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Vienna, Bratislava e Budapest, un itinerario lungo il blu del Danubio

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Vienna, Bratislava e Budapest, tre tra le più belle perle della nostra Europa, hanno un amico comune, di nome Danubio, un fiume vagabondo, che abbraccia diverse civiltà e che le raccoglie tutte a sé.

Immergersi tra le bellezze di queste città accarezzate dalle acque dolci di un fiume come il Danubio, significa immergersi completamente nella storia di tre popoli che sono legati tra loro, come le acque del sue fiume. È come se il Danubio avesse trasportato la storia, come se l'avesse guidata, aiutata da correnti esterne, da uno e dall'altra parte, fino a quando queste acque non si sono ritrovate insieme, come parte di qualcosa di grande, per poi nuovamente separarsi, affinché ognuno seguisse il suo corso.

Navigate il fiume via terra, scoprendo le sue capitali più maestose e graziose, con tra le mani il libro di Claudio Magris, “Danubio”, che vi accompagnerà nel corso del vostro viaggio, come guida romantica, intrisa di storia e di poesia.

Vienna

La prima città che si incontra è Vienna, la Vienna dei grandi viali e dei palazzi maestosi. Una città forte, potente come l'aquila che si erge a suo simbolo, signora di quella Mitteleuropa di cui è stata capitale durante gli anni del suo longevo impero. Una fetta di Danubio, dalle “acque blu” come lo definiva Strauss, la accarezza da un lato, nella sua parte più moderna, dove qualche grattacielo inizia a crescere timidamente, quasi timoroso di disturbare la quiete della città, sopita nel suo passato, un passato al quale Vienna è rimasta indissolubilmente legata.

Vienna è la città solenne e nobile che vuole assomigliare a Parigi, con i suoi boulevard magistrali e i suoi palazzi imponenti, come quelli che si affacciano sulla Ringstrasse, in perfetto stile haussmaniano e di cui l'imperatore Francesco Giuseppe fu uno degli ideatori. Una città così potente da aver creato leggende, come quello dell'amore tra Sissi e Franz, i cuoi misteri vengono svelati nelle visite dei due palazzi imperiali, quello di Schönbrunn e quello di Hofburg, o nella Cripta degli Imperatori, nella Chiesa dei Cappuccini, dove le due salme riposano in decorate bare di marmo.

Passeggiando per la città si ha come l'impressione di essere soffocati dalla sua imponenza, eccellenza ed ineccepibilità. La nota dominante di questa città dei musicisti sembra essere la malinconia, una malinconia dettata dalla troppa perfezione, dalla simmetria dei suoi viali e dei suoi palazzi e dall'inumanità dei suoi fregi. Una città che sembra ancora oggi vivere nel passato, ancorata fortemente nelle sue radici illustri, progenitrice di eroi ed eroine, come l'amata imperatrice Maria Teresa, la cui statua impreziosisce la piazza omonima dando quasi un senso di smarrimento, come se lei fosse ancora lì, sul suo trono, ad osservarti.

E' come se Vienna, che della Mitteleuropa è sempre stata la regina, sia rimasta poco toccata dalla commistione culturale che invece città come Bratislava e Budapest hanno conosciuto. È come se sia voluta rimanere se stessa, impigliata nella sua arida austerità, mostrandosi agli occhi dei visitatori come fugace, un po' meschina, apparentemente inumana.

Questo gioco sleale che è dettato dalla sua bellezza perfetta e dal suo rigore, è anche parte del suo fascino prezioso e classico. Vienna è elegante, di quell'eleganza che può essere compresa solo se alle orecchie si ascolta il ronzio delle note del Valzer di Strauss, che sembra dare il ritmo alla passeggiata e sembra dare movimento alle statue che ornano i suoi viali o alle decorazioni che impreziosiscono i suoi palazzi.

Un po' più umana e tenera è la Vienna che si scorge dall'alto, dalla torre della Cattedrale di Santo Stefano, da dove appare piccola ed indifesa, con i suoi palazzi che si nascondono gli uni sugli altri, ammassandosi distrattamente sulle strade ricoperte di neve, magari all'imbrunire, in una gelida serata di inverno. Tra i tetti e le guglie della Cattedrale si adocchia la sagoma esitante della Rathaus, il municipio cittadino, che sembra creato dalle mani di un bambino che gioca con la sabbia facendola gocciolare dal pugno della sua mano, creando così, da rivoli di sabbia ed acqua, un castello imperfetto.

Sfarzosa ed eccentrica è invece la Vienna avveniristica di Hundertwasser, su Kegelgasse, che ha ridato vitalità ad un complesso di case popolari, disegnando abitazioni in vivaci tinte colorate, dalle linee morbide, che cascano le une sulle altre, come se non avessero un sostegno. Un tocco di colore intenso ma aggraziato, in una città altrimenti dominata da leggere tonalità pastello.

Bratislava

Volgendo lo sguardo ad Est, a soli 57 chilometri di distanza da Vienna, con un autobus della Slovak Lines, si raggiunge la capitale della Slovacchia. Bratislava è una città gaia e vitale, capitale di un popolo a lungo sconosciuto, contralto di una ben più nota Praga, di cui ne ha condiviso le sorti per anni, fino a quel 1993 quando i loro destini si sono divisi. Per secoli Bratislava è rimasta al giogo di popoli che si sono susseguiti nel suo cammino, ed ha così assistito, lasciando che il fato giocasse per lei, agli sconvolgimenti della sua storia, come se si fosse messa tra le mani dei suoi conquistatori e li avesse fatti vivere al posto suo, senza mai sperare, un giorno, di poterne essere anche lei la protagonista.

Oggi Bratislava è una città disseminata di questa storia che non ha creato lei stessa, ma dalla quale è stata schiacciata ed oppressa: per anni è stata solamente un amabile sobborgo della ben più fiorente e ricca Vienna; per l'Ungheria, invece, soltanto una città di incoronazione, come mostra la copia della corona ungherese, adagiata su un cuscino, che svetta sulla torre neo-gotica della Cattedrale della città, quella di San Martino, su Rudnay Square, alle porte della città vecchia.

E' ancora agli ungheresi che si deve, nel 1760, la costruzione di quello che è oggi il palazzo presidenziale della Slovacchia, sulla piazza di Hodzovo; un piccolo edificio, grazioso e modesto, che ben si intona con quella che è oggi Bratislava, ovvero la piccola capitale di un piccolo popolo. Anche quello che è il monumento più famoso, il Castello, o Hrad, come lo chiamano da queste parti, è come se non faccia davvero parte della città che è oggi Bratislava. Situato su una collina, sopra il livello del Danubio, con la sua strana forma squadrata e la sua arida aria fiabesca, sembra osservi la città dall'alto, simbolo della smania di potere e grandezza degli ungheresi.

Come le altre nazioni dell'est Europa, Bratislava ha conosciuto gli sconvolgimenti dettati dal socialismo, che qui si è abbattuto ancora una volta cercando di sradicare il passato di una terra già profondamente provata. I segni del regime sono oggi ancora grandi e pesanti come se il socialismo avesse voluto imprimere qui un segno indelebile che rimanesse anche dopo la sua caduta. Ce lo dimostra l'imponenza della torre Ufo sul Ponte Nuovo (Novy Most), dal quale si gode di una vista mozzafiato, ma per la cui costruzione è stata distrutta la parte della città che corrispondeva all'antico quartiere ebraico, sulla via Zidovska, e di cui oggi rimangono solo moderni fregi commemorativi.

Da quel famoso 1993, quando Bratislava ha ottenuto finalmente la tanto sognata indipendenza, ha iniziato a crescere da sola. Quel che per anni era stato celato, quel che per anni città come Praga, Vienna e Budapest avevano cinicamente tenuto occultato, è venuto fuori con una forza smisurata. E' come se Bratislava fosse rinata, sciogliendosi dalla corazza protettiva che aveva creato intorno a sé per secoli, finalmente prendendo a piene mani le sorti del suo paese.

È come se il suo popolo slovacco, per anni un popolo di contadini tenuti lontani dalla vita della città, abbia iniziato ad uscire per le strade, abbia iniziato ad animare le piazze con l'allegria della loro musica tradizionale e con il ritmo cantilenante della loro parlata slava. È come se tutto ad un tratto si fosse svegliato, iniziando a far parte anche lui della storia dell'Europa, una storia che stavolta non è tracciata da altri, ma è la storia propria di un popolo con lingua, culture e tradizioni ben distinte. Perciò, quando visiterete Bratislava, non fatelo con nella mente le immagini gloriose e fastose della sorellastra Praga, ma osservatela ed apprezzatela per come è, per la sua bellezza minuta e tenera, per la sua atmosfera romantica ed appassionata.

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Bratislava è un gioiellino, uscito incorrotto dalla storia brutale che per anni ha calpestato le sue terre fertili e feconde, e che così si è mantenuto nel suo centro storico, con le sue splendide piazze barocche e con la porta di San Michele, che fa il suo inchino a chi entra nella città vecchia, portando fiera, nella sua cima, la statua dell'Arcangelo Michele che uccide il drago, quasi un simbolo di una città che ha vinto sui suoi antagonisti.

Oggi si ha come l'impressione che i palazzi e gli edifici, maestosi e signorili esempi di architettura austriaca ed ungherese, non schiaccino più Bratislava con la forza della loro imponenza e maestosità, come invece avrebbero fatto un tempo, ma iniziano a confondersi tra la città più vera, che è piccola, graziosa ed in miniatura. Adesso tutto quello fa solo da corollario e ciò che salta all'occhio sono piazze dal sapore antico, come piazza Hlavne, insieme a graziose stradine e viuzze. Sul vicolo Klariska, la Chiesa delle Clarisse, in quell'inconfondibile stile gotico risalente al 1302, si fa spazio tra viottoli stretti ed acciottolati, volgendo lo sguardo al Castello, che illuminato, si scorge in lontananza.

Bratislava è anche giovanile e vivace, parte vera di quella Mitteleuropa che vanta una ricca varietà di tradizioni culinarie ed alcoliche. Tappa obbligata per ogni visitatore della città, è lo Slovak Pub, dove potersi deliziare con una magnifica cena tipica, a base di Bryndzove halusky so zincicou e un boccale di kofola, una tipica bevanda slovacca.

Budapest

Lasciando Bratislava, in direzione Budapest, con un autobus della compagnia Eurolines che copre la tratta, vi torneranno in mente le immagine di una cittadina romantica e sognatrice, che quasi commuove nell'immaginarla nelle vesti di capitale, come se, forse, ci sia ancora tanto da fare.

La capitale ungherese è senza dubbio la più bella delle tre, rivestita, tra l'altro, di quella nota di orgoglio metropolitano di cui le altre due sono invece prive. Spasmi metropolitani che sono però ammantati di antico e che danno a Budapest quell'aria gioiosa e viva, tipica di una città in continua frenesia e movimento, e così aggraziatamente familiare.

Budapest è una città che è stata creata dalla sua storia secolare, a differenza di Bratislava che ne è stata invece oppressa. È una città che risuona ancora dell'eco lontana degli ungari, che vi arrivarono a cavallo, dello scalpitio di suoni magiari e della musica rom, che hanno lavorato, tutti insieme, per fare della città un crogiolo di culture e tradizioni cangiante e colorato.

Budapest ha conosciuto tempi d'oro durante l'Ottocento, quando il Ponte Delle Catene univa definitivamente le città di Buda e Pest e quando, con la divisione delle corone, salutava per sempre l'antica compagna Vienna, per camminare da sola e divenire lei stessa l'unica capitale del suo impero. L'orgogliosa e potente città che era Budapest in quegli anni, ha creato il suo monumento perfetto, simbolo della sua grandezza e della sua bellezza senza tempo. Il Parlamento, adagiato sulle sponde del Danubio ad osservare le due città che lo accolgono, è l'indistinguibile traccia di una città che è stata grande, potente ma soprattutto vincente. È perfetto nei suoi lineamenti, nella sua cupola scarlatta che tinge di colore la struttura color panna impreziosita di guglie e torri. Quasi stona col resto della città, con quell'aspetto un po' bohémien e trasandato che tinge di poesia le sue vie e le sue piazze.

La Budapest ottocentesca sembrava destinata alla stessa storia gloriosa di una Parigi o una Vienna, monumentale, elegante e classica, come le due città a cui ha cercato sempre di assomigliare, eppure qualcosa è andato storto, qualche strano gioco del fato ha deciso che il suo futuro sarebbe stato diverso. Ed è così che i suoi palazzi si sono accasciati seguendo il corso della sua storia; si sono anneriti, sporcati, macchiati, sono definitivamente decaduti man mano che la storia stessa della città declinava, e la sua libertà veniva conquistata. Hanno iniziato a sbriciolarsi ma sono stati lasciati lì, per un istinto di puro orgoglioso nazionalistico.

Su Ferenciek tere, un vecchio centro commerciale in perfetto stile Belle Époque, il Parisi Udvar, se ne sta adagiato, stanco, ormai in disuso da decenni, con le saracinesche abbassate dei locali che lo animavano nei tempi di gloria, e le luci spente, così come è spento il fasto e la fama che lo accompagnavano agli inizi del novecento. La galleria, ancora visitabile, è un luogo malinconico: bellissima nelle sue decorazioni, con le finestre guarnite di preziosi fregi ormai nascosti dalla polvere. In quel luogo spento, che sembra importi un religioso silenzio, pare ancora di percepire indistinti i rumori di un tempo, il via vai dei compratori assennati ed il bisbiglio dei venditori. È come se sia stato abbandonato in tutta fretta, triste simbolo di una città che si è arresa nel momento stesso in cui le altre hanno iniziato a crescere.

Visitare Budapest significa entrare nel suo vortice coinvolgente e conturbante di traffico e rumore, ma anche di cultura, allegria e musica. Budapest infatti danza, danza sulle note della sua musica più bella, quella klezmer, una ballata dall'intensità quasi orgiastica, prodotto della cultura ebraica nell'Europa centrale. Ed è come se questa musica si intonasse perfettamente con la città che è diventata oggi Budapest dopo secoli di storia travagliata: una città di palazzi grandiosi, che richiamano la sua antica alleata, la Vienna elegante e sontuosa del valzer di Strauss, ma lucidati di un manto più scuro, di polvere e disuso.

Riordinando il puzzle della sua storia, riusciamo ad intravedere in quei palazzi decadenti, macchiati di nero ed anneriti dal fumo, tutta la potenza ed il romantico che una città del genere ha da offrire. Ed è come se in quei palazzi ed in quelle rovine ci fosse scritta la leggenda di Budapest, quella di una città consumata dalla storia.

Se osservata dalla cupola della cattedrale di Santo Stefano, si scopre una città viva, che si abbandona al frastuono e alla confusione, esasperata dal freddo pungente e dall'andirivieni dei troppi turisti che si riversano sulle sue vie. Si scorgeranno le sagome di chiese e campanili colorati, di case e palazzi dalla struttura irregolare che sembrano litigare tra di loro per un posto sulla via.

Un posticino speciale in tutto quel trambusto è lasciato alla Sinagoga di Dohany, la più grande d'Europa, che troneggia gagliarda come fosse lei la protagonista, bellissima con le sue cupole nero pece che si stagliano orgogliose nel centro storico cittadino. Osserveremo la città estasiati, come se tutta questa accozzaglia di colori sbiaditi, di fumi e di strade macchiate dal tempo, parlassero per raccontarci la storia di una città che è inceppata nei gradini di una storia complicata, ma che è stata comunque gloriosa.

Budapest è una città che ha saputo risvegliarsi dalle sue rovine, prendendo per buono quello che il destino aveva in serbo per lei, e facendosi beffa di lui quando sembrava troppo crudele. Oggi rinasce, disseminata di locali, i così detti ruinpub, nati dalle macerie di case abbandonate e fabbriche dismesse, ma che ancora portano vistosamente i segni del degrado e del disuso di un tempo. Imperdibile, tra i tanti, il Szimpla Kert, al numero 14 di Kazinczy; qui il disordine che vi regna, tra muri scrostati ed intarsiati di scritte e graffiti, è una gradevole accozzaglia di oggetti di strada e gingilli vintage.

Alla fine di un viaggio lungo e ricco, il saluto finale, dovuto, è quello al Signore di queste terre, il Danubio. Budapest ce lo mostra in tutto il suo splendore, mentre si accascia, esausto del suo lungo incedere, sulle sue sponde rigogliose. La città si mostra a lui come la più bella e sontuosa delle sue grazie, con la Chiesa di Mattia illuminata a giorno che si specchia orgogliosa sulle sue acque blu e con il Palazzo Imperiale che da lontano osserva, indisturbato, l'immensità dell'intera metropoli.

 Pubblicato da il 21/01/2015 - 7.368 letture - ® Riproduzione vietata

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