece Pergine è una cittadina in piena regola, curata e accogliente, particolarmente vivace in questo sabato di mercato. Ad aspettarci troviamo Erika, la nostra giovane accompagnatrice, che ci mette subito a nostro agio con un sorriso radioso e un viso davvero simpatico.
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\nLa prima tappa della nostra gita è la piazza del Municipio, che raggiungiamo a piedi dopo aver lasciato l’auto in uno dei tanti parcheggi segnalati nel centro del paese. Una piazza graziosa, di piccole dimensioni, immersa nell’aria tersa e cristallina che solo la montagna può offrire: dietro il palazzo del Comune si stagliano le sagome imponenti delle montagne, raccolte ad anfiteatro intorno a noi, e la luce di fine agosto ci riscalda con gentilezza.
\nAd attenderci c’è un aperitivo a dir poco appetitoso, allestito nel ristorante ‘Al Volt’, che occupa un palazzo molto antico dall’aspetto elegante e ospitale allo stesso tempo. In passato si trattava di un cinema, ma oggi è un ristorante-pizzeria rinomato, e anche noi ne apprezziamo le delizie: affettati e formaggi della zona, focaccia cotta nel forno a legna e la tradizionale torta alle patate, preparata semplicemente con le patate crude, rigorosamente con la buccia, grattugiate e dorate in padella fino a formare una sorta di pizza. Ci viene offerto un vino bianco profumato, il Blanc de Sers, e ci viene spiegata l’origine del nome: pare che il produttore, originario di Serso (località vicino a Pergine), in un ristorante di Parigi abbia scherzosamente chiesto un calice di ‘Blanc de Sers’, atteggiandosi a bevitore esperto e mettendo a dura prova il sommelier, mortificato dalla sua stessa impreparazione. Da quel momento, nelle cantine del Trentino, non sono mai mancate le riserve del Blanc, il vino montanaro dal nome chic che ora accompagna in grande stile le nostre chiacchiere di presentazione.
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\nTra un brindisi e uno stuzzichino ci intrattengono i rappresentanti del Consorzio dei commercianti di Pergine, del Comune, della Pro Loco e dell’associazione Pergine Spettacolo Aperto, e riceviamo qualche informazione su Pergine e sulla Valle dei Mocheni, definita da uno scrittore austriaco ‘la Valle Incantata’. In effetti mi lascio incantare dagli aneddoti su questa terra selvaggia: un’isola linguistica che i coloni tedeschi, venuti dalla Boemia e dalla Baviera, occuparono nel Quattrocento per dedicarsi all’agricoltura, alla pastorizia e allo sfruttamento delle miniere, ricche di ferro, rame e argento. Qui, tra novembre e dicembre 2010, verranno allestiti per la prima volta dei grandi mercatini natalizi, con un occhio particolarmente attento al rispetto per l’ambiente, alle tradizioni secolari e alla valorizzazione dell’artigianato e della gastronomia. Ascoltiamo qualche passaggio della storia locale: nel passato di Pergine ci sono capitoli delicati, come la presenza del grande manicomio in cui venne internata Ida Dalser, moglie ripudiata di Mussolini. Ancora oggi, in una casa nei pressi del centro, vive l’ultima anziana infermiera che vi lavorò durante il Regime. Nel presente paesano, invece, c’è una promessa del ciclismo di cui andare fieri: gli sportivi del gruppo si entusiasmano ascoltando le gesta di Daniel Oss, giovane campione italiano residente a Pergine.
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\nDopo l’aperitivo ci dirigiamo verso l’agriturismo in cui alloggeremo, situato a Palù del Fersina, a 15 km da Pergine. In un’emozionante scalata di tornanti verso l’Alta Valle dei Mocheni, il nostro pulmino viene inghiottito dal verde acceso delle conifere, per trovarsi catapultato in un paesaggio nuovo e selvaggio, a 1540 metri d’altitudine: qui sorge lo Scalzerhof, tipico maso alpino, ultimo rifugio servito dalla strada asfaltata prima di entrare nel regno dei sentieri e dei veri esploratori. Il panorama è indescrivibile: la distesa infinita di alberi disegna una danza sinuosa nel vento, e l’aria è così limpida che sembra di respirare il cielo, come se l’azzurro fosse sceso sulla Terra e avesse invaso ogni fessura tra i monti. Lo Scalzerhof è un edificio grazioso: balconi di legno, fiori alle finestre, e le capre al pascolo tutt’intorno, tenute d’occhio da un timido ciuco grigio.
\nIncredibile come si possa aver fame anche dopo un aperitivo luculliano… eppure l’appetito non manca, e a soddisfarlo arrivano in tavola delle pietanze gustose: si passa dagli affettati e formaggi della zona ai tipici canederli e ai “kropfn”, squisiti tortelloni farciti di verdure e formaggio, sino a un fragrante strudel di mele. Al centro del tavolo, nei cestini di vimini, al posto del pane tradizionale c’è il “cuccalar” caldo, simile alla piadina romagnola nell’aspetto, ma molto particolare nel gusto: farina bianca, farina di segale, sale e latticello sono i magici ingredienti che il cuoco ci svela dopo essersi fatto pregare un po’. Guai a confonderlo con la nostra piada: il “cuccalar” è molto più sano e leggero, poiché il latticello è la parte magra del latte, e il simpatico chef ne va molto orgoglioso. Per digerire il caffè “Van Taevl”, ovvero “del diavolo”, si rivela un’arma efficace: profuma di caffè, di cannella, di alcol e di chiodi di garofano, ma nessun cameriere accetta di svelarci l’intruglio.
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\nIl pomeriggio è all’insegna del mondo minerale. Mai avrei pensato, nella mia vita, di appassionarmi al regno naturale più sterile di tutti… che si rivela, invece, una scoperta interessantissima. Ci spostiamo a Sant’Orsola Terme e visitiamo il Museo Pietra Viva, allestito nell’antica Casa Comunale e gestito dai fratelli Pallaoro, che sono anche i donatori della collezione mineraria. Per chi non li conoscesse, i signori Pallaoro sono due gemelli identici, originari di questa terra, che hanno dedicato l’intera esistenza al mondo delle rocce e hanno partecipato a numerose puntate televisive di Geo&Geo. Niente moglie, niente figli, niente che li potesse distrarre dalla loro bizzarra vocazione: uno dei due – quello che ci fa da guida, di cui non ricordo il nome – ci spiega che i suoi figli siamo tutti noi, e che le loro scoperte sono un regalo per il prossimo. Individuo originale, che ci fa sorridere ma anche incuriosire di fronte a tanta passione. E infatti la mostra è interessante, allestita in un edificio storico in cui non mancano travi a vista e affreschi originali. Scopriamo, tra i vari aneddoti, che la Valsugana si chiama così per l’antico commercio della “sugarina”, una polvere di minerale utilizzata per asciugare l’inchiostro quando si scriveva a pennino, e alla fine della visita ci intratteniamo con la “scoperta dell’oro”: nel giardino sul retro c’è la riproduzione di un torrente, con tanto di setacci per scandagliare il fondale e scoprire delle vere pepite d’oro, che possiamo portare a casa per ricordo.
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\nCi spostiamo a Pergine per la tappa successiva, meno avventurosa ma stuzzicante, ancora una volta legata al cibo. Si tratta però di un cibo salutare: visitiamo l’azienda Sant’Orsola, leader nella produzione dei piccoli frutti di prima qualità, dove un breve video e la chiacchierata con una ragazza ci illuminano sulla coltivazione di fragole, ciliegie, ribes, more, lamponi e altre piccole delizie. Sorseggiando succo di mirtillo nero e assaggiando qualche frutto squisito – davvero perfetto nella forma e nel colore, come se fosse opera di un artigiano – scopriamo che da giugno a settembre il centro è aperto ai visitatori, e che si possono prenotare delle belle gite in bicicletta lungo il “Sentiero dei Piccoli Frutti” per osservare da vicino le coltivazioni e comprenderne il rapporto con il paesaggio.
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\nPer evitare che un minimo languore possa far lamentare i nostri stomaci, dopo la frutta ci prepariamo a cenare: sono quasi le 20.00 e il sole è già scomparso dietro le montagne, cedendo il passo a una luce azzurrata e a una brezza pungente, da felpa e foulard. Caldo e accogliente, il ristorante Aquila Nera ci aspetta con un’aria familiare, un chiacchiericcio piacevole e l’aspetto suggestivo di una grande baita. Ma soprattutto ci aspettano altre delizie sostanziose: taglieri di luganega e salumi vari, vassoi traboccanti di canederli, strangolapreti fumanti alle erbe, polenta col capriolo, coniglio arrosto, pancetta, funghi, crauti… e dulcis in fundo “la treccia mochena”, ripiena di crema pasticcera e confettura ai mirtilli. La grappa di mugo, che normalmente metterebbe a dura prova la mia lucidità, ci soccorre col suo potere digestivo e ci ricarica quanto basta per raggiungere le camere dello Scalzerhof. Le travi di legno del soffitto, le tende di pizzo e il piumone del letto mi fanno pensare alla magia dell’inverno: pochi secondi per promettere a me stessa che tornerò nel periodo natalizio, e subito il sonno prende il sopravvento.
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Tappa 3: La miniera di Calcopirite nell’Alta Valle dei Mocheni, Perzenando e il Castello di Pergine

Intorno all’agriturismo non ci sono case, e per strada al mattino non passa nessuno: quando apriamo la finestra che dà sul prato, a pochi metri da noi, ci troviamo a spiare una famiglia di capre che fa colazione. La nostra, di colazione, si rivela irresistibile: il gestore simpatico ci fa trovare una versione dolce dell’ormai noto “cuccalar”, caldo di forno nei cestini di vimini, pronto a farsi spalmare di burro e marmellata, e dalle tazze sale il profumo avvolgente del caffelatte. Sul burro morbido prodotto dall’agriturismo, con quel sapore dolce di latte, cospargo un po’ di zucchero per rendere lo spuntino ancora più goloso… è quello che ci vuole per affrontare una bella camminata tra i boschi.
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\nInfatti ci incamminiamo a piedi lungo un sentiero panoramico, che dai 1540 metri dello Scalzerhof ci condurrà a 1700 metri circa, per visitare un’antica miniera di calcopirite: nonostante il cielo limpido e il sole alto, luminosissimo a queste altitudini, fa davvero freddo e il mio naso diventa presto rosso e ghiacciato. Alla fine della camminata ci troviamo all’ingresso della miniera-museo, la Grua Va Hardombl, e la nostra accompagnatrice ci fa indossare un abbigliamento adeguato: indispensabile è il caschetto, per non battere la testa contro le rocce sporgenti, ma anche un grande impermeabile giallo per contrastare un po’ l’umidità. Così, impacciati e divertiti dalla nostra tenuta, ci inoltriamo in un cunicolo angusto e sbuchiamo all’interno della miniera. Il sito era in uso già nel Quattrocento, ma il secolo più fruttuoso fu il successivo, quando i minatori tedeschi detti “Bergknappen” arrivavano e scavavano numerose gallerie nel territorio, per l’estrazione di vari minerali e soprattutto del rame. Lo spettacolo che abbiamo di fronte è impressionante, ed è difficile descriverlo a chi non abbia mai visitato una miniera: cavità, gallerie e crateri si aprono sotto di noi in un labirinto di tunnel bui, rafforzati da travi di legno che oggi richiederebbero un’opera ingegneristica e invece, in quell’epoca, venivano posizionate magistralmente in base alla propria esperienza. Qua e là delle teche di vetro contengono frammenti di roccia e antichi attrezzi da lavoro, e il picchiettare continuo dell’acqua sulla roccia dà una sensazione un po’ sinistra, come fossimo nell’antro di un orco. In effetti le innumerevoli leggende sugli gnomi, ci spiega la guida, presero spunto dalle figure dei minatori: abituati sin da piccoli a lavorare al buio, erano individui fragili e di bassa statura, con caratteristici cappelli a punta che servivano a proteggere il capo dagli urti contro la roccia. Ecco svelato chi fossero i famosi sette nani.
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\nQuando riemergiamo alla luce del giorno apprezziamo l’aria pura della montagna: dentro la miniera era molto umido, cadeva acqua dal soffitto ed era ancora più freddo. La carezza tiepida del sole, a confronto, è una coccola irresistibile. Un po’ emozionati per il mondo incantato che abbiamo scoperto sottoterra, ci lasciamo trasportare dal pulmino verso il pranzo, ma lungo la strada ci fermiamo nella bottega di un artigiano e artista del legno. Il profumo di corteccia e di resina si sente da lontano, e preannuncia le meraviglie che riempiono il laboratorio Barbel Art: in un ambiente ampio, affacciato direttamente sulle montagne e sulla vallata, ammiriamo sculture e mobili, utensili e capitelli votivi, ma soprattutto osserviamo con curiosità i numerosissimi piccoli gufi di legno che agghindano le pareti. Andrea Oberosler, il loro biondo creatore, ci spiega che sono la sua specialità: per vent’anni ha lavorato nelle miniere della zona, ma da un paio d’anni ha deciso di assecondare la sua più grande passione trasformando i tronchi e i rami degli alberi in vere e proprie sculture, cominciando da questi teneri gufi e arrivando ai pezzi d’arredo più complessi, davvero belli.
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\nDopo aver ricevuto in dono un piccolo gufo a testa, riconoscenti ci dirigiamo col pulmino verso la seconda tappa culinaria della giornata, che riserva alcune sorprese rispetto alle mangiate fatte finora: oggi pranzeremo in una delle fermate di Perzenando, un “trekking gastronomico” distribuito nelle varie frazioni del perginese, costituito da diverse postazioni culinarie in cui assaporare, col passare delle ore, leccornie dolci e salate, pasti caldi, freschi stuzzichini e merende tipiche della zona. Noi ci fermiamo a Ischia, in un piccolo chiosco attrezzato per l’aperitivo, ma per il pranzo dovremo spostarci a piedi verso il campo da calcio. Sulla strada, con il bosco da un lato e i prati dall’altro, assistiamo a un combattimento tra briganti: sono i figuranti della manifestazione, travestiti secondo il costume medievale, armati di bastoni e di funi. I “buoni” mettono in fuga i “cattivi”, e noi possiamo raggiungere il campo sportivo, trasformato per l’occasione in un grande stand in cui si servono gnocchi di patate, luganega e crauti.
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\nA malincuore ci rendiamo conto che le scorpacciate in compagnia si sono concluse, e che la nostra gita volge al termine. Prima di salutarci, però, decidiamo di visitare insieme il Castello di Pergine, che nel tragitto in pulmino ha attirato la nostra attenzione da lontano, imponente e fiero sulla cima di una collina. Erika, la nostra accompagnatrice, ci spiega che si tratta di un maniero duecentesco, raro esempio di architettura medievale montana, ma che negli ultimi secoli ha ospitato diverse esposizioni, mostre, eventi, un bar e un prestigioso ristorante. Anche noi approfittiamo dello scenario fiabesco per sorseggiare l’ultimo caffè nelle sale della fortezza, ammirando i soffitti e le pareti massicce, le colonne eleganti e il mobilio raffinato, con la musica di un pianoforte in sottofondo… è lui, l’eterno entusiasta del gruppo, che non ha resistito al richiamo del vecchio strumento e ha deciso di salutarci con una musica allegra, per scacciare la malinconia.
\nCon un sorriso ci scambiamo strette di mano, pacche sulla spalla e qualche abbraccio, prima di separarci e tornare a casa, sparpagliandoci tra Milano, Verona, Venezia e la mia piccola Imola. Mentre le montagne diventano piccole alle nostre spalle, cedendo il passo alla più familiare Pianura Padana, io e il mio ragazzo progettiamo di tornare a Pergine in inverno, a scoprire i mercatini natalizi.
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