Tappa 1: Introduzione alla valle dell’Omo River
i miei ringraziamenti vanno a Anna Dies della Medir tour che, con la eccellente collaborazione del nostro accompagnatore Nati, che doveva essere nei patti solo un autista e che invece è stato una guida superba, attento alle nostre esigenze e di una disponibilità non comune, ci ha consentito di fare un viaggio attraverso il sud dell’Etiopia, alla scoperta delle numerose etnie che popolano la valle dell’Omo river, area priva di energia elettrica e di attrezzature turistiche di livello accettabile, compensate però da paesaggi incontaminati, da un popolo quasi sempre disponibile al sorriso e da una esperienza di viaggio veramente unica e meravigliosa.
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\nLa popolazione dell’Etiopia e di circa 85.000.000 di individui di cui solo 200.000 abitano nella valle dell’Omo.
\nLa popolazione è dedita prevalentemente a pastorizia e agricoltura, in particolare l’Etiopia possiede la più grande popolazione bovina dell’africa che gli consente non solo un sufficiente approvvigionamento interno, ma anche una significativa esportazione si di animali vivi che di carne e la produzione e la lavorazione del pellame.
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\nLe principali coltivazioni nella regione dell’Omo sono il sorgo, il mais, il teff, i fagioli e il caffè che, integrate da una rilevante pastorizia, permettono una sopravvivenza dignitosa alle varie etnie residenti. Le donne si dedicano prevalentemente ai raccolti e al loro trasposto verso i mercati, mentre gli uomini seguono gli allevamenti di ovini e bovini che accompagnano tutti i giorni ai pascoli.
\nUna parte delle etnie vive stabilmente sulle sponde del fiume, una parte più distante ma, grazie a una rete consolidata di alleanze, può accedere alle risorse generate dalle piene dell’Omo nei momenti del bisogno. I popoli della valle prendono le decisioni pubbliche nel corso di estesi incontri comunitari a cui partecipano tutti i maschi adulti in un’area appositamente attrezzata dei villaggi
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\nL’accesso all’ informazione pubblica e molto scarsa perché pochi parlano la lingua ufficiale (l’amarico) e il livello di alfabetizzazione e bassissimo.
\nQuesto mosaico di etnie che vivono quasi in contatto lungo la valle dell’Omo, mantengono però costumi, architettura delle capanne, riti di iniziazione e rapporti interpersonali e col mondo esterno, totalmente differenti l’una dall’altra. L’identità etnica e l’appartenenza al gruppo è ancora fortemente marcata ed enfatizzata dalla cura del corpo che viene decorato con particolari scarificazioni, e pitture, simboli di bellezza ma anche di gerarchia e appartenenza sociale.
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\nLa vegetazione etiope varia considerevolmente in base all’altitudine sia con la latitudine e quindi con i diversi regimi di precipitazioni fra nord e sud. Sono riconosciute quattro fasce altimetriche: quella inferiore ( quollà 600-1800 m) quella intermedia (voina degà 1800-2500 m), quella superiore (degà, 2500-3500 m) e le aree sopra i 3500 m (urèc). Nella quollà le piante comuni sono acacie, le palme, i tamarindi, le euforbie, e nelle zone superiori il bambù e il caffè, nella voina degà la vegetazione è prevalentemente boschiva con euforbie, aloe, ginepri, il degà invece è dominato da prati e zone arbustive a ericacee e a romici.
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Tappa 2: L’arrivo in Etiopia e partenza verso il sud fino al lago Abaya
Dopo un viaggio di 8 ore, compreso lo scalo a Roma (partenza da Milano Malpensa alle 24),volando con l'ottima compagnia aerea Ethiopian Airlines, arriviamo all’aeroporto di Addis Ababa (Addis Abeba) alle 7 del mattino, stanchi ma pronti alla prima giornata di viaggio. Colazione in un bar dalle poche pretese estetiche ma dai dolci squisiti, poi si va in un Hotel per cambiare un po’ di euro con monete di piccolo taglio, in quanto informati che in alcuni villaggi sarebbe stato consentito scattare fotografie solo dopo il pagamento di due – cinque birr( 1 euro circa 25 birr), Nati dice che questa abitudine al pagamento è confinata solo in questa parte dell’Etiopia e non al nord anche se, durante il tragitto, abbiamo incontrato alcune gradite eccezioni.
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\nDopo le formalità e un paio di ore di code per lavori in corso che avevano bloccato gli accessi e le uscite da Addis Abeba, prendiamo la strada verso sud che attraversa le cittadine di Tiya, Butajira, Kibet, Hosaina abitate rispettivamente dalle etnie Oromo, Kurache, Kamiata e Hadia. Attraversiamo un po’ assonnati, con gli occhi che spesso non ne vogliono sapere di stare aperti, colline prevalentemente ricoperte da coltivazioni di tef, sorgo e grano, tutti utilizzati per produrre un particolare tipo di farina usato per il loro piatto principale l’ injera che è una sorta di focaccia sottile e morbida, piuttosto grande, di solito portata in tavola arrotolata accanto al piatto oppure vi viene servito sopra il cibo. La carne sotto forma di stufato (wat) viene presentata in diversi modi: può essere manzo, agnello o capra, mai maiale, che è proibito sia dalla religione copta sia da quella musulmana. Le verdure sono poco utilizzate: si cucinano solitamente cavoli, patate, barbabietole e spinaci o almeno un particolare tipo di verdura simile ai nostri spinaci, qui molto comune. Le spezie condiscono abbondantemente tutti i piatti. Le bevande più diffuse sono naturalmente il caffè, servito con una tipica cerimonia e, sui bassopiani abitati dai musulmani, il tè.
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\nParticolarmente coltivate in tutto il sud sono le piantagioni di “palme finte”, così chiamate dagli Etiopi perché non producono frutti, ma di cui si utilizza tutto dalle foglie al fusto, per esempio utilizzato dopo fermentazione dalle famiglie , per la produzione di una birra di forte gradazione alcoolica che bevono tutti anche i bambini. Le coltivazioni si susseguono alternate a foreste e prati dove pascolano grandi quantità di mucche, pecore e capre.
\nSosta per il pranzo in un lodge dove, vista la stanchezza, mangiamo solo riso e verdura. Si riparte dopo uno scadente caffè (almeno per i gusti italiani), costeggiamo il lago Abaya dove incontriamo numerose mandrie di mucche e greggi di pecore o capre al ritorno dai pascoli che, occupando l’intera sede stradale, ci costringono a difficili gimkane accompagnate da uno sconsiderato uso del clacson.
\nLe strade fino ad ora sono prevalentemente asfaltate con un manto discreto che rende il viaggio agevole. Giunti al bivio per Chenca, lasciamo l’asfalto per una strada in salita con fondo sterrato e con numerose buche. Lungo questa pista incontriamo numerose persone del gruppo etnico dei Dorze che vivono in villaggi sulle pendici di una montagna verdissima, in capanne fatte di terra, rami e foglie, conducendo una vita primitiva dedita all’agricoltura e alla pastorizia. Le donne, fin da bambine, caricano sulle spalle in una postura tipica di tutte le femmine della valle dell’Omo river, i prodotti della terra, da portare anche per parecchi km ai mercati vicini, creando una fila quasi ininterrotta di esseri umani in processione, lungo tutte le strade del sud.
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Tappa 3: Il lago di Chamo e più a sud fino a Konso, incontrando le etnie Dorze, Gamu e Darashe
La mattina dopo una colazione a base di tè pane burro e marmellate e le usuali uova strapazzate in uno terrazzo panoramico con stupenda vista sulle montagne e il lago circostanti, saliamo ancora lungo una strada ancora più martoriata da buche e canali al limite della praticabilità fino a raggiungere un villaggio Dorze molto curato e pulito. La struttura esterna delle capanne è fatta da paletti coperti di terra mentre il tetto è costruito con foglie intrecciate per uno spessore di 15-20 centimetri che vengono involontariamente sigillate dal fumo dei fuochi accesi all’interno, durante la cottura del cibo o la preparazione del tè. Non mi sono spiegato, vista la mancanza di finestre alle pareti, come possano respirare nei loro alloggi con tutto quelle esalazioni. La cucina nelle ore diurne è sistemata all’esterno ed è costituita da un fuoco con appoggiata, su dei sassi, una rudimentale padella di ferro dove viene cotta l’injera, la verdura e la carne. La scuola è all’aperto sul prato e i giovani studenti hanno l’aria felice e serena.
\nScendiamo lungo la strada che avevamo fatto la sera precedente, raggiungiamo il lago Abaya che costeggiamo fino ad Arba Minch (quaranta fonti), dove ci fermiamo in un lodge con splendido giardino a mangiare un ottimo pesce di lago e a bere un frullato di mango veramente squisito.
\nPomeriggio dedicato ad una gita in barca sul lago Chamo confinante con l’ Abaya dove, torturati da numerosi tafani che si erano imbarcati sullo stesso natante, incontriamo alcuni uomini Gamu (la etnia dominante) su zattere o su barche fatte con un tronco scavato condotte con un palo e, inoltrati in canali collaterali, facciamo la conoscenza di alcuni grossi coccodrilli che, disturbati dalla nostra presenza, emettono una specie di inquietante ruggito, prima di rituffarsi nelle acque calde.
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\nSi prosegue sempre verso sud per Konso e lungo strada facciamo numerosi incontri con tanta gente dei Darashe sempre disposta a farsi fotografare anche se a volte ci viene richiesta una parcella a base di bottiglie di plastica vuote(!) o birr (la monete locale).
\nPrima di sera accompagnati da una guida del posto, visitiamo un villaggio Darashe dove ci viene presentato il sommo capo (the King!) e dove ci intratteniamo con un gruppo di bambini che lottano per delle matite che abbiamo consegnato alla guida per distribuirle. La scena è incredibile per noi occidentali dipendenti da computers, tablets e quant’altro, tanto che quasi mi scuso con la guida per il rischio corso di essere schiacciato sotto quella moltitudine.
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\nGiunti a Konso ci fermiamo a dormire in uno dei quasi lussuosi bungalows del “Kanta Lodge” panoramico e fornito di tutti i comfort doccia con acqua calda compresa. Il clima è ottimo, non fa caldo di giorno e la sera è mite. Anche se non ce ne rendiamo conto siamo sempre intorno a 2000 metri di altezza. La sala pranzo è bella spaziosa e il cibo buono.
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Tappa 4: Da Konso a Weyto, ed Key Afar a Tumi con sosta al mercato dell’etnia Benna
Si parte come al solito al mattino di buon ora e dopo una buona e abbondante colazione incominciamo il viaggio verso Turmi, direzione sud-ovest.
\nAttraversiamo la cittadina di Weyto (etnia Samai), dirigendoci verso Key Afar dopo una deviazione verso nord (etnie: Samai, Ari e Benna). Lungo strada incontriamo gruppi di ragazzi con i corpi dipinti che per pochi birr si fanno fotografare, anche se non è facile strappare loro un sorriso.
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\nSubito prima di Key Afar prendiamo il bivio per Dimeka lungo una strada sterrata abbastanza agevole e visitiamo un mercato dei Benna. Questa volta abbiamo un po’ più di confidenza con la situazione e senza timore ci mischiamo fra la folla di neri che sembrano non notarci molto. Sono tutti ricoperti da gonne e maglie di perline coloratissime, come colorate sono le collane e i bracciali. Non c’è quasi differenza nell’ ornamentazione fra i due sessi, mentre le capigliature sono totalmente differenti. I maschi hanno quasi tutti i capelli rasati e le femmine hanno i capelli a caschetto raccolti in treccine molto sottili e impastate con burro e argilla che danno loro una particolare colorazione rossastra.
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\nLe ragazze sono molto belle e hanno un portamento principesco con la testa alta e uno sguardo altero che perdono solo quando vengono fotografate. Anche qui vale la legge che le foto sono libere quando si fotografano gruppi di persone e a pagamento quando chiedi di fotografare il singolo individuo. I prezzi sono sempre gli stessi ma è bene contrattare prima la cifra, onde evitare discussioni.
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\nCi perdiamo affascinati da questo incredibile caleidoscopio di colori, di corpi neri, di animali, di cibo, di oggetti artigianali deposti per terra senza un ordine particolare se non la divisione fra generi. Ad un certo punto viene a cercarci Nati perché la sera si avvicina e dobbiamo arrivare a Turmi (etnia Hamar).Il viaggio è breve e continua su strade sterrate che sono la norma in tutta la valle dell’Omo river. Dormiamo in un lodge in mezzo alla campagna discretamente attrezzato anche se non c’è acqua calda. La cena è buona e la colazione usuale (tè, pane burro e marmellata, in alternativa uova strapazzate con verdura).
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Tappa 5: In barca sull’Omo River e il campeggio su di un’isola del fiume etiope
La mattina prepariamo gli zaini con tutto l’occorrente per una avventura sul fiume di due giorni, lontano da ogni forma di civiltà quindi da ogni attrezzatura turistica. Raggiungiamo Omorate a metà mattina sotto un sole cocente e un grande caldo. Sosta all’ombra in un bar superspartano a sorseggiare la solita coca calda e ci spostiamo sulla scoscesa riva dell’Omo dove ci attende una piccola barca piatta e veloce che carichiamo di tutto l’occorrente per un campeggio di due giorni.
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\nSiamo al confine col Kenia dove il fiume sfocia attraverso un un ampio delta nel lago Turkana (detto anche lago Rodolfo) a circa 80 km da Omorate e l’acqua è l’unica via di comunicazione con quell’area in quanto non esistono strade.
\nIl paesaggio è splendido il verde intenso e la foresta lascia spesso il posto a campi coltivati. Come nel resto del sud anche qui non c’è elettricità e solo da poco tempo alcuni Hamer (la gente locale) si sono attrezzati con piccoli generatori autonomi, per far funzionare delle pompe elettriche per l'irrigazione dei campi coltivati sfruttando l’acqua del fiume. Ciò ha consentito la coltivazione e la raccolta di sorgo, teff, grano,
\nanche due volte l’anno. Gli incontri da lontano con la gente sono sempre accompagnati da saluti calorosi e grandi sorrisi sia che si trovi sulle sponde che sulle barche rappresentate dai soliti tronchi scavati. Le immagini sono suggestive e ci chiediamo come sia possibile vivere felici senza tutti quegli oggetti di cui noi “civilizzati” non possiamo fare più a meno.
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\nVerso sera, dopo una sosta per uno spuntino in un’isola sul fiume abitata solo da due pastorelli col gregge, raggiungiamo un villaggio Desanech sulle sponde dell’ Omo dove, appena dopo avere piantato la tenda, veniamo assaliti da centinaia di api disturbate dai bambini del luogo che ci hanno circondato per non lasciarci mai, fino all’ora del sonno. La fuga immediata all’interno della tenda non ci salva da qualche puntura sulla testa , in faccia e sulle braccia. Fortunatamente nessuno del gruppo aveva allergie particolari e ce la caviamo co un po’ di gonfiore e un po’ di spavento.
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\nI Desanech, come gran parte degli etiopi del sud, vivono di agricoltura e pastorizia all’interno di capanne a pianta circolare con uno spazio riservato agli animali. La vita si svolge prevalentemente dall’alba al tramonto e la sera, spenti i fuochi, si ritirano nelle loro abitazioni al calare delle tenebre. Le donne fanno parecchi chilometri tutti i giorni per raggiungere il mercato, mentre gli uomini si occupano prevalentemente del bestiame.
\nUna delle professioni più praticate, anche dai bambini, è quella di spaventapasseri viventi. In ogni campo viene issato un traliccio di canne e paglia alto due o tre metri sulla cui instabile piattaforma stazionano tutto il giorno donne o uomini ma spesso bambini con un frustino in mano agitato all’arrivo dei malcapitati uccelli. L’esperienza di convivenza con gli abitanti del villaggio è stata interessante e intensa in quanto una cospicua rappresentanza di entrambi i sessi di tutte le età, è stata costantemente con noi a raccontarci tutte le abitudini del loro gruppo. Un tramonto di pace e di colori intensi ci regala uno stupendo fine giornata.
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Tappa 6: Da Omorate fino a Turmi ed il mercato dell’etnia Hamer
Ci alziamo prima dell’alba, consumiamo una colazione a base di the biscotti marmellata e uova strapazzate, smontiamo il campo, carichiamo tutto sulla barca e questa volta risaliamo il fiume controcorrente per fare ritorno a Omorate.
\nSiamo tutti un po’ stanchi e osserviamo non senza un pizzico di ilarità l’occhio destro del nostro accompagnatore di turno abbandonato sul fondo della barca, che è l’unico con i segni della battaglia del giorno precedente con le api, in quanto per il gonfiore, l’occhio di destra appariva come una fessura curvilinea e, visto di profilo, per metà aveva sembianze etiopi e per metà cinesi, parole che lo hanno fatto ridere per un po’.
\nIl viaggio scorre al fresco per la prima parte e ci godiamo l’aria frizzante del mattino. Quando arriviamo a Omorate è già ora di pranzo e fa un caldo notevole. Ci si ferma a mangiare qualcosa in un bar-ristorante locale, se così si può chiamare, e riprendiamo la strada per Turmi.
\nSubito dopo si visita un altro mercato presso Turmi frequentato dagli Hamer. Chi legge queste righe potrebbe farsi l’impressione assolutamente sbagliata di una ripetitività delle visite a questi mercati pensando che siano tutti uguali. Devo dire che il trovarsi in mezzo a gente sempre diversa culturalmente ed antropologicamente ci fa sentire molto vicini a loro, e accettiamo con rinnovato entusiasmo la proposta di visita di un nuovo mercato. La gente è sempre disponibile a farsi fotografare e, solo con i più giovani, riusciamo a scambiare qualche battuta in inglese.
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\nA questo proposito bisogna dire che il governo sta impiegando mezzi e risorse per diffondere la cultura anche in questa remota parte del paese. Infatti in ogni gruppo residenziale è presente un edificio scolastico con insegnanti laureati nelle Università del paese. Questo capita da pochi anni per cui l’inglese è parlato solo dai giovanissimi che hanno l’opportunità di accedere alla scuola.
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\nMentre stiamo visitando il mercato, impegnati a osservare la bellezza e l’eleganza del popolo Hamer, notiamo come le particolari capigliature delle ragazze assomiglino molto a quelle delle ragazze Benna. Improvvisamente ci raggiunge Nati per comunicarci che l’indomani ci sarebbe stata una festa in paese per l’iniziazione di un giovane Hamer all’età adultà. Questa cerimonia è chiamata “il salto del toro” e inizia verso mezzogiorno per finire solo al tramonto. Decidiamo di fermarci a dormire a Turmi per assistervi. La notte la passiamo nello stesso lodge dell’andata. Non vediamo l’ora di fare una doccia calda, affaticati da due giorni impegnativi senza opportunità di lavarci.
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Tappa 7: La magica cerimonia del Salto del Toro a Tumi
“Il salto del toro” – La mattina ci alziamo con comodo e facciamo colazione alle 9. Andiamo verso le 10 in paese ad osservare i preparativi della festa. Le donne di Turmi e dei paesi circostanti, già addobbate per la cerimonia pomeridiana, cantano e saltano rumorosamente dato che indossano numerosi campanelli legati con lacci di pelle alle caviglie.
\nMettiamo qualcosa nello stomaco e alle 12 siamo sulle sponde del fiume che in questa stagione è quasi secco. La parte iniziale della festa è caratterizzata da balli, canti e da una usanza non approvata dal governo che, nonostante le costanti minacce di interventi, non ne ottiene l’annullamento. Si tratta delle tradizionali frustate a cui le donne Hamer si sottopongono orgogliose e che creano profonde lesioni sulla cute di braccia e schiena.
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\nCi è stato riferito che tutte le ragazze che così serenamente subiscono questa tortura, durante la mattinata bevono ingenti quantità della forte birra locale che agirà un po’come anestetico generale. Le cicatrice delle precedenti cerimonie sono profonde e in evidenza in ogni schiena femminile. Assistiamo perplessi all’inseguimento che gli uomini Maza subiscono da parte delle donne desiderose di essere sottoposte alla tortura. Anche le più anziane non vi si sottraggono, anzi rimproverano i maschi che le evitano. Le donne considerano le cicatrici come un segno di devozione nei confronti dei mariti.
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\nDurante i balli, Il suono dei campanelli alle caviglie, dei corni di metallo e dei canti è assordante e l’atmosfera è magica e nessuno di noi ne è immune. Corriamo da un ballo all’altro, da una frustata all’altra e ci prende la frenesia della foto e della partecipazione all’evento. Osserviamo i particolari degli abbigliamenti, dei bracciali e braccialetti fatti di perline o da anelli dorati, delle capigliature rossastre che danzano nell’aria. Il movimento è continuo e si placa solo durante la cerimonia del trucco della faccia dei ragazzi più anziani che richiama tutte le donne in costume. I colori usati sono prevalentemente il rosso e il bianco che, pennellati con dei piccoli pezzi di legno, creano disegni suggestivi..
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\nFinito il trucco, la festa si sposta a circa un km dal fiume in un grande spiazzo in mezzo alla foresta, dove il giovane ”iniziando” si sottoporrà alla prova del salto del toro. Dopo il nostro arrivo nella piazza, arrivano cantando e ballando le ragazze seguite da numerosi tori molto mansueti che, dopo essere stati circondati dalle ragazze, vengono allineati nel numero di sette, e trattenuti per la coda o per le corna in attesa del grande salto. Il ragazzo , completamente nudo, stimolato dai ragazzi dipinti e dalle ragazze, dopo un attimo di concentrazione salta, mantenendosi in stazione eretta, il dorso dei tori.
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\nLa nostra emozione è grande e ci sentiamo quasi appartenere a questa gente incredibile che non ci fa sentire ospiti o osservatori esterni. La festa finisce e tutti ritornano nei propri villaggi dove continuerà la baldoria. Noi, frastornati dai canti, dai suoni assordanti, dalla polvere che si solleva come nuvole dal terreno e dalla stanchezza, ma felici per la stupenda esperienza vissuta, ci dirigiamo verso Karo dove passeremo la notte nel camping Marulle, privo di attrezzature turistiche, isolato dal paese e vicino ad un villaggio abitato dai lavoratori di una grossa impresa di costruzioni con le relativa famiglie.
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\nNell’area camping, al nostro arrivo non c’era assolutamente nessuno, ma in pochi minuti veniamo circondati da bambini e ragazzi del villaggio che, per qualche birr, si dipingono la faccia e si fanno fotografare. La gente è molto tranquilla e i più grandi non ci lasciano soli neanche per mangiare e, pur di rimanere in nostra compagnia, si accontentano di dividere un po’ del nostro cibo.
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Tappa 8: Risalendo la Valle dell’Omo da Tumi a Jinka
La mattina lasciamo il campeggio per visitare un villaggio costruito sopra un altopiano che domina un’ansa dell’Omo e contattiamo la popolazione locale dei Benna. La gente è dignitosa e tranquilla, con calma trattiamo come sempre il costo di scattare alcune foto sia all’interno del villaggio che in una radura vicino un centinaio di metri sopra il fiume. Durante il ritorno in campeggio Nati ci lascia in compagnia di un ragazzo sordomuto dai modi incredibilmente gentili ed educati che ci accompagna in una piacevole passeggiata lungo le rive del fiume a scoprire la vegetazione e gli animali del luogo. Le scimmie sono numerose ma non si lasciano avvicinare.
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\nRitorniamo in campeggio grati della discreta ma istruttiva compagnia del ragazzo e partiamo in direzione nord verso Dimeka, poi proseguiamo per Key Afar e, lungo la strada ci fermiamo per un mercato dei Benna non previsto. La gente presente non è così numerosa come nei mercati precedenti ma l’abbigliamento è molto colorato senza sostanziali differenze nei due sessi. La richiesta di denaro per le fotografie è estremamente moderata e bastano uno o due birr per avere il permesso di scattare anche più di una foto per persona. Attraversiamo Key Afar e proseguiamo verso nord-est per Jinka. Lungo strada incontriamo tre ragazzi dipinti in cima a dei trampoli che ci salutano sorridenti e desiderosi di essere immortalati.
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\nNonostante l’arrivo a Jinka verso l’ora del tramonto abbiamo tempo di visitare il museo cittadino dedicato alle popolazioni dell’Omo river, abbastanza interessante da meritare una visita. Scattiamo alcune foto prima del rientro in albergo, dei negozi, della gente e degli animali che girano liberamente. Le strade sono fangose per un recente diluvio e colorate di rosso per l’abbondante argilla.
\nPosso aggiungere che in questa stagione nel sud Etiopia non piove frequentemente e l’unica pioggia che abbiamo preso è stata solo in questa zona verdissima del paese, per il resto il tempo è stato sempre bello. La notte dormiamo al “Mursi Jinka Hotel” dignitoso ma dove purtroppo non c’è acqua calda.
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Tappa 9: Il villaggio delle donne Mursi, con il piattello nel labbro inferiore
La giornata è dedicata alla visita del villaggio delle donne del piattello che appartengono al gruppo etnico dei Mursi. Ci avvertono che questa popolazione è aggressiva e non tranquilla come le altre e ci spiegano che per ogni foto è necessario versare una parcella di quattro – cinque birr. Era incredibile osservare con quanta attenzione la gente contasse il numero totale degli scatti per poi presentare il conto fino all’ultimo birr!
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\nLo spettacolo delle donne col piattello nel labbro inferiore, martoriato fino da bambine con tagli e inserzione di piattelli di dimensione crescente col passare del tempo, non ci è particolarmente piaciuto. Le donne infilano il piattello solo per le foto e quando lo tolgono le labbra deformate e cascanti, lasciano scoperte le gengive inferiori con lo spiacevole spettacolo della perdita di saliva dalla bocca. La stessa usanza esiste per i lobi dell’orecchio. Le donne più giovani e carine portavano il piattello solo su un orecchio e le labbra erano risparmiate
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\nDi ritorno a Jinca, passiamo a visitare un villaggio Ari molto ben organizzato dove nessuno chiede birr per le fotografie e dove abbiamo assistito alla preparazione di cibo locale, alla tostatura del caffè, alla battitura di lastre di ferro incandescente da parte dell’unico fabbro della zona e alla pettinatura di una sorridente signora. L’atmosfera era veramente tranquilla e l’ora del tramonto la rendeva particolarmente accattivante.
\nCena in un caratteristico ristorante di Jinka, diverso da quello della sera precedente, dove non ci eravamo trovati molto bene e notte nello stesso Hotel.
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Tappa 10: Da Jinka a Sodo tra le montagne dell’Etiopia
Durante la notte è piovuto moltissimo e ancora al mattino le piogge, anche se con minore intensità, proseguivano infradiciando ogni cosa e rendendo le strade al limite della praticabilità. Il previsto spostamento in un campeggio in montagna presso il Jinka Maze park viene abolito.
\nIl percorso subisce un cambiamento forzato in direzione sud est verso Key Afar, per dirigerci verso Weyto, Konso e Arba Minch.
\nAttraversiamo delle splendide montagne su strada sterrata ma in buono stato nonostante le piogge e ci fermiamo spesso ad ammirare gli splendidi paesaggi di foreste e le coltivazioni in mezzo alle nuvole basse con i primi raggi di sole che incominciano ad apparire.
\nAttraversiamo numerosi piccoli villaggi con le capanne che fumano sopra i tetti per i fuochi accesi al loro interno e raggiungiamo Konso dove ci fermiamo a mangiare in un accogliente ristorante.
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\nIl viaggio prosegue con il paesaggio che cambia in uno scenario meno di montagna e più collinare, il sole si alterna alle nuvole e tutto è molto suggestivo. Per strada ci fermiamo spesso a fotografare, senza tassa, bambini , capanne e paesaggi che ricordano i quadri degli impressionisti.
\nLungo strada ci viene incontro una capanna trasportata a braccia da una ventina di uomini. Gli uomini e, particolarmente le donne, sono al lavoro nei campi o al pascolo con gli animali. Una cascata dal colore della cioccolata attira la nostra attenzione e anche quella di alcuni ragazzi locali.
\nArriviamo a Sodo la sera inoltrata e fatichiamo un po’ a trovare un albergo con una stanza libera e, come spesso da queste parti, senza acqua calda.
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Tappa 11: Tour sulle montagne da Guraghe a Welkite fino alle scimmie di Weliso
La mattina di buon ora Nati ci averte che la giornata sarà molto faticosa per le strade sconnesse previste per raggiungere un villaggio in cima ad una montagna, non frequentato da turisti, poi capiremo il perché. La strada che prosegue a nord fino a Hosaina è asfaltata e in ottime condizioni ma da lì la salita verso Guraghe per poi proseguire a Welkite è a dir poco infernale. Sono 160 km di sterrato completamente sottosopra sia per lavori in corso su tutto il percorso che per le piogge dei giorni precedenti.
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\nSiamo scossi all’inverosimile fino in cima alla salita ma la nostra perseveranza viene premiata dalla scoperta del villaggio di Guraghe dove la popolazione ci guarda come marziani e giovani e meno giovani ci circondano per osservarci da vicino e tentare qualche approccio verbale. Un vecchio del paese che insisteva per farsi fotografare, conosceva anche un po’ di italiano, memoria della tragica invasione Abissina dell’Italia di Mussolini.
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\nNel paese lungo la strada quasi tutti i giorni c’è mercato di genere alimentare, artigianato e di animali fra cui il cavallo molto comune in questa area. Gli uomini provano gli animali a pelo o su una rudimentale sella prima dell’acquisto. Siamo a più di tremila metri di altitudine, l’aria è fresca il sole caldo e la temperatura complessivamente è mite. Dopo una sosta che si prolunga per un paio di ore scendiamo verso valle sempre fra mille sobbalzi e raggiungiamo Welkite. Qui la strada torna ad essere asfaltata per nostra somma felicità.
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\nSempre proseguendo in direzione nord, raggiungiamo Weliso dove stravolti ci fermiamo a mangiare e dormire in uno splendido Lodge in mezzo a un enorme parco popolato da numerose scimmie che si lasciano avvicinare senza diventare aggressive. Purtroppo durante la nottata sono stato torturato da una imponente diarrea che mi ha lasciato stremato per l’ultimo giorno di viaggio
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Tappa 12: Il cratere del vulcano Wenchi e il ritorno dall’Etiopia all’Italia
Dopo la notte insonne ci apprestiamo all’ultimo giorno di viaggio che comprende anche la visita del cratere di Wenchi a 3200 metri di altitudine lungo una strada sterrata in condizioni pessime. Giunti sul posto, per raggiungere la cima del vulcano non più attivo da millenni, dobbiamo pagare l’ingresso al parco. Pochi passi ci portano sulla cresta dove veniamo catturati da una vista incantevole. L’aria è tersa il cielo di un azzurro profondo come il mare dei caraibi, il verde della vegetazione e il colore dei fiori sono talmente intensi da fare quasi male agli occhi. All’interno del cratere possiamo vedere in lontananza un lago con un’ isola, alcune abitazioni e un monastero. Il programma prevedeva una passeggiata accompagnata dalla cima del cratere fino all’isola, ma le mie condizioni non ce l’hanno consentito.
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\nScendiamo dal cratere percorrendo una strada sempre in pessime condizioni fino a ritrovare l’asfalto ad Ambo. La strada piega verso est passando da Menagesha e infine raggiunge Addis Ababa, ultima tappa. Arriviamo più presto del previsto così dopo una telefonata di Nati, Anna, la responsabile dell’agenzia Medir tour, ci concede una inaspettata sosta di qualche ora in uno splendido Hotel per una graditissima doccia calda e un breve sonnellino prima della cena.
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\nAndiamo a mangiare in un locale bellissimo, tipico sia per l’ottima cucina, che per i balli tradizionali. Gli otto ballerini di entrambi i sessi, erano di una abilità veramente fuori del comune e hanno danzato con i costumi delle più importanti etnie dell’Etiopia in rapida successione. Presi dalla musica e dei balli ci stavamo dimenticando dell’aereo di mezzanotte, ma un richiamo di Nati ci ha costretto ad abbandonare quello spettacolo di luci, colori, vestiti e corpi in movimento. L’aeroporto è vicino al locale così in pochi minuti raggiungiamo il check in dell’Ethiopian Airlines, abbracciamo Nati già con un po’ di nostalgia per questo splendido paese e ci imbarchiamo per l’Italia.
\nRinnoviamo la nostra gratitudine alla Medir tour nella persona di Anna Dies e particolarmente a Nati che si è prodigato con tutti i mezzi per rendere così piacevole il nostro soggiorno
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Tappa 13: Conclusioni: il bilancio del viaggio in Etiopia
La cosa più bella è stata sicuramente il contatto con le popolazioni dell'Omo river e di tutto il sud dell'Etiopia. I paesaggi erano belli e suggestivi e la mancanza di strutture turistiche è stata ampiamente compensata dal piacere di viaggiare quasi sempre in solitudine avvicinati solo dalla gente del posto. Il periodo scelto per il viaggio era già buono, ma ancora meglio dicembre e gennaio. Per il viaggio è necessario un discreto spirito di adattamento in quanto le scarse strutture turistiche non rendono il viaggio molto comodo. Per alcuni questo può essere un vantaggio. Tenendo in mente queste raccomandazioni, consigliatissimo.
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